Il contemporaneo non senso del “nonluogo”

Prendo spunto da questo ottimo articolo di Studio, rivista di attualità e cultura, il quale celebra gli ottant’anni (compiuti giusto ieri!) di Marc Augé, l’antropologo francese che un ventennio fa ha coniato una delle definizioni più geniali e (inevitabilmente) più usate/abusate degli ultimi tempi, quella di nonluogo.
I nonluoghi sono (al di là dei possibili distinguo particolari) tutti quegli spazi comuni e luoghi di transito spersonalizzati, lontani dalla storia e privi di identità. Sono gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, i grandi supermercati, le catene di hotel e di ristoranti, uguali tra loro indipendentemente dalla latitudine. “La surmodernità produce non luoghi (…), un mondo che si è arreso all’individualità solitaria, al fugace e all’effimero” dice Augé al proposito. Nota personale: non è detto che il nonluogo debba per forza possedere un’accezione negativa, all’origine. Dipende dal contesto e dalle condizioni sociologiche derivanti, io credo.
Beh, fatto sta che nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, post-un-po’-di-tutto, a vent’anni da quella felice intuizione di Augé, mi sembra che persino i nonluoghi abbiano perso quasi ogni significato. Perché un senso – antropologico – ce l’avevano fino a qualche anno fa  (lo avrebbero ancora, in linea teorica), quando li si poteva riconoscere in mezzo a tanti luoghi – relazionali, storici e identitari, per usare ancora le parole di Augé. Erano, i nonluoghi, gli spazi non comuni, insoliti, quelli stra-ordinario tra i luoghi ordinari. Oggi, invece, i nonluoghi sono ovunque: caratterizzano la struttura urbana delle nostre città, hanno inglobato e cannibalizzato molti “luoghi”, hanno influenzato la forma e la sostanza di tanti altri (vedasi le librerie, per fare un esempio a cui tengo particolarmente). Sono divenuti l’ordinario, insomma. E ciò è sostanzialmente avvenuto senza che ce ne rendessimo conto ovvero, soprattutto, senza che potessimo comprendere e, nel caso, reagire. Ormai divenuti la “norma”, appunto, non sappiamo nemmeno più “vederli” – o forse, al contrario, non sappiamo più riconoscere e godere dei “luoghi” rimasti.
D’altro canto a ben pensarci era inevitabile, che i “non luoghi” creassero “non persone”. Se chi vive con lo zoppo impara a zoppicare, pure se si viene circondati da negozi di bastoni si finirà per convincersi di doverli usare, zoppicando di conseguenza.

VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)

Senza nome-congiunto-01Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):

Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.

Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.

Le “Regole”: la gestione del paesaggio a regola d’arte

Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.

masi-la-valTale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.

1885___SourceUna sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!

Cliccate sulle immagini per saperne di più.

Dalle stalle alle stelle. Se dalla montagna può “discendere” la salvezza culturale della nostra società…

Ghirri-Luigi-Alpe-di-Susi-Bolzano-1979Vorrei proporvi un argomento diverso da quelli soliti trattati qui nel blog – anche se a ben vedere, e credo ne converrete anche voi, a fine lettura, sto comunque disquisendo di cultura, e pure di quella molto alta.
Voglio parlare di montagna, ambiente che amo frequentare e che trovo assolutamente stimolante per le mie scritture, ma in tal caso voglio dissertarne in chiave sociale/sociologica – peraltro, non a caso, quanto andrete a leggere mi si è formulato nella mente proprio durante un’escursione sui monti…
Montagna in chiave sociale e/o sociologica, ho scritto: già, e voglio riferirmi in primis a quel processo che ha avuto inizio nel dopoguerra sull’onda dell’industrializzazione intensa del territorio italiano il quale, per via delle relative modificazioni alla società, al modus vivendi quotidiano, agli usi e costumi nonché, ovviamente, alla cultura, ha provocato un drammatico spopolamento delle aree di montagna e il conseguente deperimento generale dell’economia sussistente in esse. Un’economia rurale difficile, legata a poche attività faticose, scarsamente fruttuose – certamente molto meno che quelle industriali – inevitabilmente legate al clima e ai cicli stagionali. Per decenni i montanari sono emigrati, scendendo a valle nei paesi e nelle città ovvero dove le industrie sempre più in espansione abbisognassero lavoratori per l’incessante produzione di matrice via via consumistica. Di contro, la montagna si è trasformata in “divertimentificio”, come qualcuno l’ha definita, un luogo per il quale l’unica economia post-rurale possibile è stata ritenuta quella del turismo, e in particolare quella dello sci.
Un’evoluzione inevitabile, forse, quella della montagna nel 20° secolo, e sotto certi aspetti pure comprensibile – anche perché, banalmente, era impossibile pensare di aprire grandi fabbriche in mezzo ai monti, pensando di trattenere lì i residenti; tuttavia, tale evoluzione ha cagionato uno stato di “coma socioeconomico” profondo, alla montagna, privata di buona parte delle sue risorse umane e al contempo sfruttata in modo sovente insostenibile a fini turistico-speculativi. La si è creduta (ottusamente) per tanto tempo ricca, grazie al turismo, quando invece si stava impoverendo e sfiancando sempre di più.
Poi, negli ultimi anni, sulla scia della diffusione nel pensiero comune delle tematiche ecologiste e ambientaliste, oltre che di una sempre più condivisa avversione verso la società post-industriale, ultraconsumistica e verso tutti i danni da essa arrecati, c’è stato un certo ritorno alla montagna, soprattutto da parte di giovani i quali hanno riscoperto attività lavorative quasi scomparse – allevamenti, colture, sfruttamento sostenibile del territorio, eccetera – e che hanno fatto sperare in una (quasi miracolosa) inversione di tendenza, purtroppo per nulla sostenuta dalle istituzioni pubbliche le quali invece pare considerino già da tempo la montagna come una sorta di “zona morta”, priva di futuro – tra gli altri lo denunciò tempo fa con forza e a suo modo Mauro Corona, che da buon abitante del Vajont conobbe bene cosa può provocare il disinteresse della politica e delle classi dirigenti nei confronti del territorio di montagna. Si sa, la bieca e criminogena politica nostrana si fionda ovunque veda la possibilità di ricavi, di tornaconti, di intrallazzi e di inciuci, mentre altrove non si degna nemmeno di porre la pur minima attenzione…

Vorrei però ora porre la questione fin qui illustrata sotto una luce differente, di natura maggiormente sociologica – se non antropologica. Sì, dacché indubbiamente, se già la società post-industriale mostrava da tempo quanto ci fossero, dietro al (presunto) benessere diffuso, parecchie zone oscure, di degrado sociale, di scollamento pubblico, di ghettizzazione d’ogni sorta (tutte oscurità ben nascoste dalla chimera consumistica e dal panem et circenses imposto dal potere), la crisi finanziaria degli ultimi anni ha in qualche modo palesato ancora di più la natura anti-filantropica, per così dire, della società contemporanea, la sua mutazione in un sistema controllato dai poteri vigenti con modi sempre più oligarchici nel quale l’unico fine – per giunta assoluto – è quello della ricchezza e dell’influenza pubblica derivante, mentre ogni altro elemento basilare e necessario per una buona e democraticamente fruttuosa evoluzione sociale è stato sempre più messo da parte, se non a volte palesemente combattuto – vedi alla voce “cultura”, appunto. Abbiamo lasciato che la società da noi costruita, in cambio della possibilità (rivelatasi alquanto chimerica) di poter diventare tutti ricchi, distruggesse buona parte dell’umanità presente in essa, generando una socialità basata sull’avere, non più sull’essere, ecco.
Posto che se si vuole uscire dalla crisi in corso – la quale, qualcuno sostiene e temo a ragione, è stata ormai resa “cronica” dal sistema di potere proprio per fare che, grazie al costante stato di emergenza derivante, lo stesso possa arrogarsi il diritto di divenire ancora più soggiogante – e uscirne nel miglior modo possibile, bisogna indispensabilmente considerare di fondare la ripresa (termine da intendersi in senso generale, non solo economico ma pure, e soprattutto direi, etico) su una rinnovata consapevolezza culturale, sulla quale poi basare l’altrettanto fondamentale consapevolezza civica che, inutile dirlo, deriva anche da una virtuosa coesione sociale (mentre ora pare che l’egoismo, inteso come individualismo bieco, ottuso e direttamente generato dal sistema ultraconsumistico impostoci negli ultimi tempi, sia considerato il modus vivendi più figo da seguire). Bene: io credo che proprio la montagna, nel suo essere un ambiente comunque “difficile”, nel suo costringere l’uomo ad adattarsi ad essa e non viceversa – come è successo nelle pianure, con i danni da antropizzazione selvaggia che abbiamo tutti sotto gli occhi – con l’esigenza inevitabile di un rapporto di collaborazione quotidiana più stretta tra i residenti – perché, ovvio, gli agi, i servizi e i vizi della città mai potranno essere riprodotti tout court in mezzo ai monti – col suo conservare, tra le vette, un ecosistema umano che non diviene – anche nei casi peggiori – così corruttibile come quello della città e, ultimo ma non ultimo, col suo essere cultura – perché, non bisogna dimenticarlo mai, il paesaggio è cultura, e la difesa del paesaggio è azione culturale: se tale verità non fosse stata ignorata così profondamente, in Italia, avremmo meno scempi ambientali, meno dissesti idrogeologici, meno terreni e falde inquinate, e un territorio più bello e vivibile – possa rappresentare l’ambito migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) di una società finalmente più equa, più civica, più consapevole. Già da tempo immemorabile la saggezza popolare recita quel famoso detto, “la montagna è scuola di vita”: beh, con altre parole è proprio il senso di quanto vi sto scrivendo. Che poi, tale rinnovata società potrà comunque continuare ad essere supercapitalistica ma, nel caso, lo sarà con intelligenza, logica, assennatezza e onestà politica – dacché questo conta: ciò che si è, certo, ma ancor più come lo si è.
E’ un dato di fatto antropologico che l’essere umano, allontanato dalle logiche “urbane” (si intenda qui in senso negativo) e messo in contatto con la Natura, recupera in qualche modo un’etica quotidiana che invece la città, con il suo abbagliante luccichio, i suoi agi sfrenati, il suo mettere a disposizione tutto senza sforzo e l’offrire una soluzione a qualsiasi problema, ha purtroppo relegato nell’angolo più oscuro e ignorato dell’animo umano – lo diceva già Thoreau quasi due secoli fa. In montagna lo scempio ambientale è più evidente (il che purtroppo non ne ha evitati innumerevoli, ahinoi…), la prepotenza sociale è più lampante e più irrazionale, la speculazione economica e la dissennatezza civica balzano subito all’occhio, nel silenzio che tra i monti non è disturbato dal baccano urbano e mediatico. Voglio dire – e ribadire: la società civile in montagna non può non porsi di fronte a sé stessa, alle proprie azioni e al proprio presente, nel frattempo facendo gioco forza tesoro del passato e dovendo meglio immaginare e costruire il futuro; e ogni individuo, nelle terre alte, non può non partecipare a tale quotidianità sociale, per il semplice motivo che il primo a trarne vantaggio sarà proprio lui (sarebbe così ovunque, inutile dirlo, ma sappiamo bene come la realtà sia ben diversa). Dunque proprio dalla montagna potrebbe venire un (rinnovato) modello di società civile che da tale ambiente ancora tutto sommato puro – o comunque meno corrotto che quello cittadino iperantropizzato – mutui le migliori virtù vitali, e dal progresso contemporaneo le migliori tecnologie e le più proficue evoluzioni sociali. Paradossalmente, mi viene da pensare e sperare, proprio quelle condizioni che dal dopoguerra in poi causarono lo spopolamento della montagna potrebbero essere le stesse che, in tutta la loro inesorabile schiettezza, consentano di rigenerare una società autenticamente umana nella quale l’uomo, l’essere umano, il cittadino, l’individuo libero, torni ad essere il centro. Così come dovrebbe essere e dovrà sempre essere in futuro, in qualsiasi forma sociale, se vogliamo che la nostra civiltà continui ad essere considerata tale e non diventi invece uno spaventoso mondo alla 1984 di Orwell.

Insomma, per concludere: la montagna e la sua Natura (in senso generale) ancora “brada” possono concedere all’uomo quello spazio di azione civica che la città – ovvero l’ambito industrializzato, superantropizzato, ipermediatizzato, socialmente degradato e soggiogato alle più basse strategie consumistiche – forse non può più offrire, a causa dell’imminente autosoffocamento sociale. Bisogna salire, per ritrovare noi stessi e il mondo “nostro” – quello che dovremmo desiderare per vivere bene: all’apparenza quasi un anelito spirituale (come lo interpretò Henry Wadsworth Longfellow in quel celebre componimento dal quale lo stesso Club Alpino Italiano trasse il proprio motto: Excelsior!, letteralmente “più in alto”, in un’epoca nella quale la montagna era ancora totalmente viva) che tuttavia, qui, io mi auguro possa essere un concretissimo invito a ritrovare la migliore via sociale da seguire, per non ritrovarsi sempre più ridotti a numeri uguali a tanti altri, dunque formalmente inutili, in una società simile a un arido e sterile deserto etico.

(In testa al post: Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979)