Ma lui cammina così sull’harnust per controllare nei boschi gli effetti dell’inverno: i danni delle nevicate pensati di novembre, quelli delle bufere di gennaio e ancora delle nevicate pesanti di fine febbraio che qualche volta hanno trasparenze rossicce per la sabbia del Sahara che il vento dei tropici porta fin qui.
Nessuno gli dice di andare per i boschi a constatare i danni, per controllare questi ci sono i guardaboschi comunali e le guardie forestali della Regione; ma lui ci va ugualmente perché questi boschi li sente suoi più che ogni altro, non per proprietà ma perché parte della sua vita, e necessari a lui come l’aria, l’acqua, il cibo.
(Mario Rigoni Stern, Il vecchio boscaiolo in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.172.)
N.B.: harnust (“corazza”) è termine di origine longobarda con il quale sull’Altopiano di Asiago, i cui abitanti in origine sono Cimbri dunque di stirpe germanica, ci si riferisce al tipico manto nevoso primaverile, caratterizzato in superficie da una dura crosta ghiacciata generata dalla fusione diurna e dal seguente rigelo notturno.



Una domanda: ma veramente (sarà che invecchio e mi inacidisco, o divento pesante e lagnoso ovvero obiettivamente misantropo, può essere) – dicevo: ma veramente alla gente piacciono ancora i fuochi d’artificio? Veramente c’è bisogno di essi per valorizzare un luogo, una ricorrenza, un evento o un paesaggio, la sua bellezza, la sua attrattiva turistica? E veramente una festa popolare – sia essa di paese o d’una più grande città, laica o religiosa, turistica o meno… – non può definirsi tale senza quel gran baccano luminoso dal costo a dir poco spropositato?