Tra le varie azioni che si possono mettere in atto per passare dalle parole (importantissime, sia chiaro, ma a volte sterili) ai fatti e aiutare in concreto il popolo palestinese, ce n’è una particolarmente semplice, efficace e… gustosa: bere la Gaza Cola!
Come il nome fa intuire, è una bevanda il cui gusto si ispira a quello della Coca Cola la cui produzione è al 100% di proprietà palestinese. Nasce nel 2023 dalla Palestine House di Londra, centro culturale e spazio per co-working gestito da giovani palestinesi nel centro della capitale britannica, con l’intento di sostenere progetti umanitari a favore della popolazione di Gaza. In particolar modo Gaza Cola intende supportare la ricostruzione dell’Ospedale Al-Karama a Gaza Nord, gravemente danneggiato dai bombardamenti israeliani, il quale rappresentava un punto di riferimento essenziale per la comunità locale offrendo servizi ospedalieri cruciali come maternità, chirurgia generale, cure pediatriche e ortopediche.
Tutte le altre info sul progetto e sulle sue finalità le trovate nel sito della bevanda, dove ovviamente potete anche acquistarla.
La Gaza Cola c’è in versione “Classic” e “Sugar Free” e costa pochissimo: solo 32 Euro per un cartone di 24 lattine da 250 ml, spese di spedizione incluse. Il mio cartone “Sugar Free” – di gusto un poco più dolciastro dell’originale americana – è appena arrivato: sarà il primo di tanti e me li assaporerò al meglio perché si tratta di un gesto semplice tanto privo di ideologia quanto ricco di bontà, nel senso più ampio e soprattutto umano del termine.
Questo post è un off-topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui nel blog, e contiene alcune riflessioni personali su cose accadutemi di recente verso le quali ovviamente non ho la supponenza di credere che possano interessare chi le legge: se sì mi fa piacere, se no fa nulla, più che altro le appunto per me stesso, al fine di farne meglio decantare ciò di cui raccontano e, magari, coglierne un portato più ampio. Magari si tratta solo di banali corbellerie, ma spero di no.
Il titolo, intuirete, viene dal quasi omonimo romanzo di Peter Cameron, spiegherò poi perché.
Infine, il testo è un po’ lungo e me ne scuso. Se vi annoia siete autorizzati ad abbandonarlo senza problemi.
[Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay.]Il periodo di festività di fine anno appena passato è stato piuttosto tribolato per me: colpa di un incidente neuromotorio, niente di troppo grave ma estremamente doloroso, abbastanza da passare le notti e le giornate di Natale e Santo Stefano tra pronto soccorso ospedaliero, ambulanze e guardie mediche per cercare di sedare il dolore e gli effetti conseguenti, fino a che – dopo altri che hanno fallito – un potente farmaco intramuscolare ha quanto meno raggiunto tale scopo.
Tutto qui. Ribadisco: niente di che, c’è di ben peggio. Infatti non è questo il punto. Ovvero non lo è stato l’incidente occorsomi e quel dolore così inopinatamente forte (ho in curriculum una bella lista di fratture sportive, un po’ di esperienza al riguardo me la sono fatta!) che mi ha imposto di correre al pronto soccorso del più vicino ospedale alle tre della notte di Natale per tentare di farmelo lenire.
Semmai è stato il senso che di quel dolore ho còlto, ciò che lo rende esperienza tra le più intense che si possano vivere, l’ascolto meditato delle sensazioni e delle percezioni che sentivo in me nel mentre che tentavo di resistervi. Lo scopo di esso, se così posso dire e per come me lo sono chiesto in quei momenti: cioè se uno scopo potesse e possa esserci, si possa trovare o si debba in qualche modo trovare, anche per una condizione di così percepito disagio psicofisico, peraltro vissuto nel mezzo di altri disagi – presso un pronto soccorso ospedaliero e proprio durante la notte di Natale – ciascuno dei quali unico e singolare al netto della loro gravità, condivisi soltanto nella loro manifestazione sincrona.
Dico una banalità: salvo rari e fortunati casi, il mondo nel quale oggi viviamo ci porta a condurre una vita parecchio convulsa, frenetica, a volte nevrotica, spesso stressante, che tuttavia affrontiamo senza pensarci troppo: perché «va così», abbiamo tante cose da fare, impegni da sostenere, forse obiettivi da raggiungere, dunque la strategia di fondo che gioco forza scegliamo al riguardo è quella di ottimizzare il più possibile tutto – azioni, tempi, movimenti, spazi, attese, riposi… – di contro cercando similmente di evitare qualsiasi ostacolo, impedimento, difficoltà, fastidio che rischierebbe di guastare il tentativo di ottimizzazione della quotidianità. A questo atteggiamento siamo portati anche dal modus vivendi comune e dagli immaginari sui quali si conforma, che per quanto sopra tendono a renderci più sensibili alle cose leggere e spensierate – ergo spensieranti – invece di quelle più infastidenti e opprimenti: è legittimo e naturale, ci mancherebbe, almeno fino a che il naturale desiderio di spensieratezza non diventi una condotta troppo superficiale e stupida. Tra mille problemi piccoli e grandi da affrontare quotidianamente, e per meglio sopportare l’impegno relativo oltre che bilanciarlo, è ovvio che si provi tutti quanti a restare sereni e contenti in ogni modo possibile e senza pensare troppo al come.
Posto ciò, il dolore è uno degli “ostacoli” che più di altri, forse più di tutti, cerchiamo in ogni modo di scansare, Il dolore autentico, intendo dire, la cui forma può essere diversa (dolore fisico, morale, emotivo, spirituale…) ma la sostanza è la stessa: una delle condizioni fondamentali della natura vivente senziente per come si fa esperienza multidimensionale di valore unico, singolare e specifico; nulla a che vedere dunque con certo altro “dolore”, presunto tale, in realtà un artefatto psicologico e culturale totalmente avulso dalla sfera psico-fisica che alla fine si fa manifestazione di miseria umana egoriferita (i «dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta», come diceva Longanesi) oltre che un meccanismo di finzione e propaganda socioculturale sempre più adattato alla comunicazione massmediatica. No, io parlo del dolore che nel momento in cui si fa percezione concreta che supera ogni altra sia nel corpo che nella mente, subito ci pone a vacillare sull’orlo di un abisso la cui profondità non sappiamo valutare ma comunque ci sembra incommensurabile.
Siamo in otto miliardi di persone, al mondo, ci sono almeno otto miliardi di dolori – piccoli, grandi, intensi, leggeri, profondi, vaghi… non conta: l’esperienza del dolore è sempre singolare, come ho già detto, e da che ci stiamo, al mondo, il nostro atteggiamento verso il dolore si è sempre manifestato in due modi sostanziali, lo racconta bene la storia della filosofia: cercare di spiegarsi il dolore come esperienza e tentare di combatterlo e superarlo – in vari modi, anche stoicamente. Io, in quelle giornate natalizie a cui ho fatto cenno, ho vissuto il mio personale dolore e nel mentre stavo al pronto soccorso in attesa che il personale medico facesse qualcosa per alleviarmi la sofferenza (poca o tanta che fosse, in quei momenti era insopportabile, appunto), vedevo altre persone con i loro personali dolori ma senza che da ciò ne ricavassi alcuna forma di compassione. Non sentivo alcuna condivisione di stato, di esperienza, dunque alcun sollievo, anzi; di contro, osservavo e pensavo se anche quelle persone come me stessero cercando di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse un senso al loro dolore, se lo stessero già metabolizzando in esperienza singolare oppure, viceversa, se attraverso la sofferenza patita (più o meno grande fosse: ripeto, non è questo il punto) cercassero di scacciare via qualsiasi sedimentazione possibile del loro dolore, da quella fisica a quella psicologica, morale, emotiva, così sperando solo di uscirne al più presto e dimenticare altrettanto rapidamente, proprio in forza dell’aura negativa che il concetto di “dolore” assume nell’immaginario comune oltre che per la vivida e spiacevole sensazione di qualcosa che non vada nel proprio corpo – la causa del dolore, l’ostacolo imprevisto da superare alla svelta.
Vengo al punto di queste mie riflessioni. Quella notte di Natale – proprio la notte di Natale! – al pronto soccorso, mentre nell’attesa del triage mi contorcevo per cercare di alleviare la sofferenza (a stare in piedi mi faceva male, a stare seduto peggio e non osavo chiedere di stendermi su una delle barelle lì presenti; intorno a me, qualche solito tossico, una tenera vecchietta in età parecchio avanzata con dolori allo stomaco e figli al seguito, una ragazza con una ferita sulla fronte, un ragazzo non vedente che nell’attesa si era addormentato su una delle sedie della sala d’aspetto, una signora in attesa di qualcuno evidentemente già in assistenza) ho cominciato a chiedermi non tanto se quel dolore avesse un senso (culturalmente si tende a credere che non lo possa avere, in forza di ciò di negativo che provoca) ma quale potesse essere, ammettendo da subito che ne avesse uno, e dunque quale scopo potessi identificarvi nei riguardi di me stesso, ugualmente accettando senza alcun dubbio che uno scopo possa e debba avere, in quanto condizione fondamentale dell’esistenza vitale tanto più di una creatura intelligente e senziente quale è l’animale-uomo, capace di trarne un’esperienza altrettanto fondamentale.
Ecco, se pur è comprensibile e legittimo pensare di evitare prima e poi nel caso di combattere il dolore, ho pensato che è una cosa sostanzialmente inutile farlo. Per meglio dire: ho pensato che il dolore è una eventualità necessaria. In parole povere, che si debba provare il dolore, ogni tanto, che lo si debba affrontare non passivamente ma nemmeno stoicamente oppure cercando sollievi meramente materiali evitando di comprendere la situazione di sofferenza dentro se stessi. Insomma, che “serva” il dolore e, nel momento in cui tocca viverlo e sopportarlo, che sia necessario comprenderlo nel contesto della propria esperienza personale in quel momento di sofferenza e ancor più appena dopo, dagli istanti successivi. Cercare di evitarlo è un atteggiamento naturale e comprensibile, pensare di evitarlo è stupido, tentare di alleviarlo senza farne decantare il senso esperienziale nella propria mente, nell’animo e nello spirito è misero oltre che sterile. Un’occasione persa – d’altro canto inevitabile prima o poi – per accrescere la consapevolezza verso se stessi e la propria vita. Vita che, se per ipotesi assurda, fosse talmente fortunata da non proporre mai alcun dolore o sofferenza sarebbe certamente confortevole ma più povera da vivere e molto meno dotata di senso.
Quindi, ho pensato un’altra cosa: che è altrettanto necessario ammettere e così comprendere quanta grande forza ci può essere nell’inesorabile fragilità che il dolore e la sofferenza conseguente rendono palesi in noi, soggetti che spesso e volentieri ci crediamo (perché ci piace e serve crederci) così forti, sicuri di noi, inattaccabili, eppure alla fine tanto timorosi di dover affrontare nel corso delle nostre vite cose spiacevoli come il dolore autentico o un altro di quegli ostacoli a cui ho fatto cenno prima. Proprio perché l’esperienza del dolore palesa la nostra fragilità, bisogna produrre da essa la consapevolezza di dover elaborare la forza necessaria a equilibrare tale fragilità. Che è, una condizione inevitabile, quindi da vivere, non da ignorare o negare oppure pensare di contrastare.
In altre parole, ho pensato che è necessario saper ricavare dalla riflessione e dal tentativo di comprensione e assimilazione del senso e dello scopo del dolore patito un proprio personale ethos, un carattere, una disposizione, specifica della circostanza e del momento ma al contempo unanime a quella condotta vitale consapevole che dovrebbe guidare qualsiasi buon individuo – ovvero chi voglia essere tale, per se stesso e per il contesto nel quale vive – nel proprio tempo al mondo. E quindi da questa “ethos” elaborare una ethikos, una “nozione culturale” (vorrei dire prima “filosofica” ma mi sembra fin troppo, in forza del suo naturale e necessario pragmatismo) che possa farsi subitamente ingrediente importante di vita e di esistenza quotidiana, alimentandone da quel momento in poi il senso e la sostanza concreta, sia materiale (nelle azioni quotidiane) che immateriale (nel pensiero alla base delle azioni quotidiane).
Il dolore, quando ci si trova a doverlo affrontare – e prima o poi succede, ripeto – è un’esperienza talmente profonda che non posso non pensare sia e debba essere utile. Non posso credere che, in un modo o nell’altro e al netto della sofferenza e di ogni altro suo portato fisico, il suo senso possa farsi scopo e elemento a me utile per cercare di diventare una persona “migliore” o, quanto meno, più umanamente strutturata di prima, per così dire. Dunque il punto non è tanto nel “superare” il dolore patito – in qualche modo questo accade naturalmente, col tempo – e ovviamente nemmeno nel farne una condizione stoicamente cronica (sarebbe solo un tentativo puerile e degradante di alleviarlo) magari condivisa con altri, ma farne scopo, significato, nozione e quindi esperienza sensibile nel senso più alto, ampio e compiuto di tale definizione. Qualcosa che diventa parte integrante della mia esistenza, vi si deposita e matura, riverberandosi in me stesso, nelle mie azioni personali e, in modo profondamente empatico, nella relazione con il mondo nel quale vivo e con ogni cosa che contiene. Credo che «l’esperienza del dolore che sta nella circolarità tra danno e senso» (Natoli) deve elaborarsi in nuova, per certi versi inopinata, empatia relazionale per me stesso e da me stesso verso il mondo. Il che in fondo rappresenta, a mio modo di vedere, l’unico aspetto di “condivisione” possibile dell’esperienza del dolore che d’altro canto, come detto, in quanto tale resta sempre e comunque singolare e soggettiva, unica, speciale.
Ecco perché un giorno – anzi no, da subito quel dolore patito nei recenti giorni festivi mi è e mi sarà utile. Nei momenti che vi ho descritto il titolo del libro di Peter Cameron, che non ho mai letto, mi si è acceso in mente e da allora pulsa come una scritta al neon la cui luce chiara e calda si riverbera intorno, illuminando i pensieri e spargendosi fin giù nell’animo e nello spirito. Da qui viene la scelta del titolo per le riflessioni che, forse, avete letto.
Questo è quanto volevo (dovevo) mettere nero su bianco.
Grazie di cuore a chiunque leggendo sia giunto fino qui, alla fine.
Questo è un post off topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui sul blog, ma al quale tengo molto.
Riguardo l’episodio della bambina migrante salvata e unica superstite di un natante affondato con decine di altre persone a bordo, tutte disperse ergo decedute, leggo sui giornali che avrebbe «riacceso i riflettori» (espressione giornalistica tipica, in questi casi) sulla questione dei flussi migratori irregolari nel Mediterraneo.
[Immagine tratta da mediterranearescue.org.]Ma non è certo questo il punto di tale notizia diffusa in simili circostanze, semmai il punto vero è che quei riflettori siano spesso spenti e vengano riaccesi per qualche momento solo in presenza di una tragedia con numerosi morti – perché se i morti sono pochi l’interruttore per accenderli non viene nemmeno sfiorato.
Personalmente trovo questa situazione, ormai cronica, barbaramente spaventosa e inaccettabile. O si trova finalmente il modo di non costringere le persone a lasciare i loro paesi d’origine per migrare, facendo una reale pressione sui rispettivi governi affinché garantiscano condizioni di vita dignitose alle loro popolazioni (vi ricordate il «aiutiamoli a casa loro»? Ecco, il solito quaquaraquà propagandistico), oppure, se i migranti prendono la via del mare e in qualsiasi modo lo facciano, vanno salvati. Lo sanciscono le convenzioni giuridiche internazionali (che peraltro sono leggi di valore sovranazionale che non può essere in alcun modo scavalcato dagli stati nazionali), ma ancora di più lo sancisce il fatto di essere umani. La gestione politica dei flussi migratori, qualsiasi essa sia, viene dopo: prima si salvano le vite. Punto. In dieci anni nel solo Mar Mediterraneo sono scomparse più di 31.000 persone, molte delle quali bambini: è scandaloso, intollerabile, una macchia di vergogna ormai indelebile sulla “bella immagine” della civile e democratica Europa, che poi puntualmente versa lacrime di coccodrillo per qualche attimo e appena dopo spegne di nuovo i suddetti “riflettori” così che nel buio non si veda e non ci accorga più di nulla – ma intanto accende le luci natalizie augurando “pace e bene” a tutti. Proprio!
Da anni sostengo, per quel poco che posso, alcune Ong che tra le attività umanitarie svolte contemplano quelle SAR nel Mediterraneo. Ne sono fiero e spero di poter continuare questo sostegno ancora per lungo tempo. Ribadisco: per quanto mi riguarda non è per nulla una questione politica, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma è antropologica, sociologica, culturale e, innanzi tutto, di umanità. E basta.
I più ricorderanno Toriyama per essere l’autore di Dragon Ball; io invece lo voglio ricordare per Dr. Slump & Arale, uno dei manga e degli anime più folli e al contempo più geniali che abbia mai conosciuto (ma io dire il più folle e geniale in assoluto: di quella follia che di primo acchito può sembrare tale ma in realtà, a pensarci bene, è pura genialità), del quali mi nutrii prima da adolescente in TV, con la prima serie di cartoni animati mandati in onda in Italia negli anni Ottanta (quella successiva degli anni Duemila risultò invece parecchio edulcorata delle sue originarie bizzarrie) e poi con i manga editi da Star Comics. Al punto da poter designare Dr. Slump come formativo – a modo suo – per il sottoscritto a fianco di altre grandi ispirazioni personali: come Nietzsche, Reclus, Thoreau, D’Annunzio o Battiato oppure i Monty Python, per citarne alcune. Già.
Fatto sta che io da otto anni e più resto letteralmente basito nel constatare come quello che a tutti gli effetti, nel bene e nel male, è ancora lo stato più influente e importante del mondo possa accettare di eleggere alla propria massima carica istituzionale un teppista delinquente e ignorante oppure un vecchio ottenebrato e irresoluto. E che i due schieramenti politici a cui i soggetti citati fanno riferimento, a loro modo i maggiori e più importanti partiti di “destra” e di “sinistra” del mondo occidentale, non sappiano far altro che adeguarsi a quelle due figure talmente sconcertanti e fuori dal tempo. Siano pure rappresentative dei rispettivi elettorati, determinano un’immagine e una considerazione del loro paese – la massima superpotenza mondiale, ribadisco – drammaticamente miserrima e problematica. Ecco.
P.S.: quattro anni fa al riguardo scrivevo questo, ma se cercate nel blog trovate molti altri post dedicati all’America degli ultimi anni.