25 aprile

25 aprile. “Festa della liberazione” di un paese che proprio non ce la fa a liberarsi dai fantasmi di un passato con il quale non sa fare – e forse non vuol fare – i conti. In ogni senso: perché una parte continua a compiacersi di mostrarsi fascista e così l’altra parte si può rallegrare di potersi dichiarare antifascista, l’una alimentando l’altra in un girotondo che gira intorno a un punto fermo. E stantio.

Chissà se i bambini di oggi, quando domani saranno grandi, continueranno questo incancrenito girotondo. Probabilmente aveva (ha) ragione Mino Maccari quando disse al suo amico Ennio Flaiano quella celeberrima frase: «I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti». E di liberarsi da questa dicotomia autodegenerativa l’Italia proprio non ce la fa. Forse perché non può.

Su Israele e le sue contraddizioni, anche montane

Trovo veramente triste, nonché inevitabilmente inquietante, constatare come un grande paese quale è Israele, tra i più avanzati al mondo pur tra le contraddizioni geopolitiche note a tutti e d’altro canto per certi versi un modello di efficienza socioeconomica notevole, permanga ostaggio ormai da troppo tempo nelle mani di personaggi politici a dir poco biechi, per di più ora spalleggiati dagli esponenti di un integralismo religioso tra i più fanatici e oscurantisti di quella regione del pianeta. Se costoro vincessero la “battaglia” politica con il resto del paese, temo che anche le questioni geopolitiche aperte, in primis quella palestinese, ne risulterebbero aggravate con conseguenze imprevedibili.

D’altro canto, quasi a voler dimostrare che storia e geografia sono sempre e comunque materie e ambiti strettamente connessi, e a proposito di montagne, le contraddizioni di Israele si manifestano anche in quota. Infatti il paese formalmente ha due vette massime: una, quella internazionalmente riconosciuta, è il monte Meron, o Har Meron (“cartolina” sopra), alto 1208 m, situato in Galilea e sede di una delle maggiori riserve naturali del paese, il quale tuttavia è il punto più elevato solo secondo le frontiere israeliane riconosciute a livello internazionale. Secondo il diritto israeliano, invece,  la vetta più alta del paese si troverebbe nelle alture del Golan ed è il monte Hermon o Har Hermon (rtolina” sotto), alto 2814 m e posto lungo la frontiera con il Libano e la Siria, conquistato dopo le guerre del 1967 e del 1982 e pesantemente presidiato dalle forze militari di Israele dacché non riconosciuto dagli stati confinanti, ma anche sede di uno dei maggiori comprensori sciistici del Medio Oriente.

Contraddizioni etno-geopolitiche che, in ogni caso e in qualsiasi modo, c’è solo da sperare che si possano risolvere presto nei modi più equilibrati possibile.

(Crediti delle immagini: monte Meron, foto di צילום:ד”ר אבישי טייכר, CC BY 2.5, fonte https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17266379; monte Hermon, foto di Beivushtang da en.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0, fonte https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18237900.)

Esportare la democrazia

Sparatorie di massa. Razzismo. Terrorismo suprematista. Tentativi di golpe violento. Diritti civili negati.

Bisogna esportare la democrazia.

Sì, ma in America.

P.S.: ribadisco una volta ancora, se non l’avete mai fatto leggetevi Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood. Non è un romanzo distopico, come lo si definisce spesso, è l’America del prossimo futuro.

(L’immagine della bandiera della Repubblica di Gilead è di Marc Pasquin, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

No vax? No way!

[Immagine tratta da lastampa.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Mi pare evidente che questi poveri individui “no vax” e “no green pass” (che poi è la stessa cosa) che sfilano vestiti da deportati nei lager nazisti o insultano chiunque non la pensi come loro o blaterano di “dittature” e di “libertà” sovente palesandosi ideologicamente come l’esatto opposto siano persone con grossi problemi di disagio e di alienazione sociale, che cercano a tutti i costi di guadagnarsi un poco di attenzione molto probabilmente perché percepiscono, magari senza realmente comprenderlo, di non avere nulla, in sé e nella propria quotidianità, che qualche attenzione da chicchessia la meriti.

Questo però non giustifica affatto i loro atti pubblici e le loro parole, soprattutto nel caso in cui la libertà di pensiero e d’azione da essi goduta per fare quel che fanno e dicono diventa strumento di violenza oltre che di un livello di inciviltà e ignoranza che una società considerabilmente avanzata non può accettare e tanto meno sopportare.

Per tale motivo, credo che l’attenzione che pretendono attraverso quei loro atti pubblici così alienati e meschini e che purtroppo i media concedono troppo sia del tutto insensata e deleteria: vanno completamente ignorati e lasciati in preda al loro disagio e alla sorte “naturale” che gli spetta, che è quella di finire al di fuori della società civile. Sperando per loro – lo dico con inopinata magnanimità – che nel frattempo non finiscano dentro una terapia intensiva. Ecco.

Una cosa utile del Covid, forse

[Foto: a sinistra di L N, a destra di Ehimetalor Akhere Unuabona, entrambe da Unsplash.]
Quel noto motteggio popolare dice che «Non tutti i mali vengono per nuocere», lo conoscete sicuramente. Lo si potrebbe anche interpretare così: non tutti i mali che nocciono tanto, nocciono proprio del tutto.

In tal senso, pur con tutto il suo carico di dolore e sventura, se al Covid-19 si dovessero attribuire anche conseguenze non troppo deleterie, per così dire, qualcosa al riguardo si potrebbe indicare. Ad esempio, l’aver fatto capire a molte persone l’importanza dell’igiene, della sanità personale e la facilità di propagazione di certe malattie, forse. L’importanza di coltivare una buona socialità e la drammaticità del distanziamento o del confinamento forse meno, leggendo certe cronache. Con maggiori probabilità, l’essere servito a palesare per l’ennesima volta e in modo lampante (dacché precisamente identificata) quanta ignoranza e ipocrisia siano strumentalmente diffuse nella nostra società, anche se minoritarie (e speriamo sempre più tali) e come l’analfabetismo funzionale sia un problema tanto grave quanto da sempre troppo sottovalutato. Già.

Alla fine, gioco forza, dobbiamo sempre imparare anche dai più grandi drammi: è il modo col quale possiamo augurarci di non doverli vivere ancora e d’altro canto, se non avessimo nulla da imparare, da essi ovvero da ogni altra cosa, significherebbe che sul serio saremmo giunti alla fine della corsa.