





A quanto pare, in alta Valsassina (provincia di Lecco), si vuole perseverare con il progetto “Winter e Summer” con il quale installare una seggiovia all’Alpe di Paglio, comprensorio sciistico chiuso da oltre vent’anni perché insostenibile sia dal punto di vista economico che da quello climatico, oltre a innevamento artificiale e nuovi parcheggi, spendendo almeno 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici.
È un progetto che più volte in passato, quando ne ho scritto (qui), ho giudicato inammissibile ed è destinato a fallire nel momento stesso in cui nasca. Ciò per diversi evidenti motivi: la “nuova” seggiovia (in realtà un impianto usato e reinstallato in loco, pare), è posta quasi del tutto al di sotto dei 1700 metri di quota, quella che ad oggi, sulle Prealpi Lombarde, segna il limite al di sotto del quale le precipitazioni nevose e la permanenza della neve (sia essa naturale e artificiale) al suolo non è più garantita (si veda qui sotto l’eloquente grafico del Centro Geofisico Prealpino, appositamente chiesto al riguardo e specificatamente riferito alle Prealpi lombarde, dove si trova l’Alpe di Paglio);
la località non ha alcuna possibilità di reggere la concorrenza del ben più strutturato comprensorio dei Piani di Bobbio-Valtorta, per giunta più facilmente e rapidamente raggiungibile, e nemmeno dei comprensori della provincia di Sondrio più vicini a Milano e al suo hinterland settentrionale; il progetto non fornisce né garanzie e né stime della sostenibilità economica delle infrastrutture da realizzare, che dunque, nel caso probabile di perdite, facilmente finiranno di nuovo in capo alle casse pubbliche; il progetto non ha alcuna possibilità di rilanciare né il turismo né l’economia locale, essendo di matrice monoculturale e privo di qualsiasi sviluppo progettuale organico con le altre potenzialità socio-economiche locali, non generando di conseguenza alcun vantaggio concreto per la comunità locale.
Non solo: l’Alpe di Paglio (della quale vedete alcune immagini qui sopra, con la ex pista di discesa), proprio per l’assenza di impianti di risalita e sciatori, è diventata in questi anni un’affermata meta del turismo invernale dolce, con grande presenza nei fine settimana (in cui vi sia la neve) di scialpinisti, ciaspolatori, escursionisti, famiglie con bambini. Saliteci in qualsiasi domenica di bel tempo e faticherete parecchio per trovare parcheggio. Di contro, il progetto dei comuni di Casargo e Margno risponde al solito bieco modello del “luna park alpino”: pretende di consegnare la località al dominio monoculturale ed “esclusivo” (in quanto esclude ogni altra fruizione del luogo) dello sci da discesa dimostrando l’assenza di volontà e di visione nell’elaborare un progetto di frequentazione turistica ben più consono al luogo, alle sue caratteristiche, alla sua realtà climatica e ambientale attuale e futura, alle sue peculiarità, che sappia mettere in relazione organica tutto ciò che sa offrire il territorio al fine di trarne uno sviluppo complessivo e equilibrato. Il che sarebbe peraltro un modo molto più adeguato di spendere delle risorse pubbliche, le quali invece – ribadisco – stanne per essere buttate in un progetto senza futuro e che rischia di banalizzare, da subito, e degradare pesantemente con il passare del tempo il territorio coinvolto.


Un bel disastro, insomma, della cui dannosità, se il progetto andrà avanti e come sempre in questi casi, ci si renderà conto quando ormai sarà troppo tardi.
Carenno, il comune più elevato della Val San Martino, posto a 635 metri di quota sull’orlo di un ampio pianoro prativo a vista sulla valle dell’Adda, tra le ultime propaggini del Resegone e la dorsale dell’Albenza che vi donano un paesaggio montano di grande fascino, possiede pure uno dei centri storici più belli e meglio conservati di tutta la zona ma, nonostante ciò, poco conosciuto. È un dedalo di viuzze a volte larghe poco più d’un metro, che si dipanano da quello che era il primigenio nucleo fortificato, con una torre duecentesca nel mezzo, una chiesa quattrocentesca e un gran numero di angoli suggestivi, edifici caratteristici, corti affascinanti, portali ad arco, muri medievali le cui pietre rapprendono il passare dei secoli e un’atmosfera sospesa nel tempo per la quale sembra veramente di stare all’interno di un castello montano posto tra i monti con una mirabile vista su un’ampia parte dell’alta Lombardia.
Un luogo da visitare e conoscere, insomma, capace di raccontare numerose storie, nozioni, aneddoti, curiosità di secoli se non millenni fa e pure qualche arcano. Un luogo che potrete visitare domenica prossima 26 aprile grazie a “Carenno In Cultura”, un percorso a tappe nel centro storico del paese guidato dal professor Fabio Bonaiti, tra i più prestigiosi esperti di storia locale non solo valsanmartinese, e dal sottoscritto. Vi accompagneremo nel labirinto di viuzze, vicoli e corti garantendovi che non ci perderemo se non tra le mille storie che vi racconteremo e, anzi, “regalandovi” qualche intrigante sorpresa – anche da gustare!
Sono previste partenze dei gruppi dalle 14.30 fino alle 16.30, in base alle persone presenti; ovviamente è tutto gratuito ma è consigliabile la prenotazione, che potete fare tramite il QR code qui accanto o sulla locandina. Per qualsiasi altra informazione potete scrivere a carenno@in.it oppure a procarenno@gmail.com.
Credo proprio che la giornata rappresenterà una bella occasione per conoscere un luogo più di quanto pensavate di conoscerlo e di vivere un’esperienza suggestiva e interessante tra storia, tradizioni, cultura e sapori tipici locali: noi faremo del nostro meglio per conseguire questo risultato e farvi divertire. Dunque, mi auguro vivamente che potrete e vorrete partecipare: iscrivetevi numerosi e ci si vede domenica a Carenno!
Penso spesso – o, meglio, ne sono intimamente convinto – che la montagna non ha bisogno dell’uomo mentre l’uomo ha bisogno della montagna. Esisterebbero lo stesso, le montagne, noi invece esisteremmo senza di esse? Sì, probabilmente, ma non bene come lo possiamo fare grazie ad esse, a ciò che ci sanno dare sia materialmente che immaterialmente, al senso delle nostre vite nelle quali – per le quali – scegliamo di salire verso l’alto, verso le vette, per godere di tutto ciò che ci sanno dare.
Tuttavia, ci sono uomini che servono alle montagne e abbisognano a noi che le frequentiamo (e anche a chi non le frequenta), perché hanno il dono di saper tradurre in voci e parole ciò che le montagne raccontano. E ce n’è bisogno perché molti altri uomini la montagna non la vogliono e non la sanno ascoltare, così da lasciare libera la propria prepotenza verso di essa con tutte le conseguenze dannose che ne inevitabilmente derivano.
Matteo Righetto è uno di quegli uomini, una di quelle persone che ci aiuta ad ascoltare, conoscere, comprendere le montagne: con la sua attività culturale, i suoi libri (bellissimi, da leggere assolutamente) e con “Per Silenzio e Vento”, il film che lo vede protagonista e che sarà presentato in anteprima nazionale sabato 25 aprile al Trento Film Festival 2026, del quale sarà l’evento di apertura: date un occhio qui per saperne di più.
La domanda da cui nasce il film è proprio quella accennata: se la montagna potesse parlarci, sapremmo ascoltarla? Da tale interrogativo si sviluppa il cammino e il racconto di “Per Silenzio e Vento” tra vallate e vette dolomitiche, un cammino che per Righetto si fa viaggio interiore nel quale l’alpinismo, il salire verso l’alto sulle vette montane, assume significati nuovi: diventa ascolto, relazione, responsabilità, esplorando il legame spirituale tra l’essere umano e l’ambiente montano. Un legame che ogni uomo ha dentro anche se poi non tutti manifestano frequentando le montagne, che le rende necessarie per chiunque come detto. Attraverso lo sguardo di Matteo Righetto e il suo incontro con alpinisti, studiosi e persone che in montagna vivono e lavorano (Reinhold Messner, Erri De Luca, Enrico Camanni, Katharina Lunger, Wafaa Amer), il film riflette sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ecologica e di pressione turistica.
Trovate maggiori informazioni su “Per Silenzio e Vento” qui e, se potete e ne avete l’occasione, andate a vederlo. Sono certo che sarà un’esperienza che vi lascerà molto di buono e importante nella mente, nel cuore e nell’animo. Qualcosa di cui anche le montagne hanno bisogno.
Questo – almeno per alcuni – è un post anti-like, sappiatelo, ma voglio scriverlo (anche se è un off topic) perché, nel bene e nel male, sono – tento di essere – umano. E chiunque pensi che sia un post pro o contro qualcono o qualcosa è un cretino.
Qualche giorno fa c’è stata un’ennesima strage di migranti, nel Mediterraneo, con più di 70 dispersi – cioè morti, per dirla giusta. La notizia è sfilata via sulla stampa tra quelle secondarie e rapidamente è sparita; qualche media nemmeno l’ha riferita. Ormai, mi pare chiaro, che avvenga questa strage continua di persone innocenti è diventata la norma, è accettata, è così, amen.
Nel 2026 sono già 990 le persone decedute o disperse nel Mediterraneo. Nel 2025 quasi 2.200, mentre dal 2014 sono 34.200, tra le quali ogni anno almeno 100 bambini. È una guerra che noi stiamo combattendo contro un nemico che siamo noi ad aver dichiarato tale e che non si può difendere. Che non vogliamo si possa difendere.
Dunque, mi chiedo in tutta franchezza: tra lo Stato di Israele che massacra i palestinesi a decine di migliaia e noi italiani/europei/occidentali che facciamo morire in mare i migranti a decina di migliaia, nella sostanza che differenza c’è? Forse, io temo, solo il metodo in uso per ammazzare tutte quelle persone, tutti quegli umani. Modi differenti, identico risultato.
Ecco: di fronte a ciò, ogni altro discorso – pro, contro, aiutiamoli a casa loro, accogliamoli tutti, respingiamoli, integriamoli, eccetera – perde qualsiasi senso, buono o meno che sia, e ci lascia soli con la nostra enorme, ignobile colpa. Che, come il più spietato aguzzino, ovviamente non sentiamo di avere.