Ma quali politici e musei d’Egitto!

Bene, benissimo! Finalmente la politica si occupa di cultura, e lo fa da par suo, con la mirabile “cognizione di causa” che essa sola possiede sul tema, in ItaGlia!

Ora, però, per coerenza ci si aspetti, ad esempio, che il Castello di Sammezzano venga traslocato fuori dai confini nazionali in quanto edificato in stile moresco ovvero architettonico islamico ergo contrario alla nostra “gloriosa” tradizione italico-cristiana, o che la stessa sorte tocchi alla Basilica di San Marco di Venezia, che assomiglia vergognosamente troppo alla Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli – l’ignobile capitale dell’impero islamico ottomano! – oppure che la torre del paese fantasma di Consonno venga abbattuta in quanto terroristicamente denominata il minareto. Inoltre, che si faccia subito chiudere il Palazzo del Quirinale, che ebbe la sfrontatezza di ospitare, nel 2015, una mostra sull’arte della Civiltà Islamica.

(Christian Greco, foto di Nicola Dell’Aquila tratta da http://www.artribune.com)

Eppoi, ben fa la politica a mettere in luce una tale assurdità: come si può nominare a capo di un museo italiano un direttore specializzatosi in una disciplina come l’egittologia, innegabilmente araba?! Solo perché il museo in questione si chiama “Egizio”? Non è forse l’Egitto un paese di cultura arabo-islamica?

Anzi, diciamocela tutta: cos’è tutta questa cultura tra i piedi del paese? Tutti questi musei, le istituzioni culturali, le mostre, i teatri, e pure i libri e la lettura, la musica colta, il cinema di pregio… per non dire di quei degenerati degli artisti! Tutti elementi nocivi, pericolosi, sovversivi, da eliminare quanto prima! Di sicuro la politica ne è ben conscia, dimostra di esserlo quotidianamente, e altrettanto sicuramente agirà in tal senso con fiera risolutezza italica!

(A tal punto si raccomanda di cantare l’Inno di Mameli, facendo consueta attenzione a storpiarne il testo e, naturalmente, a omettere del tutto le strofe successive alla prima.)

P.S.: per chi non capisse il senso idiomatico del titolo, legga qui.

Ciò che si crede di (non) capire

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” scrisse Primo Levi. Ma se conoscere viene ritenuto superfluo, ciò che si crede non sarà mai realmente compreso: dunque, questo modo di “credere” – così diffuso, oggi – non vale nulla, e ciò a cui si crede non ha e non avrà mai alcun senso. Equivale a credere nell’impossibile, non essendo capaci di comprendere che è tale: come buttarsi da un’alta rupe solo perché si crede di poter volare e non si comprende che non sarà mai possibile. Lo schianto è inevitabile – anzi, è pure giusto.

INTERVALLO – Jorge Méndez Blake, “El Castillo”

Jorge Méndez Blake è un artista messicano le cui installazioni di frequente rappresentano la combinazione delle sue due grandi passioni, l’architettura e la letteratura e nelle quali materiali ed opere sono indistinguibili, la materia stessa è l’opera d’arte comprensiva del suo significato e della sua efficacia rappresentativa ed espressiva.

L’opera nelle immagini si intitola El Castillo (“Il Castello”), prendendo il nome dal libro che ne è protagonista, proprio Il Castello (orig. Das Schloß) di Franz Kafka, e dimostra, nemmeno così metaforicamente, come la forza (culturale) di un solo libro, e di quanto esso rappresenti, possa tanto sostenere un muro quanto deformarlo, intaccarne la solidità, esserne elemento costitutivo e costruttivo (se il muro fa da fondamenta a una buona realizzazione) ma pure distruttivo (se serve a dividere e a separare). Si può costruire la muraglia più possente e apparentemente invalicabile, insomma, ma nemmeno questa avrà mai la forza e l’impatto della buona cultura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per visitare il sito web di Méndez Blake.

(P.S.: grazie a Sarah Inverno per la segnalazione.)

La realtà della domanda e dell’offerta culturali oggi, in un “colpo” solo

Questo ironico – anzi, ancor più illuminante – diagramma l’ho trovato su una pagina facebook chiamata La vita di un montatore video (che è soprattutto un sito web e una community, guardate qui) ma in verità lo trovo perfetto per ogni altra (o quasi) attività culturale, ovvero in cui vi sia bisogno di un considerabile tot di ingegno creativo – e per l’attività di scrittura, letteraria o meno, ancora di più.

Si noti poi che i cerchi esterni sono quelli della domanda, i cerchi interni quelli dell’offerta (attuale), mentre il centro del diagramma corrisponde pure alla risposta alla naturale domanda “sì, ma c’è un pur minimo compenso?”. Condizione ideale sarebbe quella che i due insiemi di cerchi si invertissero e al loro centro vi fosse un SÌ o, quanto meno, che cominciassero a bilanciarsi nella forma e nella sostanza. Invece, nel centro, potete pure leggere la risposta a un’altra domanda, ovvero: ma di questo passo la produzione culturale in Italia può sopravvivere e magari prosperare, come dovrebbe accadere in qualsiasi società avanzata?

Ecco.

La cultura dell’onestà / L’onestà della cultura

Si parla spesso, e giustamente, di cultura dell’onestà, ma forse non si evidenzia a sufficienza che la cultura è onestà. Perché la cultura, per poter essere autentica dote dell’individuo e non mero e sterile ammaestramento, abbisogna di onestà – intellettuale, civica, morale.

Di riflesso, ove si sia disonestà non ci può essere cultura: la disonestà è a tutti gli effetti una condizione di incultura quando non di concreto imbarbarimento. Ne consegue che quella comunità sociale che non salvaguardi e promuova la cultura – intesa come coltivazione della sapienza e sistema condiviso di saperi – sarà inesorabilmente in balia dei disonesti e da questi rapidamente degradata.

Per questo la disonestà non ne vuole sapere della cultura: l’antitesi è totale e, da parte dei primi, ineludibile. È bene non dimenticarlo, quando si abbia a che fare con tale condizione così devastante: la prima difesa da essa – e conseguentemente la prima salvaguardia della cultura – nasce proprio da tale attenzione.