Grandi misteri irrisolti (o quasi)

Vi sono dei grandi misteri, in questo nostro mondo, che continuano a permanere enigmatici sfuggenti, inspiegabili.

Gli UFO, ad esempio: veramente delle civiltà extraterrestri visitano il nostro pianeta con le loro astronavi?

Oppure: nel lago scozzese di Loch Ness sopravvive sul serio una mostruosa creatura preistorica?

Il mitologico continente di Atlantide è realmente esistito?

E come fa Kirsty Coventry, la presidente del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, a sostenere che quella delle Olimpiadi di Milano Cortina è «un’organizzazione meravigliosa» a fronte dei soldi pubblici spesi oltre ogni limite, della gran parte delle opere incompiute o nemmeno iniziate, di quelle fatte male e inutili, degli gravi impatti ambientali e paesaggistici, dei tanti, troppi disagi imposti alle popolazioni coinvolte e di tutto il resto che abbiamo dovuto contemplare in questi anni?

È un mistero inspiegabile, appunto. Forse.

In ogni caso di tale mistero se ne occupa anche l’ultimo numero (il 1650, in edicola dal 30 gennaio) di “Internazionale”, dimostrandone di nuovo tutta la sconcertante inestricabilità:

L’ignobile DaD in Valtellina per le Olimpiadi

[Un volantino affisso a Sondrio contro la DAD. Immagine tratta da www.sondriotoday.it.]
Personalmente, e in tutta franchezza, trovo che la decisione che sarebbe stata presa in Valtellina di sottoporre parte degli studenti locali alla Didattica a Distanza (DaD) nel periodo delle Olimpiadi di Milano Cortina, anche in forza della soppressione di alcune corse del trasporto pubblico al fine di agevolare il traffico sulle strade che portano verso le sedi delle gare olimpiche in alta Valtellina, sia semplicemente vergognosa.

Nonostante la sua apparente marginalità nell’intera vicenda olimpica, credo che l’idea che la giustifica sia tra le più indegne e inquietanti, anzi: nella decisione è possibile intravedere anche cenni di anticostituzionalità, innanzi tutto per come leda l’equità del diritto allo studio garantita a tutti i cittadini (articoli 3 e 34) oltre che la qualità dello studio stesso, in base a motivazioni del tutto effimere (un evento sportivo con partecipazione pubblica ludico-ricreativa come sono le Olimpiadi, appunto).

Si tratta di un ennesimo schiaffo in pieno volto ai territori e comunità alle quali le Olimpiadi sono state imposte, assoggettandoli a opere e infrastrutture sovente opinabili e negando loro qualsiasi interlocuzione (altro evidente elemento di anticostituzionalità) e ciò solo per garantire e legittimare la relativa propaganda strumentale da parte di chi le Olimpiadi le ha volute e ora non vuole ammetterne il fallimento organizzativo e politico ormai per molti aspetti evidente.

[La pagina che il 22 gennaio il quotidiano “La Provincia” ha dedicato alla questione.]
È bene ricordare che la DaD è una procedura didattica emergenziale che viene giustificata soltanto da situazioni eccezionali e altrimenti ingestibili, come fu nel periodo della pandemia da Covid, la quale necessita di una metodologia didattica specifica che limiti il più possibile l’altrimenti inevitabile disequilibrio nel diritto allo studio costituzionalmente garantito, come già detto.

Qui invece, per l’ennesima volta, ci si trova di fronte a un’imposizione di matrice politica profondamente priva di senso civico e sostanzialmente antidemocratica. Piuttosto, è ormai palese che l’unica reale emergenza, nei territori olimpici, è proprio quella generata dall’impatto delle Olimpiadi sulle comunità e dalla relativa gestione nefasta di chi ne è stato/ne è responsabile. Punto.

Il nuovo “centro per migranti olimpici” di Cortina. Anzi, no!

Il governo italiano in carica prosegue con il suo piano strategico di realizzazione di centri di accoglienza per richiedenti asilo e, dopo quelli in Albania (immagine sopra), a breve ne aprirà uno nelle Dolomiti bellunesi (immagine sotto), nei pressi di Cortina d’Ampez…

Chiedo scusa, ma mi dicono che quello nelle Dolomiti bellunesi non è un centro per richiedenti asilo ma il nuovo villaggio olimpico per gli atleti che gareggeranno nelle imminenti Olimpiadi di Milano Cortina.

Ah.

Come commenta sulla propria pagina Facebook Antonio De Rossi, tra i più rinomati architetti e accademici “alpini”, «Qualcuno per favore vada alla tomba di Edoardo Gellner a sedarlo!» Be’, non ci andranno certo i gerenti olimpici, per come venga da ritenere che Gellner nemmeno sappiano chi sia.

Intanto, i Giochi di Milano Cortina stanno farcendo il proprio “disastro olimpico” anche di opere oggettivamente brutte e raffazzonate. Temo sia l’ennesima dimostrazione dell’estremo dilettantismo con il quale è stata condotta l’organizzazione olimpica, oltre a un’ulteriore brutta figura imposta al paese. Che non ne aveva affatto bisogno, ça va sans dire.

«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.

La pandemia continua. No, non quella dei ponti tibetani ma degli amministratori sconnessi


Come vedete dall’articolo qui sopra, purtroppo continua tale deleteria e desolante pandemia, che stavolta sta “colpendo” in Valle Camonica, già ai piedi dei contrafforti meridionali dell’Adamello e appena fuori dall’omonimo Parco Regionale.

No, non tanto la pandemia dei “ponti tibetani” e delle amenità turistiche similari, ma di alienazione, spaesamento culturale, dissonanza psicogeografica – un bias cognitivo che si può definire in vari modi – degli amministratori pubblici locali rispetto ai loro territori, dei quali evidentemente non capiscono le reali specificità e potenzialità pensando invece di valorizzarne la bellezza attraverso quelle banali attrazioni meramente ludico-ricreative.

A riprova di ciò basta leggere come tale nuova “giostra turistica” – che si aggiunge ad una già presente “panchina gigante” – viene definita: «un’opera unica e innovativa», «un’infrastruttura strategica», «un’immersione totale nella nostra natura incontaminata», eccetera. Affermazioni (sempre le solite ovunque si facciano infrastrutture simili, peraltro) palesemente immotivate e prive di nesso con la realtà effettiva delle cose, soltanto funzionali al tentativo di giustificare attrazioni che “valorizzano”, sì, ma esclusivamente se stesse nel mentre che invece degradano e abbrutiscono il luogo che le ospita.

Avranno successo inizialmente, è probabile, e i loro promotori se ne vanteranno a destra e a manca; poi, in breve tempo, verranno sempre meno frequentate (anche perché intanto, altrove, si sarà realizzato qualche ponte ancora più lungo, qualche passerella più alta, qualche panchinona più grande) per finire abbandonate in un luogo che non avrà goduto di alcuna sostanziale valorizzazione restando invece più deserto, banalizzato e, appunto, più degradato e brutto di prima. Oltre che più povero, visto che sovente quelle opere vengono realizzate con soldi pubblici, risorse sottratte a una reale, sensata e proficua valorizzazione del territorio locale o ai bisogni concreti della comunità ivi residente.

[I resti della Rocca di Cimbergo, risalente al XII secolo, nei pressi della quale arriverebbe il nuovo ponte tibetano sulla gola del torrente Re. Foto di Claudio Bertenghi tratta da www.turismovallecamonica.it.]
Ma per ottenere questa autentica valorizzazione dei luoghi servono visioni, idee valide, progetti a lungo termine, competenze, capacità, consapevolezza, volontà: tutte cose troppo complicate e seccanti per certa politica odierna. Si piazza velocemente un bel ponte tibetano, si spendono le risorse stanziate che sennò si rischia di perderle, ci si vanta sui media locali e poi chi s’è visto s’è visto. Tanto le probabili conseguenze deleterie, materiali e immateriali, se le gratteranno nei prossimi anni il territorio e la comunità residente, amen.

Appunto, il territorio: che direbbe la montagna, se in certi casi potesse dire la propria riguardo chi la amministra e ciò che le impone?