[Immagine generata con Gemini AI.]Nel nostro mondo, l’economista si occupa di economia e l’ecologo di ecologia.
Be’, che c’è di strano? – qualcuno si chiederà.
Nulla, in effetti. O forse tutto.
Già, perché in questo nostro mondo – per quello che oggi è questo nostro mondo, con tutti i suoi problemi e innanzi tutto con gli effetti sempre più pesanti della crisi climatica e del degrado ambientale – probabilmente sarebbe meno strano se l’economista si occupasse (anche) di ecologia e l’ecologo di economia. Il primo, per capire come sostenere economicamente la salvaguardia ecologica del pianeta, e il secondo per comprendere come gli ecosistemi planetari possano sostenere lo sviluppo economico del nostro mondo – oltre a mille altri buoni motivi e scopi.
Ci pensavo, a questo, dopo una chiacchierata con Matteo Motterlini, figura accademica e scientifica di gran prestigio, intorno al suo indispensabile libro “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai” (da leggere assolutamente, ne ho scritto qui) e alla devastante contrapposizione tra “economia” e “ecologia”, due termini in origine gemelli e complementari per come entrambi contengano la radice “eco” cioè (dal greco) οἴκος/oikos, “casa”, il nostro pianeta, la vera unica casa che abbiamo e abitiamo tutti insieme. Una contrapposizione dalla quale scaturiscono molti dei problemi che affliggono il nostro mondo – le cui conseguenze subiamo tutti – e che rende altrettanto evidente quella tra “sostenibilità” e “sviluppo”, in verità termini e concetti oggi divenuti antitetici esattamente come economia e ecologia. Ma, è bene rimarcarlo, antitetici per ragioni illogiche e sconsiderate, oltre che per aver dimenticato quell’origine etimologica comune e fondamentale.
Per questo oggi, nel nostro mondo odierno ovvero da qualche tempo a questa parte, che l’economista si occupi solo di economia e l’ecologo solo di ecologia non è per nulla normale. È strano, illogico, inverosimile… Anzi, pure inquietante e pericoloso. Quando sapremo riconnettere l’“economia” con l’“ecologia” e finalmente armonizzare i rispettivi ambiti, con tutto ciò che ne deriva, per il beneficio di tutti? Quando torneremo a essere, anche qui, veramente normali?
Siamo su una nave – siamo, sì, tutti quanti noi – il cui equipaggio da qualche tempo la timona in acque sempre più agitate, al punto che lo scafo sta subendo diversi danni e comincia a imbarcare acqua, con un chiaro e crescente pericolo di affondamento. Molti se ne rendono conto e cercano di lanciare l’allarme, altri invece sostengono che non ci sia nulla da temere, basta tenersi un po’ più saldamente alle balaustre, il mare non è così agitato come dicono e in fondo si è pagato il viaggio e si ha diritto a navigare con tutti gli agi possibili. In ogni caso l’equipaggio non sta variando la rotta seguita, anche se gli ufficiali di bordo spesso sostengono di fare molta più attenzione di prima, acclamati per ciò da certi passeggeri. Fatto sta che, con il passare del tempo, i danni alla barca si stanno ampliando e la possibilità di sistemarli si fa sempre più ostica ma la nave continua a navigare tra i marosi montanti e va, va come nulla fosse e potesse accadere, va, va…
Be’, fino a quando potrà andare, secondo voi, prima di rischiare di colare definitivamente a picco? Probabilmente fino a che ci si renderà finalmente conto del pericolo incombente; ma se ciò non dovesse accadere, se per vari motivi non ci si dovesse o non si volesse rendere conto della situazione in divenire, la sorte infausta della nave sarebbe segnata. Inesorabilmente, già.
Ecco: quella nave è il nostro pianeta, il mare sempre più minaccioso è la realtà nella quale “navighiamo” e viviamo, l’equipaggio inerte è chi comanda il mondo e la rotta evidentemente errata è la gestione del suo ambiente e del clima; infine, come accennato, i viaggiatori a bordo siamo noi, il genere umano. Che per buona parte non sta capendo che è prossimo ad affondare, su quella sua nave, e nonostante gli allarmi e qualche timore conseguente non sta facendo e chiedendo di fare più di tanto, per risolvere la questione ed evitare l’inabissamento.
Perché alla fine il problema forse fondamentale è proprio questo, la mancanza di cognizione e comprensione, dunque di relativa azione. È la nostra mente ferma, congelata in un eterno e irreale presente mentre nel reale autentico i ghiacciai scongelano e fondono e tutto il resto dell’ambiente naturale, sottoposto agli effetti sempre più pesanti della crisi climatica, si degrada, muta, si altera diventando minaccioso e viepiù inospitale per noi e per le altre creature viventi. L’ultimo libro di Matteo Motterlini, filosofo della scienza e figura di notevolissimo prestigio scientifico-accademico già autore di numerosi volumi sulla mente e i comportamenti umani di fronte alle realtà del mondo contemporaneo, riassume i concetti appena espressi nel proprio tanto suggestivo quanto emblematico titolo: Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.272), precisando poi ancora meglio nel sottotitolo il nocciolo fondamentale della questione, «Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico». La mente di creature che si sono definite “Sapiens” ma che di frequente, e nel caso della crisi climatica – peraltro antropogenica – in modo particolare, dimostrano di non esserlo granché, così sapienti […]
(Potete leggere la recensione completa di Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciaicliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Ci sono stati due grandi fenomeni naturali che, nello spazio e nel tempo, hanno modellato le nostre montagne, in particolar modo le Alpi, e “disegnato” la loro morfologia che poi nei secoli più recenti l’uomo ha cominciato ad abitare.
Il primo è legato alle grandi glaciazioni del Pleistocene, ultima delle quali è stata quella di Würm, avvenuta tra 110000 e 11700 anni fa, che hanno scavato la gran parte delle valli alpine. Il secondo, correlato al primo, è quello delle grandi grane, che in scala differente ma non meno modificante hanno cambiato i connotati di molte di quelle valli, con franamenti in certi casi talmente ciclopici da aver distrutto interi versanti montuosi, ricollocatisi altrove a valle (ne ho scritto al riguardo qui). Senza che oggi ce ne possiamo quasi rendere conto – salvo che per i fenomeni più recenti – molto probabilmente quando viaggiamo attraverso le Alpi o visitiamo le loro località, transitiamo e sostiamo sopra grandi accumuli di materiale franato, ormai rivegetati, e al contempo osserviamo un panorama d’intorno che facilmente secoli o millenni fa, prima che le frane lo modificassero, era differente.
L’intera catena alpina è ricca di questi fenomeni franosi; la zona tra il Passo del Maloja e quello del Gottardo, lungo le Alpi Lepontine e Retiche a cavallo tra Italia e Svizzera, lo è in modo particolare, presentando frane di ogni genere e taglia, tra le quali alcune delle più grandi in assoluto e altre divenute celebri per le conseguenze che hanno causato ai territori coinvolti. Non a caso, dunque, proprio a Chiavenna, località tra le principali della regione alpina appena descritta, ha sede il Centro Internazionale Grandi Frane Alpine, ente scientifico nato con l’obiettivo di studiare e documentare le grandi frane alpine, creando un polo scientifico-culturale transfrontaliero e promuovendo la cultura della prevenzione, con un ruolo formativo e museale legato ai disastri e ai paesaggi da essi creati. In tal senso, nel 2023 è stato inaugurato il percorso escursionistico Amalpi Trek (“Amalpi” è un nome nel quale si contrae la formula «Alpi in movimento, Movimento nelle Alpi»), la cui percorrenza – suddivisa in 10 tappe con alcune varianti possibili – illustra le vicende delle numerose grandi frane che hanno colpito i territori delle valli lepontine e retiche trasformandole in risorse culturali naturali. Il percorso è raccontato dal libro-guida Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo, (Milano University Press, 2023), curato dai geologi e docenti Tiziana Apuani e Cristian Scapozza, che elenca percorsi e peculiarità di tutte le tappe con un focus, ovviamente, sulle frane visibili e visitabili – alcune veramente eccezionali e dalla storia affascinante, seppur in certi casi tragica – ma anche sulle rilevanze storiche, artistiche, culturali e antropologiche dei territori attraversati. Un libro veramente bello ed estremamente interessante, in grado di offrire una sorta di storia “alternativa” delle Alpi […]
[Il paese di Piuro, nella Val Bregaglia italiana (provincia di Sondrio) prima e dopo la frana del 4 settembre 1618. Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova Antiqua” di Martin Zeiller e Mattheus Merian, Francoforte, 1640.](Potete leggere la recensione completa di Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardocliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
[Immagine tratta da www.nimbus.it.]Abbiamo senza dubbio nella mente le immagini della frana di Blatten, in Svizzera (la vedete qui sopra), quando un’enorme massa di rocce e ghiaccio, lo scorso 28 maggio, ha seppellito l’omonimo villaggio sotto una coltre di 30 metri di detriti, fortunatamente senza vittime in forza della tempestiva allarme e del conseguente rapida evacuazione degli abitanti.
Di eventi colossali come quelli di Blatten ne avvengono da sempre parecchi, nelle Alpi: in effetti, dopo il modellamento morfologico generato dalle acque, ghiacciate o liquide, sono state proprio le grandi frane ad aver modificato i territori montani più di ogni altra cosa lungo i secoli, e spesso quelli che oggi ci appaiono come rilievi più o meno grandi e regolari nel mezzo delle valli alpine sono in realtà gli accumuli residui di grandi frane cadute nel passato, ormai stabilizzati e rivegetalizzati al punto da poter essere tranquillamente antropizzati dall’uomo.
La frana di Blatten – per la quale sarebbe più corretto parlare di valanga, essendo stata innescata dalla caduta di materiale ghiacciato – è sembrata a tutti qualcosa di colossale, appunto, coi suoi 9,3 milioni di m3 precipitati a valle e in forza dei danni causati. In realtà, senza ovviamente voler sminuire la portata dell’evento, quella di Blatten è stata una frana di taglia “piccola”. L’altrettanto ben ricordata frana della Val Pola del 1987, conseguente agli eventi meteorologici e alluvionali che sconvolsero la Valtellina, aveva un volume di circa 32 milioni di m3, più di tre volte quella di Blatten. Ancora oggi la sua veduta impressiona chi transita lungo la statale per Bormio e l’alta Valtellina ma, a sua volta, fu una frana relativamente “piccola”. D’altro canto uno degli eventi storici più celebri e nefasti al riguardo, quello che nel 1618 coinvolse l’abitato di Piuro nella Val Bregaglia italiana, facendo più di mille morti, fu determinato da una frana di “soli” 6 milioni di m3.
[La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle.]Insomma: avrete intuito che le frane veramente colossali le quali nel passato hanno sconvolto intere vallate alpine, hanno registrato dimensioni e volumi infinitamente maggiori di quelle note fin qui citate.
Ad esempio, in Canton Ticino l’autostrada del Gottardo, nel suo tragitto verso nord e l’ingresso del tunnel omonimo, ad un tratto prende a salire con decisione per superare il dislivello delle Gole della Biaschina grazie ad alcuni alti viadotti: tali ponti sono costruiti sull’accumulo della frana di Chironico (dal nome del villaggio che vi è stato costruito sopra nel XII secolo), che cadde dal versante opposto della Valle Leventina tra 12 e 14 mila anni fa scaricando a valle un volume stimato di 530 milioni di m3 di rocce, le quali “tapparono” il fondovalle generando un grande lago, poi interratosi nel giro di qualche secolo, fino a che le acque del Ticino (e del suo affluente di destra Ticinetto) non riuscirono ad aprirsi nuovamente un varco tra le rocce franate.
[I pilastri dei viadotti dell’Autostrada del Gottardo che poggiano sull’accumulo della frana di Chironico. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Più o meno nello stesso periodo, sempre in Svizzera ma nei Grigioni, si verificò la frana di Totalp, i cui sedimenti si sono accumulati per qualche km di ampiezza nella zona tra le note località sciistiche di Davos e Klosters: il volume del materiale franato è stato stimato in circa 600 milioni di m³.
Ancora più imponenti sono le Marocche di Dro, site nel territorio dell’omonimo comune del Trentino, che costituiscono per estensione e volume il più imponente fenomeno di frana per crollo e scorrimento di materiale lapideo a livello europeo: più di 5000 anni fa dal monte Brento, sovrastante la valle del fiume Sarca, caddero circa 1 miliardo di m3 di maroc, termine dialettale trentino che significa “grosso masso” o “grande blocco di roccia”.
[Uno scorcio delle “Marocche di Dro”. Foto di Robertk9410, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Tuttavia il primato assoluto della categoria “grandi frane alpine” appartiene alla frana di Köfels nella valle Ötztal (Tirolo, Austria): circa 9500 anni fa, in quello che si può considerare un vero e proprio cataclisma alpino, un intero versante montuoso sul lato sinistro della valle crollò, peraltro per cause tutt’oggi indeterminate, trascinando a valle una massa di roccia stimata in 3,1 miliardi di m³ che ha generato un deposito di complessivi 4 miliardi di m³. Tale accumulo di frana fu così ingente da aver creato una nuova montagna nel mezzo della valle, il Tauferer Berg, alto 1680 m e sotto la cui sommità lo spessore del materiale franato è superiore a 700 metri. Quella di Köfels è dunque la più colossale frana a scivolamento rapido conosciuta nelle Alpi, con un volume di 100 volte superiore alla massa della Frana della Val Pola e di più di 300 volte (!) rispetto a quella di Blatten.
[La valle Ötztal con a sinistra il paese di Köfels e, cerchiato dal tratto giallo, il colossale accumulo della frana, che cadde dal versante montuoso presso il quale è stata presa l’immagine. Fonte: www.mergili.at, CC BY-NC-SA 4.0 DEED license.]Per chi se lo stia chiedendo, visto che si trattò di un’altra frana di enormi dimensioni, quella del Monte Toc che piombò nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont innescando la spaventosa catastrofe del 9 ottobre 1963, aveva un volume di circa 270 milioni di m³.
Infine, è interessante tornare in Canton Ticino per citare un’altra gigantesca frana alpina, non delle più colossali ma dalla storia inopinatamente tragica: quella del Monte Crenone (o Pizzo Magn) sovrastante l’ingresso della Valle di Blenio. Nel settembre 1513 dal monte cadde un volume di roccia stimato tra i 90 e i 130 milioni di m3 che ostruì completamente il fondovalle e creò un grande lago, detto di Malvaglia (dal nome del principale villaggio che vi finì sommerso) lungo quasi 5 km, profondo almeno 40 metri e dal volume di acqua di circa 130 milioni di m3. Circa un anno e mezzo dopo, il 20 maggio 1515, la spinta delle acque del lago fece collassare il corpo della frana che faceva da diga generando la cosiddetta Buzza di Biasca (“buzza” è un termine dell’italiano regionale ticinese di origine dialettale con il quale si indica una colata detritica o una piena improvvisa), una sorta di Vajont naturale la cui ondata di piena, alta fino a 10 metri e con una portata di 15.000 m3/s (il Po alla foce ha una portata di 1.550 m3/s, per dire!), devastò l’intera valle del Ticino provocando diverse centinaia di morti e la distruzione di molti villaggi, sfogandosi poi nel Lago Maggiore il cui livello crebbe di circa 60 centimetri. L’enorme accumulo della frana – inerbato e in parte utilizzato come cava di inerti – è ancora ben visibile all’ingresso della Valle di Blenio, della quale ha completamente modificato la morfologia locale.
[La “Buzza di Biasca” che devasta Bellinzona, raffigurata in una xilografia di Johannes Stumpf del 1548. Fonte commons.wikimedia.org.]Per chi fosse incuriosito o interessato al tema delle grandi frane alpine, il luogo migliore dove ampliarne la conoscenza è il Centro Transfrontaliero Grandi Frane Alpine di Chiavenna, che nasce come sede di studio e raccolta documentazione, con ruolo formativo di sito e museo legato ai disastri e con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione. Dal progetto alla base del centro è nato anche l’itinerario Amalpi Trek, un cammino in 11 tappe che porta dal Passo del Maloja alla regione del San Gottardo e permette di riscoprire antichi e nuovi percorsi con le loro peculiarità naturali e antropiche, storico-archeologiche e gastronomiche, oltre che, ovviamente, di visitare i siti di alcune delle più grandi frane presenti nel territorio attraversato dall’itinerario. Ve ne parlerò meglio a breve, quando scriverò della guida dedicata proprio all’Amalpi Trek pubblicata dal Centro di Chiavenna.
Molti sono rimasti inevitabilmente sconcertati e irritati dalle parole del Presidente USA in carica, il quale ha definito la crisi climatica in corso «la più grande truffa mai perpetrata ai danni del mondo».
In verità, e ovviamente senza mettere in dubbio la pericolosità delle sue parole o sminuirne la portata, io credo che il Presidente Trump, pur in tutta la propria incoerenza e ipocrisia, sia perfettamente conscio della gravità della crisi climatica, e nel proferire quelle parole non stia facendo altro che recitare una messinscena funzionale alla propria parte attoriale sul palcoscenico politico contemporaneo.
Per tale motivo, ancor più di quanto la scienza e i dati climatici oggettivi smentiscano le affermazioni del Presidente USA, è egli stesso e la figura che rappresenta a smentirsi da solo e a rendere le proprie parole una battuta teatrale, ancorché tragicomica. Dichiarando l’inesistenza della crisi climatica Trump, proprio in quanto Trump, non ha fatto altro che sancirne la definitiva verità; non avesse avuto egli stesso la certezza di quanto sia reale ciò che sta accadendo al clima, non si sarebbe impegnato in tal modo per smentirla. Ma, appunto, egli non sta smentendo nulla, semmai sta recitando nuovamente il copione relativo alla sua parte teatrale.
Con buona pace del pubblico che lo applaudirà e prenderà a ripetere pappagallescamente le sue parole come fossero “verità”, facendo così la figura dello sciocco che assiste a una palese fiction e crede che sia tutto vero, e invece che crede falsa, magari perché determinata a distanza da chissà quale “potere oscuro”, pure la temperatura che indica il suo termometro di casa.
Ancor più di prendere sul serio le sconsiderate parole del presidente americano, dovremmo seriamente considerare ciò che sta accadendo al nostro pianeta sottoposto alla crisi climatica, e finalmente con ben maggiore consapevolezza. Sarebbe un azione tanto semplice quanto efficace – nonché intelligente, da veri Sapiens che diciamo di essere – che, tra le altre cose, avrebbe anche il potere di smorzare qualsiasi teatrale stupidaggine trumpiana. Già.
[Foto di Tumisu da Pixabay.]P.S.: posto tutto quanto ho affermato qui sopra, è ovvio che sia ben conscio del fatto che uno showman di tal risma detenga tutto il potere deputato al Presidente degli USA è semplicemente e tragicamente spaventoso. Naturalmente non voglio sminuire affatto questa realtà, anzi: mettere in evidenza la tragicomicità delle esternazioni trumpiane accentua la pericolosità degli effetti del potere conseguente, contro la quale, appunto, oltre alla opposizione istituzionale è efficace (anche più della prima) la consapevolezza e l’azione civica della società e delle persone di buon senso. Ecco.