“Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura…”

Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.
Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.

La «Guerra dei Contadini» venne combattuta in Germania tra il 1524 e il 1526: fu una rivolta dei più poveri appoggiata da soldati professionisti, tra cui comandanti dei Lanzichenecchi come Florian Geyer, Michael Gaismair e Götz von Berlichingen, basata su ragioni etiche, teoriche e teologiche scaturenti dalla riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa Cattolica Romana sfidarono l’ordine religioso e politico costituito. Ma rifletté anche un diffuso malcontento derivante dallo scollamento tra le diverse classi della società germanica del tempo, che permetteva al sistema di potere vigente di assoggettare in maniera sempre più rigida e illiberale la popolazione meno benestante – composta non solo da contadini, peraltro. Per dirla con il leader della rivolta, il pastore Thomas Müntzer, nella sua Confutazione ben fondata: «Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5,8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea 3,2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca
Müntzer peraltro era in principio un discepolo di Martin Lutero, il quale appoggiò inizialmente la rivolta dei contadini per poi invece avversarla duramente: tale “tradimento” contribuì a portare Müntzer su posizioni assai distanti dal suo “maestro” e via via più radicali, arrivando ad affermare che «Lutero dice che la Parola di Dio è sufficiente, ma non si rende conto che la gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo per imparare a leggere la Parola di Dio.»
A sua volta Michael Gaismair (militare delle truppe venete e uomo di guerra, dunque) il quale fu pure eletto capo della rivolta dei contadini nel Tirolo, lasciò scritto nel suo Ordinamento un passaggio di strabiliante attualità, che pare scritto in risposta a certi eventi contemporanei: «Tutte le mura cittadine, i castelli e le fortificazioni che si trovano nella regione devono essere abbattute e non devono esserci più in futuro delle città, bensì soltanto villaggi, affinché non esistano più differenze tra gli uomini.»
Vi dico di questo evento storico sostanzialmente ignorato dalla storiografia ufficiale – soprattutto a Sud delle Alpi – principalmente perché narrante d’una rivolta contro la chiesa cattolica e contro i potenti (cioè i “buoni”, eh!) del tempo, quelli che determinavano nel bene e (soprattutto) nel male la vita quotidiana della gente comune, per rimarcare la sua “morale” principale: la Guerra dei Contadini fu l’unica rivolta popolare che ebbe al suo fianco le forze militari contro i poteri dominanti. Non ve ne sono state altre, di simile portata, nella storia.

No, per dire, ecco. Historia semper magistra vitae, vero?

N.B.: evento storico citato da Giuseppe Culicchia (che ringrazio) in Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.133, e da me integrato con ulteriori dettagli. Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per saperne di più.

(Radio) Alice attraverso lo “specchio italiano” degli ultimi 40 anni

(Quella che potete leggere di seguito è la trascrizione della – bellissima, grazie al pubblico presente – presentazione di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenuta dallo scrivente domenica 6 novembre scorso alla 14a Rassegna della Microeditoria di Chiari. Per saperne di più sul libro, cliccate sulle sottostanti immagini delle copertine…)

Copertine_Radio-Alice

Con quella di oggi credo di aver fatto almeno una ventina di presentazioni di questo libro per mezza Italia… E nei giorni scorsi, quando Francesco Dell’Olio – editore di Senso Inverso – mi ha detto di questo appuntamento di Chiari, mi sono chiesto: bene, questa volta di cosa posso parlare, su Radio Alice? Perché, pensandoci, in questi giorni, mi sono di nuovo reso conto di quanto ci sia ancora da raccontare sull’avventura di Radio Alice, talmente pieni di significati e, soprattutto così capace di aver lasciato un tale retaggio di quell’avventura da poterne parlare e scrivere ancora moltissimo.
Questo libro infatti è veramente una sorta di concentrato, denso e intenso nonché, spero, avvincente da leggere, di quella che è stata la storia di Radio Alice… sono nemmeno 100 pagine ma, ribadisco, vi assicuro che ne avrei potute scrivere centinaia di più. In fondo, le sole 100 pagine del libro, così “piene” di roba, in qualche modo sono una metafora di quello che è stato il solo anno – ovvero poco più – di vita di Radio Alice: un periodo limitato che tuttavia ha condensato in sé in qualche modo, tutto il senso profondo di un periodo della storia italiana assolutamente fondamentale – ed è proprio di questo periodo che vi voglio parlare, oggi: la sua conoscenza è così importante perché in esso è nata la realtà contemporanea che noi oggi viviamo, dunque per così dire è nato il nostro modo di essere e di vivere, il carattere civico nazionale, la cronaca quotidiana nel suo bene e nel suo male.
Il periodo di cui vi sto dicendo è quel decennio fondamentale nella storia del nostro paese racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano basilare nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina il nostro presente, che prende forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. È un decennio peraltro caratterizzato dalla presenza di personaggi divenuti icone in tal senso: Pier Paolo Pasolini, per citare il più citato, non a caso. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio e certamente anche in forza di quella raggiunta (o ritrovata) consapevolezza civica espressiva da parte della gente comune, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Finché si arriva al 9 febbraio 1976, con la nascita di Radio Alice. Una radio rivoluzionaria da subito e in tutto: non solo perché si fa voce di quelle istanze di rivoluzione sociale che ribollivano un po’ ovunque in Italia, ma pure perché rivoluziona totalmente il modo di fare comunicazione – le telefonate in diretta e senza filtri degli ascoltatori, per dirne una: qualcosa che oggi sembra del tutto banale, ovvio e futile, ma che Radio Alice fu la prima al mondo a consentire. Inoltre quel linguaggio la radio lo rivoluziona distaccandosi totalmente dalla matrice prettamente ideologica e politica che poteva sembrare ovvia, in quelle circostanze, invece affidandosi in gran parte alla creatività, all’arte letteraria più innovativa del Novecento – ovviamente Lewis Carroll in primis, poi Majakovskij, Artaud, Lautremont, ma ci sono anche Rimbaud, Allen Ginsberg, Gregory Corso e persino Dante, Leopardi, Rilke… – ma pure all’arte visiva e alle nuove teorie che stavano sostenendo lo sviluppo dell’arte contemporanea, da Duchamp in poi, all’ironia e al sarcasmo incessanti, alla musica cantautorale e al rock che stava diventando punk…
Ma proprio a proposito di rivoluzione e liberazione del linguaggio: vista con lo sguardo di oggi, Radio Alice rappresentò anche una forma embrionale di social network. Un’esperienza che «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice, appunto. In realtà, è una definizione di “social network” che si può trovare sul web, e che come capirete è tranquillamente sovrapponibile a ciò che – ben 40 anni fa, sia chiaro! – seppe fare Radio Alice.
Forse, a pensarci bene, anche per questo, per essere così avanti rispetto al mondo che aveva intorno – anzi, più che al mondo, alla mentalità istituzionale di quegli anni – Radio Alice ha subito la violenta fine a cui è stata condannata da chi poi se n’è detto pentito. Ma, ribadisco, la storia di Radio Alice non è finita la sera del 12 marzo 1977: la sua storia sta andando avanti ancora oggi ed è la nostra stessa storia, appunto, quella che viviamo quotidianamente e della quale siamo, poco o tanto, nel bene o nel male, tutti quanti protagonisti. Quindi, per concludere e per lasciarvi un buon motivo per il quale leggere questo libro… beh, perché leggere questo libro è un po’ come mettersi davanti a uno specchio a forma di Italia e osservarsi, magari scoprendo qualche dettaglio che fino a oggi si è ignorato o trascurato, o dimenticato.
Grazie.

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(Radio) Alice, domenica 17 alle 20, è su Radio Città Fujiko!

Alice-Radio-Città-FujikoDomenica 17, dalle ore 20 su Radio Città Fujiko, all’interno della trasmissione Please Kill Me, si parlerà di Radio Alice e del mio libro sulla sua avventura rivoluzionaria, Alice, la voce di chi non ha voce, pubblicato da Senso Inverso Edizioni. Negli studi dell’emittente non solo coetanea di Alice ma pure sodale di spirito, di ideali nonché di avventure radiofoniche e culturali, ci sarà Valerio Minnella – a buon diritto dacché ospite anche del libro, e personaggio a cui devo molto per la scrittura dello stesso.
E per chi non potrà ascoltare ma è di zona, ricordo di nuovo l’appuntamento (ci sarò anch’io stavolta) di giovedì 21 alle 21.00 da Modo Infoshop!

Prossimo appuntamento con (Radio) Alice: Bologna, giovedì 21 aprile, ore 21.00!

Alice-Modo-InfoshopLa prossima presentazione di Alice, la voce di chi non ha voce sarà particolarmente significativa… Perché sarò proprio a Bologna, la città di Radio Alice, e perché saremo ospitati – io, il libro e gli special guests – in una libreria (e non solo) che è tra i luoghi più belli e di culto della città: Modo Infoshop, in Via Mascarella n.24/b, a pochi passi da via Zamboni e dalla “Montagnola” – una zona di Bologna assolutamente emblematica degli anni della radio, ove accadde molto di ciò di cui disquisisco anche nel libro.
Alle ore 21.00 di giovedì 21 aprile ci saremo io e il libro, appunto, nonché Valerio Minnella, personaggio-chiave nella storia di Radio Alice e di quegli anni “rivoluzionari” bolognesi, e altri ospiti inevitabilmente legati all’emittente e alla sua fondamentale avventura, producendo per il pubblico che sarà presente parole, pensieri, riflessioni, contributi audio e video e quant’altro di (spero) ben illuminante di ciò che è stata ed è ancora oggi l’esperienza di Radio Alice.
Per qualsiasi altra informazione sulla serata, cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Modo Infoshop – sperando di incontrarci, giovedì 21, nei suoi locali!

INTERVALLO – Milano, Laboratorio Formentini per l’editoria

laboratorioforme_001Questa volta non vi voglio presentare una libreria, una biblioteca o un altro luogo “classico” legato ai libri e per la lettura, ma uno spazio/istituzione che comunque ad essi, e all’industria editoriale ancor più, è legato a doppio filo.
Il Laboratorio Formentini per l’editoria è infatti uno spazio nato per la più ampia e strutturata valorizzazione del lavoro editoriale. In questo particolare momento storico, e nella città italiana in cui da sempre si produce e si consuma la percentuale più alta del prodotto libro, è diventata quanto mai un’urgenza dare spazio ai protagonisti della filiera della lettura, dare loro voce per raccontare le storie del passato, guardare alle professioni del futuro, ospitare le esperienze internazionali e promuovere l’eccellenza culturale italiana nel mondo.
Il Laboratorio, sito in via Formentini 10, è ospitato nel complesso della ex Canonica della Chiesa di San Carpoforo, antica chiesa nel centro storico di Milano, risalente al IX secolo e rimaneggiata nel XVI secolo: uno spazio messo a disposizione direttamente dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura. Il progetto architettonico è stato curato da Alterstudio Partners, che ha conciliato l’opera di conservazione e restauro dell’edificio storico, nelle sue facciate e coperture, con la realizzazione di un interno architettonico fortemente connotato, declinando le nuove esigenze funzionali con un linguaggio spiccatamente contemporaneo.

laboratorioforme_2laboratorioforme_20160126173018laboratorioforme_3Per saperne di più, cliccate sulle immagini e potrete visitare il sito web del Laboratorio.