INTERVALLO – Helsinki, University Main Library

Helsinki1Nordic do it better (architectures)! Non c’è nulla da fare, la Scandinavia si conferma un Bengodi dell’architettura contemporanea (lo era già da tempo!), e ancora più piacevole è scoprire quanta cura, e quanta arte, ripongano nella costruzione di luoghi pubblici dedicati alla cultura. La Finlandia, poi, col popò di storia sul tema e di personaggi che si ritrova, è senza dubbio tra le nazioni leader del pianeta, nell’edificare bei palazzi.
La Main Library dell’Università di Helsinki è sicuramente un ottimo esempio di quanto sopra. Un edificio perfettamente funzionale al proprio compito di essere il più grande polo bibliotecario finnico, nel quale i libri sono conservati entro linee riconoscibili, molto identificanti eppure ben integrate col quartiere circostante, mentre all’interno il clima che si respira è quello di un mondo quasi a sé, dove la cosa fondamentale è il generare la miglior predisposizione per la lettura e lo studio.
Helsinki University City Centre Campus Library in Finland by AOA architects.Helsinki3Helsinki4
Cliccate sulle immagini per saperne di più e vedere altre prospettive della Biblioteca, oppure cliccate QUI per visitare il sito web dell’Università.

“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

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La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.
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In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.
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Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Urbanistica inurbana. Come anche piccoli gesti di grande ignoranza distruggono il nostro paesaggio.

Il paesaggio è cultura – non lo scopro certo io – dunque la cura del paesaggio, in senso naturalistico, ecologico, architettonico, urbanistico quindi estetico, è una pratica culturale, e delle più importanti. Ed è una di quelle che, più che una particolare preparazione accademica – necessaria, senza dubbio – abbisogna di intelligenza e buon senso. Senso civico, e non solo.
Posto ciò, ogni volta che ho l’occasione di osservare il territorio antropizzato dall’alto – da un aereo, ma pure dalla vetta di un monte – resto ogni volta puntualmente basito di quanto disordine urbanistico i nostri territori edificati dimostrino. E’ evidente che da molto tempo a questa parte chi è stato responsabile della pianificazione urbanistica – di qualsiasi amministrazione pubblica facesse parte – ha lavorato ad cazzum (scusate l’aulico latinismo!), ignorando totalmente qualsiasi ordine non solo estetico e, non posso che pensare, distribuendo licenze edilizie senza alcuna attenzione a cosa queste comportassero poi, in tema di modificazione del territorio. Un’ignoranza che, peraltro, è tale anche verso quella cura che invece da secoli l’uomo ha dovuto e voluto conseguire con l’ambiente nel quale viveva, assolutamente conscio che da questa cura potesse generarsi una parte importante del suo benessere (in senso civico e sociale, ovviamente più che in senso economico – ma anche sotto questo aspetto, a ben vedere!) quotidiano.
Così ora buona parte del nostro territorio antropizzato offre la visione di case e palazzi vari sparsi a casaccio, sovente intramezzati da edifici ad uso industriale e da strade dal senso viabilistico piuttosto oscuro: un guazzabuglio totale, che appunto regala poi la vivida impressione di un territorio sotto molti aspetti entropico, privo (privato) di bellezza paesaggistica, lasciato ad uno sbando urbanistico i cui effetti si protraggono inevitabilmente per lungo tempo. Senza contare la scarsissima attenzione verso l’estetica architettonica di molti edifici e la loro armonia con quanto hanno intorno, di naturale e di antropico.
Ma voglio far capire in modo ancor più evidente quanto sto sostenendo. Due immagini, di seguito, tratte da Google Maps, scelte in modo vieppiù casuale – anche se ho voluto cercare zone a me piuttosto conosciute, dunque fate conto che siamo sul territorio lombardo. Ad esse ho voluto aggiungere alcune linee rosse al fine di evidenziare la struttura urbanistica applicata a tali zone antropizzate e rivelarne l’armonia o la disarmonia.
Una zona agricola:
Senza nome-True Color-04Visibilmente regolare e armoniosa, nella sua struttura, con rarissime eccezioni.
Ora una zona cittadina:
Senza nome-True Color-05Altrettanto visibilmente disordinata e priva di alcun criterio, con rarissime eccezioni. Peraltro, si può tranquillamente trovare di peggio, in giro per l’Italia.
E non mi si venga a dire che in un caso c’è spazio mentre nell’altro manca, o altro del genere. Balle! Non è una questione di sussistenza di spazio disponibile, ma di sfruttamento virtuoso o meno – ovvero basato sull’intelligenza e sul buon senso, appunto – di esso. Poi certo, il terreno regolare è più facilmente lavorabile, senza dubbio: ma perché, l’impianto cittadino regolare non sarebbe a sua volta meglio gestibile, sia a livello architettonico che urbanistico? Domanda retorica, ovvio.
Ora, giusto per farvi capire come, ahinoi, questa deleteria incuria urbanistica sia un male (uno dei tanti…) alquanto italiano, ecco un altro estratto da Google Maps: in questo caso si tratta di una città nordeuropea – una città che conosco piuttosto bene, e che a sua volta non ha certo così tanto spazio da sfruttare, anzi, la città italiana sopra mostrata ne ha ben di più.
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Inutile commentare, credo.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere. Anzi no: voglio aggiungere qualche dato (lo traggo dal sito di Legambiente), riguardante la stessa Lombardia, che fa ancora meglio capire una delle conseguenze peggiori di quanto sopra esposto. Nell’Hinterland nord di Milano, quello più densamente sfruttato e che fa capo alla città di Monza, il 53,2% dei 40.000 ettari si cui si estende il territorio è urbanizzato: in otto anni, ovvero dal 1999 al 2007, la Brianza ha edificato 1.310 ettari e ha consumato 1.447 ettari agricoli, pari a una superficie di 2,4 volte quella del Parco Nord Milano. A livello regionale complessivo, negli ultimi anni il suolo è stato consumato al ritmo di 140.000 metri quadrati (l’equivalente di circa 20 campi di calcio) al giorno, per un totale di quasi 5.000 ettari l’anno coperti da cemento ed asfalto, distrutti dall’edilizia residenziale e commerciale, da strade, impianti industriali, centri commerciali e capannoni. Tutti sparsi sul territorio in maniera sregolata, illogica, senza nessun criterio, nessuna intelligenza, nessuna umanità.
Non serve affermare che una pianificazione urbanistica assennata e armoniosamente legata al territorio su cui agisce ridurrebbe e di molto tale cementificazione, quando invece la scriteriata confusione da decenni divenuta “norma” l’ha aumentata ben oltre il necessario.

Che dalle nostre italiche parti in politica – anche a livello locale purtroppo – ci vadano molto spesso degli incompetenti, è cosa ormai assodata. Che tali incompetenti trovino pure campo libero per palesare in modo assoluto quanto lo siano (tra altri idioti pubblici, interessi personali, favori ad amici e parenti, raccomandazioni, mazzette…) è altrettanto e drammaticamente appurato. Insomma, sia quel che sia, ora ci ritroviamo un territorio, attorno a noi, molto spesso deturpato e imbruttito oltre ogni limite.
Forse, e una volta per tutte, dovrebbe essere molto meno assodato che noi cittadini – noi che votiamo quegli incompetenti per poi subirne l’incompetenza – lasciassimo rovinare il nostro paesaggio, le nostre città e i nostri paesi in questo modo così tragico.

INTERVALLO – Berlino, The Book Forest

Tra le varie “forme urbane” nelle quali si manifesta il bookcrossing in giro per il mondo, quella di Berlino è certamente una delle più originali e suggestive, nonostante la sua semplicità. La Book Forest sorge in Prenzlauer Berg, subito a nord del centro della capitale tedesca, ed è stata prodotta con alberi caduti per morte naturale e lavorati a diverse altezze per permettere di realizzare dei vani in cui collocare i libri. E’ frequentata ogni giorno da centinaia di cittadini, che prendono e lasciano in continuazione volumi sia in tedesco che in inglese, per fare in modo che anche i turisti possano partecipare alla virtuosa operazione. Le teche sono protette dalle (frequenti) intemperie da pesanti tendine di plastica che tengono all’asciutto il prezioso materiale cartaceo.
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Un’idea che sposa attenzione alla cultura e all’ambiente (che poi sempre cultura è!) e che, nella sua simpatica suggestività, non potrà che far altrettanto bene all’esercizio della lettura di chi della libreria ne può godere.
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INTERVALLO – Perugia, Bibliomediateca “Sandro Penna”

3141_lUn grande UFO è atterrato a pochi passi dal centro storico di Perugia???
Beh, considerando che spesso (troppo spesso!) dalle nostre parti la cultura è vista come una cosa dell’altro mondo, e che quella sorta di disco volante è colmo di libri (e non solo), si potrebbe ironicamente rispondere di sì! E’ infatti la Bibliomediateca “Sandro Penna, sita nel quartiere San Sisto del capoluogo umbro, adiacente ai meravigliosi edifici medievali del centro, appunto. Un progetto dello Studio Italo Rota che ha permesso a Perugia di dotarsi di una delle più belle e certamente particolari biblioteche italiane: ed è inutile rimarcare come con i libri si possa far viaggiare la propria mente, persino negli spazi intergalattici!

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Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della biblioteca oppure quello dello Studio Italo Rota, nel quale ammirare molte altre immagini dell’edificio.