Volare con gli sci

[Un saltatore in volo “sopra” Lillehammer, in Norvegia. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Ski Flying World Championship“.]
Quando ero piccolo c’è stato un periodo – intorno ai sei sette anni, all’incirca – che se qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, non rispondevo come facilmente facevano i miei coetanei l’astronauta, il pilota, l’esploratore o altre cose al tempo fascinose per un bambino. Rispondevo che volevo fare il salto con gli sci.

Vedevo alla TV le telecronache delle gare, all’epoca trasmesse con regolarità, e quegli strani sciatori che si buttavano a tutta velocità da lunghi scivoli appesi a alte torri tra i boschi o disegnati su ripidi pendii montuosi per poi spiccare salti lunghissimi e atterrare a decine di metri di distanza senza sfracellarsi mi affascinavano un sacco. Probabilmente un po’ mi spaventavano, anche, per come mi parevano dei pazzi, ma quella pazzia lucida di chi pratica consciamente una disciplina obiettivamente pericolosa, forse la più rischiosa in assoluto tra quelle invernali con la discesa libera, che inesorabilmente attrae. I saltatori erano, e sono ancora oggi, una specie di eroi volanti alla Superman dotati non di mantello e superpoteri ma di casco e sci lunghissimi utilizzati a mo’ di ali oltre che, di sicuro, di un’abbondante dose di sangue freddo oppure di incoscienza.

Non a caso tra di essi vi sono stati di frequente dei tizi parecchio particolari: ad esempio, tra quelli che la mia età mi permette di ricordare, lo svizzero Walter Steiner, fortissimo al punto che capitò che lo pagassero per non gareggiare: di mestiere faceva l’intagliatore del legno e il suo migliore amico durante l’infanzia era un corvo (la vicenda umana del campione elvetico è stata narrata in uno dei più bei film di Werner Herzog, La grande estasi dell’intagliatore Steiner). Oppure Jens Weißflog, per le sue numerose vittore proclamato eroe nazionale della Germania dell’Est, al punto che se andate a Berlino e visitate uno dei musei dedicati alla DDR lo vedete effigiato di frequente, ma che si è rifiutato a lungo di saltare dai trampolini giganti dicendo di averne paura; il finlandese Matti Nykänen, dominatore assoluto negli anni Ottanta ma nella vita un alcolizzato delinquente, finito più volte in prigione per reati vari; il connazionale Janne Ahonen, detto “l’uomo di cristallo”, pluricampione celebre perché non rideva mai anche quando vinceva le gare più importanti (cosa che accadeva spesso) e quando un giornalista gli chiese conto di ciò egli gelidamente rispose «Sono qui per saltare, non per ridere»; per giunta, finita la carriera di saltatore è diventato un campione di dragster: per la serie “Il pericolo è sempre il mio mestiere”! E come d’altro canto non citare Eddie “The Eagle” Edwards, primo saltatore britannico a partecipare alle Olimpiadi nonostante le sue scarse capacità e la grave ipermetropia che lo affliggeva (oltre che al disprezzo nei suoi confronti dei dirigenti sportivi del suo paese, che lo consideravano un povero idiota) ma dotato di grande orgoglio e forza di volontà nonché di parecchia follia, per certi versi anche più dei migliori saltatori? La sua storia è stata così affascinante – e commovente – da essere stata narrata in un altro bel film, Eddie the Eagle – Il coraggio della follia. In altri casi invece il salto con gli sci la “follia” (per così dire)  l’ha provocata: come a Sven Hannawald, grande saltatore d’inizio anni Duemila e primo vincitore della storia di tutte le gare della Tournée dei Quattro Trampolini, probabilmente il concorso di salti più importante al mondo, che per l’eccessiva tensione imposta dalla disciplina all’apice della carriera andò in esaurimento nervoso e depressione, gli venne clinicamente diagnosticata una “Sindrome da sfinimento professionale” e fu costretto a ritirarsi.

Ma l’elenco dei saltatori variamente “bizzarri” potrebbe continuare ancora molto a lungo.

In effetti ancora oggi il salto con gli sci è probabilmente tra gli sport di montagna la specialità più straordinaria – cioè proprio nel senso di fuori dall’ordinario – e per questo spettacolare, anche se a chi non ne sia così appassionato la lunga pletora di salti durante una gara potrà sembrare qualcosa di estremamente ripetitivo e noioso. Di contro, se si pensa che ciascun salto trasforma lo sciatore che lo compie in una sorta di uomo-aereo, capace di sfruttare il proprio corpo e gli speciali sci utilizzati per generare portanza in volo, esattamente come un velivolo – un’aerodina, per essere tecnicamente precisi – aggiungendo a ciò gli elementi di competizione sportiva e ancor più coraggio e temerarietà, forse potrete capire che ogni salto diventa una specie di prodigio, di performance psicofisica estrema che non si può che ammirare, fosse solo per il pelo sullo stomaco che ci vuole per affrontarla.

[Il trampolino “Olympiaschanze” di St.Moritz prima che venisse demolito.]
D’altro canto, a vederle alla TV, le gare di salto con gli sci, non si può avere la percezione compiuta di ciò che sono realmente. Quando, sempre da ragazzino, i miei genitori mi portarono a vedere il trampolino olimpico (Olympiaschanze) di Sankt Moritz, che oggi non esiste più, mi sembrò qualcosa di gigantesco; in effetti, salendo sulla torre dalla quale i saltatori partivano, la visione verso la zona di atterraggio decine di metri più in basso e il pensiero di doversi buttare giù da lì immagino che avrebbero fatto venire i brividi a molti (l’immagine qui sotto rende l’idea ma non del tutto, cliccateci sopra per ingrandirla). Eppure quello di Sankt Moritz è (era) un trampolino “normale”, cioè il più piccolo in uso nelle competizioni internazionali, che consente salti fino a 110 metri circa.

Poi ci sono i trampolini “grandi”, sui quali si svolgono la gran parte delle gare della Coppa del Mondo, che consentono salti fino ai 150 metri. Un campo da calcio e mezzo sorvolato per la lunghezza. Già tanta roba.

Ma c’è di più: i trampolini “giganti”, dove i salti si fanno così lunghi che la specialità viene ridenominata volo con gli sci. Ce ne sono solo quattro al mondo: con questi enormi impianti è quasi come buttarsi giù dall’alto della Torre Eiffel, veramente il saltatore si trasforma in un aliante antropomorfo che plana nell’aria e sfrutta le sue correnti fino a volare per la bellezza di 253,5 metri, l’attuale record del mondo.

Tuttavia lo scorso aprile si è andati ancora oltre. In Islanda, sul fianco di una montagna (il monte Harðarvarða) nei pressi della città di Akureyri, si è costruito un impianto mai visto prima, un “ipertrampolino” appositamente realizzato per tentare di volare lontano sugli sci come mai nessun altro ha fatto prima. Ryōyū Kobayashi, pluricampione mondiale e olimpico giapponese – a sua volta un tipo piuttosto particolare, a metà tra un samurai contemporaneo dal sangue ghiacciato che come armi non usa katana ma un paio di sci da salto, e un monaco zen taciturno e riflessivo che di persona tutto farebbe credere fuorché di possedere cotanta audacia, il tutto con fattezze da timido e educato quindicenne  – il 24 aprile è decollato dal ciclopico trampolino, ha volato per 10 secondi a qualche metro da terra alla velocità di circa 140 chilometri all’ora ed è atterrato alla distanza di 291 metri. Quasi tre campi da calcio sorvolati da un uomo dotato di ali a forma di sci. Semplicemente sensazionale.

Il video che racconta l’impresa è a dir poco spettacolare, credo che anche chi non ne sappia nulla di salto con gli sci o non se ne sia mai interessato prima ne converrà:

Peraltro, notate gli sponsor che evidentemente hanno supportato l’impresa e capirete quanto il salto con gli sci sia estremamente popolare in molti paesi – ma non in Italia, per sostanziale mancanza di relativa cultura sportiva, quindi di atleti di alto livello, dunque di interesse mediatico.

In ogni caso, ci fosse pure stata la cultura del salto con gli sci come in altri paesi, dicevo da piccolo che volevo diventare un saltatore ma in realtà non lo sarei mai diventato. La scusa buona da poter utilizzare al riguardo è che non avevo il fisico adatto, la verità è che non so se ne avrei mai avuto il coraggio. Molti saltatori rivelano che il momento più critico del salto non è il decollo, il volo in aria o che altro ma quando sei lassù, in attesa di eseguire il tuo salto, e inevitabilmente ti viene di guardare verso valle, di considerare l’altezza del trampolino e poi la pista che precipita verso il basso e il pubblico lontano attorno alla zona di atterraggio e di pensare che dovrai arrivare fin laggiù volando con un paio di sci e cercando di portare a casa la pelle. Ecco, qui ci deve essere “follia” nella mente del saltatore, perché se invece subentra un’eccessiva razionalità si riprende l’ascensore, si torna ai piedi del trampolino e addio! Cosa che facilmente avrei fatto io, credo.

Di contro, esattamente come quando ero bambino in me restano assolutamente vivi il fascino e l’attrazione per questo sport così particolare, anche senza che lo segua come farebbe un “tifoso” della specialità. Ma non tanto le gare e i risultati quanto è il gesto quel che conta, per me. Quell’azione apparentemente semplice ma in verità complicatissima, assolutamente scientifica, matematica e dunque razionale ma al contempo incredibilmente audace e folle che per qualche secondo fa di un uomo un vero e proprio velivolo la cui fusoliera è il corpo e le ali un paio di sci.

Le cose belle che ci perdiamo

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
«No, dormire in tenda non fa per me.»
«Quel posto non mi piace.»
«Il bosco di notte mi fa paura.»
«Non c’è nemmeno un rifugio in quella zona.»
«Quel versante è tutto all’ombra.»
«Le previsioni sono brutte, meglio non andare…»

Eccetera, già.

Quante cose belle ci perdiamo, quante esperienze potenzialmente interessanti, affascinanti, illuminanti solo perché non sappiamo uscire da quella che crediamo essere la comfort zone a noi ideale? Solo perché non abbiamo il coraggio di fare un passo fuori dal solito tracciato, per il timore di restare delusi ovvero di non trovare le gratificazioni a cui miriamo o, molto semplicemente, perché ciò che è fuori dall’ordinario ci inquieta, ci fa paura.

Ma cos’è poi l’“ordinario”? È veramente la nostra zona di “comodità” nella quale credere di stare bene ovvero meglio che altrove, o forse è il recinto nel quale ci rinchiudiamo convincendoci di non stare male e parimenti autoproibendoci la possibilità di vivere un’esistenza ben più ricca di emozioni e consapevolezze?

Non occorre chissà che: a volte bastano due gocce di pioggia, le nubi basse sui monti o anche solo l’idea che un posto sia meno bello di altri per farci restare immobili nell’abitudine, e questo accade non solo per le cose leggere – un’ordinaria camminata in montagna, appunto – ma in tutta la nostra quotidianità. Anzi, accade proprio che di quelle abitudini ordinarie e dei pensieri con cui le giustifichiamo nella quotidianità facciamo il copia-incolla su tutte le altre occasioni per le quali, invece, potremmo finalmente conoscere, esplorare, sperimentare, vivere nuove e differenti esperienze, circostanze, situazioni, avventure. Senza bisogno di fare niente di così speciale: una notte all’aperto sotto il cielo stellato, un’escursione notturna nel bosco o con la pioggia, una camminata per prati a piedi nudi… cose insolite? O è ben più insolito che noi si tenda a fare sempre le stesse cose, con ben poche varianti, soffocando il naturale istinto alla curiosità, alla sperimentazione di cose nuove, alla scoperta, al poterci emozionare di fronte a ciò che non è ordinario, per mera paura di non godere della “sicurezza” desiderata?

Ma, chiedo pure, in verità la vera sicurezza non si sviluppa e acquisisce proprio attraverso quelle esperienze che ci permettono di metterla alla prova e ampliarla? Finché restiamo all’interno della nostra comfort zone non potremo mai capire se quella che percepiamo come “sicurezza” sia veramente tale, e non sapremo mai elaborare la consapevolezza necessaria a farcela sentire concretamente acquisita e non funzionalmente creduta. Anche attraverso piccole cose, ribadisco, esperienze semplici ma già poste fuori dall’ordinario, dalle abitudini solite. Basta poco per imparare molto e per guadagnare ancor più. Un solo passo a lato rispetto alla direzione consueta e si potrebbe aprire un mondo. Mai come in questo caso «tentar non nuoce» anzi, per meglio dire: non tentar nuoce!

“Vita da gregge”: come aiutare l’Azienda Agricola Stefano Villani (e le sue pecore)

A seguito dell’articolo dello scorso 17 novembre nel quale ho raccontato – rapidamente – la storia di Stefano Villani e delle sue pecore disperse tra i monti della Val Masino, e invitato ad aiutarlo nel far fronte alle ingenti spese sostenute per i numerosi tentativi di recupero effettuati al fine di salvare più pecore possibile, molti stanno scrivendo a me per chiedere informazioni dettagliate al riguardo, su come partecipare alla raccolta fondi “Vita da gregge” o addirittura i dati con i quali inviare contributi in denaro.

A chiunque rimarco che è necessario (oltre che giusto) contattare direttamente Stefano Villani e Lucia Giacomelli presso l’azienda agricola scrivendo una mail a giacomelli.lucia@alice.it o un messaggio al numero Whatsapp 340.7077315.

Abbiate pazienza se non vi rispondono subito: non è un call center e hanno un’azienda agricola e degli animali – oltre a tutto il resto di ordinariamente quotidiano – a cui star dietro!

Ulteriori informazioni sulle modalità di partecipazione alla raccolta di aiuti le trovate sulle pagine Facebook dell’Azienda Agricola Villani, https://www.facebook.com/groups/217165815855431 e su quella di Lucia Giacomelli https://www.facebook.com/lucia.alpeboron/posts/2468092996686180.

Ricordo infine che un bel resoconto di quanto accaduto nelle scorse settimane al gregge di Stefano e delle numerose missioni di salvataggio in quota, tra i picchi e i precipizi vertiginosi dei monti del Masino tra i quali le pecore si sono incrodate – al netto dei media che, numerosi, se ne sono occupati in questo periodo vista la storia incredibile accaduta – lo trovate sulla pagina Facebook di Luca Maspes, celebre guida alpina che da subito ha offerto il proprio aiuto a Stefano e a chiunque abbia partecipato ai salvataggi, qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=1532171155. Da leggere, per saperne di più.

Stefano Villani e le sue pecore, una straordinaria storia di montagna contemporanea

Avrete probabilmente letto da qualche parte, o sentito e visto alla radio o in TV, della storia di Stefano Villani, delle sue pecore disperse tra le cime, le pareti e i precipizi della sua Val Masino e dei reiterati tentativi, attuati con tutti i mezzi possibili, di riportarle a casa ovvero nelle stalle della sua azienda agricola alle porte della celeberrima Val di Mello, gestita insieme alla fidanzata Lucia Giacomelli.

È una storia straordinaria nel bene – per la dedizione con la quale Stefano, insieme a numerosi amici sovente giunti appositamente per aiutarlo, sta cercando di ritrovare e salvare più capi possibile – e nel male, per la perdita di una ventina di pecore purtroppo precipitate da quei ripidissimi versanti. Ma pure al netto della cronaca dei salvataggi – dei quali ne sta scrivendo in modi assolutamente avvincenti sulla propria pagina Facebook Luca Maspes, guida alpina valmasinese – autore anche delle foto che vedete qui, il quale fin da subito si è posto al fianco di Stefano per aiutarlo nelle ricerche e nelle operazioni di recupero in quota – trovo che la storia vissuta suo malgrado da Stefano rappresenti un’emblematica e potente dimostrazione di attaccamento e di passione per le proprie montagne e per la vita tra di esse in piena armonia non solo con il territorio ma pure con la sua storia, con le tradizioni e con un loro possibile e virtuoso futuro.

Ciò in quanto Stefano, abbandonando la precedente occupazione come muratore e aprendo la propria azienda agricola, alleva insieme a mucche, capre e suini neri alpini anche 50 capi di pecora ciuta, una razza ovina autoctona originaria della Valtellina e dell’Alto Lario (la vedete nella foto qui sopra) conosciuta per essere la più piccola delle Alpi e tra le pochissime dotata di corna simili a quelle delle capre la quale, dopo aver seriamente rischiato l’estinzione (solo 10 anni fa se ne contavano appena tre dozzine di capi ragionevolmente “puri”) è stata salvata all’ultimo minuto grazie a un progetto di recupero della Rete alpina Pro Patrimonio Montano (PatriMont) insieme a un gruppo di allevatori locali. Oggi se ne contano circa 400 capi e quello di Stefano Villani è l’unico allevamento della specie in Val Masino, cosa che rende il suo lavoro encomiabile al punto da essere riconosciuto da una menzione speciale agli “Oscar Green” 2023 di Coldiretti, e parimenti dimostra che il suo sforzo per salvare gli animali dispersi in quota ancora più importante.

Per tutto ciò vorrei contribuire nel mio piccolo a far conoscere e sostenere “Vita da greggeun’adozione a distanza, simbolica, della piccola Sion, trovata in compagnia della sua mamma e di altre pecore smarrite in quota, recuperata da Stefano in una notte buia nella Valle dei Sione e salvata dalle rocce impervie e traditrici, portata a valle, in braccio, da Marco, nipotino di Stefano e dal fratello Mauro. È un’adozione simbolica nel senso che attraverso Sion si avrà la possibilità di adottare tutto il gregge coprendo per quanto possibile le ingenti spese sostenute da Stefano per le missioni di recupero – spesso anche con elicotteri, immaginatevi con che costi! – delle sue pecore.

Come funziona lo spiega Lucia in un post sulla sua pagina Facebook, che qui riporto nei punti essenziali:

  1. Ogni singola adozione ha un valore di € 50 o € 100 (bonifico bancario da concordare insieme, l’Iban vi verrà mandato tramite Whatsapp o mail perché al bonifico effettuato corrisponde la data scontrino elettronico).
  2. Avete diritto al ritiro di un corrispettivo in prodotti dell’azienda agricola Villani Stefano.
  3. Ogni singola adozione andrà interamente nelle spese che abbiamo affrontato e stiamo affrontando per il recupero delle pecore in quota con l’elicottero.
  4. Una volta effettuato il pagamento, vi verrà spedito a casa tutto il necessario per l’adozione (abbiamo così bisogno del vostro nome, cognome, indirizzo, via, cap e numero di telefono).
  5. Nella busta troverete la carta di identità con i dati anagrafici dell’agnellina Sion, una lettera di ringraziamento con annessa poesia, lo scontrino elettronico).
  6. Il ritiro dei prodotti potrà essere effettuato passando direttamente in azienda in Val Masino già  dai prossimi giorni fino ai primi di maggio. Non sono previste spedizioni dei prodotti.

Per maggiori informazioni e per aderire alla raccolta fondi potete scrivere alla mail giacomelli.lucia@alice.it o al numero Whatsapp 340.7077315.

Lucia aggiunge che in programma c’è anche una lotteria per la quale come primo premio ci sarà un quadro donato da un artista riconosciuto a livello nazionale; ugualmente il ricavato andrà totalmente a favore del gregge.

Questo è quanto. Purtroppo all’appello mancano ancora una trentina di pecore, la cui ricerca è ora resa oltre modo difficile dalla neve caduta in quota che cancella le tracce, rende l’avvistamento quasi impossibile e l’eventuale recupero parecchio pericoloso. Tuttavia Stefano e i suoi amici non disperano di ritrovare tutti i rimanenti capi dispersi – l’ultimo volo di perlustrazione, come ne ha scritto Luca Maspes, è di qualche giorno fa, infruttuoso – e per tutto questo, mi auguro che pur solo da lontano ma, come visto, comunque in modo estremamente importante, tanti altri amici possano sostenerlo fino all’ultimo in questa incredibile tanto quanto emblematica storia.

P.S.: ringrazio di cuore Luca Maspes per avermi concesso la pubblicazione delle sue fotografie; sulla sua pagina Facebook ne trovate molte altre insieme a numerosi e impressionanti video.

Perché saliamo sulle montagne?

[Foto di Félix Lam da Unsplash.]
Perché andiamo in montagna?

Penso che una domanda del genere, quelli che come me frequentano con una certa assiduità le terre alte se la saranno fatta, almeno una volta. Ma anche più d’una, probabilmente.

Perché è bello, per la sensazione di libertà, per panorami vasti e orizzonti lunghi, per mero diletto, per fare sport, perché ci vanno gli amici, per immergersi nel sublime, per respirare aria buona… di possibili risposte a quella domanda potrebbero essercene tante quante vette hanno le montagne o quasi, suppongo. Anche perché ciascuno potrebbe formulare una propria risposta che, nella sua singolarità, sarebbe valida e buona come ogni altra.

Personalmente, considerando l’andare per i monti nella sua forma più classicamente compiuta, cioè il salire fin sulle loro vette, mi si genera in mente l’immagine che la montagna rappresenti una sorta di forma capovolta che rappresenta simbolicamente me che la salgo: il corpo montuoso come un cono con il suo apice – la vetta, appunto – che capovolto diventa un imbuto con un fondo appuntito che lo conclude. Più salgo lungo i pendii del cono della montagna, più scendo all’interno dell’imbuto che, per molti aspetti, potrei identificare con la mia vita (o il mio involucro vitale) nel presente. Raggiungendo la vetta della montagna, raggiungo anche la parte più profonda di me stesso, un punto di compiutezza che nell’istante assume un valore assoluto esattamente come la vetta della montagna ascesa rappresenta un punto altitudinale assoluto per quella porzione di territorio nel quale la montagna si trova. Giungendo fino in cima, realizzo compiutamente l’ascesa sentendomi parimenti realizzato: nel sentirmi bravo, capace, forte o audace per essere arrivato fin lassù, oppure nel percepire il godimento intenso dello stare in un luogo così bello e simbolicamente potente o del dominare dall’alto il resto del mondo d’intorno. Ma quel processo di realizzazione avviene anche interiormente, per i motivi appena citati e per molti altri oppure perché, nello sforzo psicofisico speso nel compiere l’ascesa con tutti gli annessi e connessi – impegno, fatica, concentrazione, emozioni, volontà, gestione della paura, relazione con il paesaggio… – ho avuto la possibilità di percepire ovvero realizzare me stesso in maniera più profonda e intensa che in altre situazioni: d’altro canto questa è una condizione che, in senso generale, molti che vanno per monti in maniera più o meno ardimentosa segnalano e che, anche nella sua forma più semplificata, trae origine da tradizioni culturali ancestrali (le stesse che per molte religioni hanno reso le sommità montuose luoghi sacri e di manifestazione del divino/sovrumano/trascendente la cui salita rappresentava una pratica esteriore e ancor più interiore dai molteplici significati).

A chi sappia qualcosa di filosofia questa mia immagine forse ricorderà, neanche troppo vagamente, il cosiddetto Cono di Bergson. Una tale analogia invero è accidentale (non sono così dottamente aulico) ma ci potrebbe anche stare: se in Bergson la base del cono (capovolto, guarda caso) è il passato dov’è la memoria e la punta è l’istante della percezione del reale nel presente, nella mia immagine alla base del cono sta la coscienza di sé fino a quel momento acquisita (che è anche “memoria di sé”, in effetti) mentre la punta è l’istante della percezione della propria realtà – o dell’acquisizione della percezione reale di sé – nel presente, conseguita attraverso l’ascesa del cono-montagna fino alla punta-vetta, il cui raggiungimento rappresenta in tal senso un’idea assoluta di “presente” (nel senso temporale del termine) nello stesso modo in cui la vetta è un punto assoluto nello spazio. D’altro canto la fisica contemporanea insegna che il tempo esiste solo come moto nello spazio, e dunque l’intersezione della punta con il piano che per Bergson rappresenta il presente è interpretabile come il moto attraverso lo spazio con il quale si raggiunge la vetta del monte.

In ogni caso, speculazioni filosofiche più o meno appropriate a parte (sperando che i bergsoniani eventualmente leggenti non ritengano una blasfemia quanto hanno appena letto), tutto quanto sopra esposto deve contemplare il fatto che io, salendo su per la montagna fino alla vetta, proietti su di essa me stesso e il senso della mia esistenza in quel frangente di spazio e di tempo. Ma è in fondo quello che accade in vario modo a chiunque vada per monti e vette, sulle quali proietta la ambizioni personali, il bisogno di bellezza o di svago, il desiderio di successo, la necessità di fuggire dalla quotidianità, l’afflato spirituale e quant’altro. Tutte cose che, in fondo, riproducono atteggiamenti e predisposizioni proprie di quasi ogni nostra azione quotidiana e, in effetti, sovente tendiamo a frequentare le montagne attraverso un modus vivendi e una forma mentis che non si discostano granché da quelle utilizzate per vivere e affrontare la quotidianità ordinaria.

C’è dunque bisogno di tornare al multiplo senso originario del termine ascensione, che indica (tra le altre cose) tanto la scalata di un monte quanto un movimento di ascesa in genere, di elevazione spirituale. O ancora meglio, c’è bisogno di riscoprire la correlazione etimologica tra due termini che al precedente sono legati, “ascesa” e “ascesi”: il primo che deriva dal latino ascendĕre, formato da ad- e scandĕre cioè “salire”, il secondo che si origina dal latino tardo ascesis che a sua volta deriva dal greco ἄσκησις derivazione di ἀσκέω cioè “esercitare” e si ricollega al primo nell’identica voce verbale ascendere. Ovvero: salire una montagna fin sulla vetta come esercizio di (ri)scoperta, della montagna stessa in senso esteriore e di sé stessi in senso interiore, entrambi come pratiche di ascensione, di elevazione (laiche, ovviamente) sia del corpo che dell’animo per raggiungere il vertice assoluto (la vetta) del monte, con tutto ciò di materiale e immateriale che ne consegue, e così ugualmente raggiungere la profondità più assoluta di sé stessi. Si tratta di punti “assoluti” in senso relativo, come ripeto, ma per quel frangente di realtà, di spazio e di tempo effettivamente tali, dunque dimensione ideale per compiere l’ascensione.

Ecco.

Poi, sia chiaro, tutto questo nel concreto più immediato significa innanzi tutto un gran divertimento, quello che proviamo noi tutti che con appassionata (o passionale) assiduità saliamo sulle montagne. Tuttavia credo, o mi illudo di poter supporre, che in ognuno di noi questa “ascensione” si compia e si renda percepibile, consciamente o meno e a prescindere dalle forme attraverso cui saliamo sui monti (salvo quelle più turisticamente banalizzate le quali d’altro canto esulano pressoché totalmente da questa mia argomentazione). E credo anche, pur quando non ci si capaciti di essa o la si viva in modo esclusivamente esteriore e materiale, che alla fine l’andare in montagna ci faccia sentir bene proprio grazie a essa. Non so se alla fine valga pure come buona risposta alla domanda iniziale: per me lo può essere, insieme a tutte le altre possibili e immaginabili.