Radio Alice: il web, i social, l’open source – ma 40 anni fa!

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, cliccate sulle immagini in testa e in coda all’articolo…)

Copertine_Radio-AliceVorrei prendere le mosse, per la mia personale narrazione del lavoro effettuato per creare questo libro – anzi, per raccontarvi della genesi e della sostanza del mio rapporto con Radio Alice – da una domanda che posi a Valerio quando, lo scorso gennaio, mi recai a casa sua per la chiacchierata che poi trovate anche nel libro. Una domanda che io feci a lui e che lui subito ha rifatto a me, che poi ha posto ai lettori di Giap, il blog di Wu Ming, e che trovo comunque inevitabilmente fondamentale sotto tutti i punti di vista – ancor più per me, che su Radio Alice ho appunto scritto un libro: “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”

Io, quando Alice nacque, avevo 5 anni, sono nato nel 1971. E sono nato in un piccolo paese di provincia, vicino a Lecco, quindi non ho certo vissuto, nemmeno dal racconto dei miei compaesani, il contesto sociale, politico, culturale, ideologico di quegli anni così come invece l’hanno certamente vissuto quelli che abitavano nelle grandi città e nei centri lungo l’Italia intera nelle cui piazze si attuava la contrapposizione, sovente violenta, tra operai, studenti, autonomi e quanti altri con le forze dello stato, che fossero dell’ordine, istituzionali, eccetera.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere questo libro – oltre che perché spero apprezzi il mio modo di scrivere – fondamentalmente credo l’abbia fatto sapendo che io faccio radio da più di 25 anni, in una piccola emittente che trasmette nelle provincie di Lecco e Bergamo la quale, peraltro, anch’essa è nata nella sua prima forma trasmittente verso la fine del 1976. Come molti, conoscevo Radio Alice di nome ma ben poco nei fatti, nel senso che avevo solo una vaga idea che avesse fatto qualcosa di importante, e che il suo nome contasse molto nella storia della radiofonia libera italiana, ma non molto più di questo. Ho cominciato dunque a interessarmi alla storia della radio e, inesorabilmente nonché ingenuamente, appunto, ho scoperto un universo… che ho esplorato e che, dopo qualche giorno, mi ha fatto dire, tra me e me: con tutta ‘sta roba che è già stata scritta ove si può trovare di tutto e di più, cos’altro posso scrivere, io? E vi confesso che, per qualche attimo, ho pensato di rinunciare, di chiamare l’editore e dirgli: «Senti, ma hai provato a vedere quanta roba c’è, su Radio Alice? Qui c’è il rischio di scrivere cose già scritte!»

Ma non ho smesso di leggere, e dunque di penetrare sempre più a fondo nella storia della radio e, ancor più, nello spirito originario di essa. E ho cominciato a capire che un’esperienza come quella di Alice non è affatto durata per quei soli 13 mesi di vita, anzi: quella di Alice fin da subito si è prefigurata come un’esperienza assolutamente e profondamente culturale, ovvero generatrice di cultura di diversa matrice, anche perché a sua volta nata da una culla del tutto culturale. Certo, tutto è cultura: la politica, le ideologie filosofiche, la sociologia così come la musica, la poesia, creatività, e pure i bisogni quotidiani della gente comune… Appunto, insomma: una storia come quella di Radio Alice, anche a 40 anni di distanza dalla sua realtà temporale, tutt’oggi genera elementi ed esperienze culturali.

Da qui ho cominciato a lavorare, per la stesura del libro, e da qui ha preso forma sempre più complessa e definita il mio personale rapporto con Alice, cercando ed elaborando risposte molteplici a quella domanda, “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”, che ho poi posto a Valerio.

Volantino-2Innanzi tutto, dopo 40 anni resta che Alice non è affatto “morta”, non è affatto finita con l’irruzione violenta della sera del 12 marzo 1977. Come più volte mi ha sottolineato Valerio, Alice è una creatura che ha saputo quasi da subito dotarsi di vita propria: una vita che ora non contempla più una voce ma che esiste, sussiste nel tempo, è ancora identificabile ovvero la si più ancora incontrare e comprendere che da un tale incontro vi si possono ricavare tantissime cose. Per tale motivo mi è venuto in mente di scrivere il testo del libro “rivoluzionando” a mia volta la linea temporale, ovvero partendo dalla fine – dall’intervista di Ciro Lomastro, che in qualche modo dal suo punto di vista di rappresentante dello stato contro Alice, chiude la vicenda (seppur in modo assolutamente confutabile, come ben sa Valerio) – e ponendo in ultimo, nella narrazione dei fatti, la nascita della radio. Questo perché ho voluto, per così dire, togliere subito di mezzo la “fine” dell’avventura di Radio Alice e di contro fare in modo che le ultime cose che il lettore legge, e che dunque facilmente gli resteranno più vivide e impresse nella mente, a fine lettura, sono quelle relative alla nascita di Alice. La nascita ovvero il momento di massima vitalità, di vita piena e fremente. Ciò, appunto, anche per capire che Alice tutt’oggi è viva, e non è certo lo scorrere del tempo, e questi 4 decenni ormai passati, ad aver relegato la sua vitalità al mero ambito della memoria, del ricordo e della commemorazione. Tutt’altro.

Inoltre, quando leggerete il libro, noterete che è tutto scritto al presente, non con tempi verbali al passato, generalmente tipici dei saggi che narrano qualcosa di storico e storicizzato. Il motivo è lo stesso: mantenere viva, ovvero “presente nel presente”, per così dire, la presenza di Alice e la sua capacità di raccontare ancora oggi tantissime cose con valenza contemporanea, non legata ad un passato tanto bello quanto però, appunto, trascorso e non più considerabile. No, Alice non diffonde più la sua voce da un microfono ma parla direttamente a chiunque voglia ascoltarla: è un ascolto non più radiofonico ma culturale, come ribadisco, parte della nostra stessa cultura contemporanea e, in molti modi, assolutamente identificante – come anche la cultura deve essere per chi la coltivi per sé stesso come conoscenza e bagaglio formativo e istruttivo.

Radio-Alice-1-4Un’altra cosa che mi ha affascinato, dell’esperienza di Radio Alice, è quella che, con tutta evidenza e ancor più proprio se vista oggi, a distanza temporale ma non intellettuale, quella della radio si può benissimo identificare come una lunga performance artistica. E intendo ciò proprio col senso che si può trovare su un qualsiasi vocabolario: un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Un’azione la cui essenza artistica venne dai ragazzi della radio definita maodadaismo, proprio rifacendosi direttamente ad uno dei movimenti artistici fondamentali del Novecento, il Dada col suo figlio maggiore, il Surrealismo. Presentata ad un pubblico – inutile spiegarlo – perché trasmessa dai microfoni di un radio. Interdisciplinare perché – anche qui credo sia inutile spiegarlo – il modo di fare radio inventato da Alice fu totalmente e liberissimamente interdisciplinare ovvero compendiante qualsiasi cosa che potesse essere trasmesso e diffuso pubblicamente dai microfoni della radio.

Poi, partendo da queste basi, le connessioni con il mondo dell’arte sono innumerevoli: non a caso ho proprio dedicato un capitolo, nel libro, a questa matrice prettamente artistica nell’esperienza di Radio Alice, capitolo intitolato Arte radiofonica maodadaista – e anche qui da intendersi come di arte interdisciplinare: dalla letteratura, con la Alice di Lewis Carroll, la poesia rivoluzionaria di Majakovskij ma anche di Lautremont, di Rimbaud, dei poeti della beat generation,   Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola – un’arte avente espressività interdisciplinare, appunto. Ma ho trovato anche, in Radio Alice, l’ispirazione di Marcel Duchamp, uno degli artisti più rivoluzionari – non a caso – del Novecento, con la sua subordinazione del messaggio artistico al mezzo, ovvero all’opera, con cui viene diffuso, il che riporta alle teorie di Baudrillard e McLuhan, dunque anche al lato critico della storia dell’arte del Novecento… eccetera eccetera eccetera.

Radio-Alice-7E l’arte, lo sapete bene, non ha tempo, non ha scadenza. Quand’essa sia di valore, e quando sa trasmettere realmente un messaggio, un proprio senso, quando sa comunicare, insomma, vive sempre, è sostanzialmente atemporale. Per questo ancora oggi, a 40 anni di distanza, l’ascolto dei nastri di Radio Alice sa fornire una immediata sensazione di freschezza, di novità, di originalità ovvero sa parlare subito, sa raccontarci da subito molto, sa accendere una forte luce su di sé che poi si riverbera tutt’intorno. Ma a differenza di molta arte pur di valore, che anche non avendo tempo vive solo rinchiusa nella prigione del museo, Alice ancora oggi se ne resta ben lontana da qualsivoglia reclusione culturale, proprio perché lei la cultura la sa ancora generare e diffondere.

Non solo: come molta produzione artistica, non è affatto fuggita dal paventato pericolo della ripetitività, così tipico dell’arte contemporanea che ancora oggi è visto come fumo degli occhi da molti critici, anzi: Alice ha fatto della ripetitività artistica, ovvero della più assoluta e totale condivisione delle sue invenzioni in tema di linguaggio e comunicazione, un punto fermo e indiscutibile. Parlando con Valerio Minnella di questa cosa, alla fine ci siamo detti che è un po’ come se Radio Alice abbia inventato pure l’open source. Nessun copyright, nessuna rivendicazione di diritti su quanto i ragazzi avessero elaborato prima di avviare le trasmissioni e durante la vita della radio, semmai l’esatto opposto: la certezza che solo la massima condivisione di ciò che stavano facendo in radio poteva dare un senso e fornire la possibilità di raggiungere uno scopo alla radio stessa. E mi viene da dire che, se uno scopo politico, ideologico o sociale sembrerebbe non essere stato raggiunto, stante la fine violenta della radio e la disgregazione del movimento autonomo che aveva eletto Alice come propria voce, appunto, in realtà quello scopo o quegli scopi sono stati assolutamente raggiunti: il fatto che io ora sia qui a parlarvi di Alice con in mano questo libro ne è la prova lampante. Ribadisco: l’arte come la cultura non hanno ne tempo e ne scadenza, anzi, in qualche modo rafforzano il proprio valore nel tempo, e lo fanno proprio quando ciò che hanno generato continua a vivere e a diffondersi, anche se la fonte trasmittente – lo dico non tanto in senso tecnico ma più concettuale – non c’è più. Ma in realtà c’è, ha solo cambiato forma.

Radio-Alice-1-2Quanto ho detto sull’invenzione dell’open source da parte di Alice mi dà modo di ricollegarmi ad un’altra buonissima risposta alla solita domanda “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”… Resta la forza premonitrice se non profetica della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione messa in atto da Alice, che appunto era allora preveggente e ora è realizzata, concreta, presente. E mi riferisco a come Alice abbia saputo realizzare, anni e anni prima di quello che poi oggi è il cosiddetto web 2.0 (anche se la definizione, come mi ha spiegato bene Valerio che di queste cose se ne intende, è piuttosto impropria e fuori luogo, nel senso che oggi gli diamo), una vera e propria rete sociale, le cui connessioni non viaggiavano sui cavi della banda larga o del wifi ma attraverso le onde FM e le linee telefoniche, per le quali la radio faceva da server – sia in senso tecnico che in senso umano, come ha ben evidenziato Massimiliano Panarari su La Stampa, in un articolo scritto in occasione dei 40 anni esatti dalla prima trasmissione di Radio Alice.

Anche riguardo questi temi ho voluto concentrare l’attenzione dei lettori del libro con un capitolo intitolato Alice, la social radio. Perché veramente Alice ha funzionato come oggi funzionano i social network o, nella definizione italiana che trovo anche più significativa di quella comune anglofona, le reti sociali ovvero, perché anche in questo modo quella messa in atto da Alice è stata una vera e propria profonda rivoluzione, se non una autentica trasformazione paradigmatica che ha innovato non solo perché ha proposto qualcosa di nuovo rispetto a quanto c’era prima, ma perché ha proprio preso le carte in tavola allora e le ha gettate via, mettendone su quella tavola di totalmente nuove e diverse, per certi versi mai viste prima.

Radio-Alice-AntennaVi voglio leggere una definizione molto adatta a descrivere tale rivoluzione, che “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò pur in presenza di strumenti sostanzialmente invariati – infatti la radio in quanto strumento tecnologico c’era già prima di Alice… Bene: vi sto spacciando questa come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice. In realtà è una definizione di “web” che si può trovare giustappunto in internet. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, la cui storia la si può descrivere tranquillamente con parole create oggi per descrivere cose d’oggi, cose contemporanee. E che invece Alice rende valide persino per un qualcosa accaduto 40 anni fa.

Eccone un’altra buona: «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione» In cosa consiste tutto ciò? Di cosa si sta parlando? Verrebbe da rispondere di Radio Alice, senza alcun dubbio. Invece è una definizione di “social network”. Ecco: direi che ora non si possa proprio più dubitare che, a 40 anni di distanza, Radio Alice non solo sia viva e vegeta ma sia pure assolutamente narrante e con una moltitudine di argomentazioni, temi, storie, esperienze, rivelazioni, insegnamenti che veramente poche altre cose saprebbero mettere in campo.

Per finire: lo scorso gennaio, quando come vi ho detto ho incontrato Valerio per registrare la chiacchierata che poi potete leggere nel libro, e dopo che ci siamo salutato e abbiamo preso per tornarcene a casa, ho chiesto a mia moglie, che era con me, cosa ne pensasse dell’incontro e della chiacchierata. La prima cosa che mi ha detto è stata assolutamente significativa, soprattutto perché detta da una persona che non conosceva la storia di Radio Alice – un po’ come me – e non aveva ancora letto il manoscritto del libro: mi ha detto che è sempre interessante conoscere persone che hanno saputo fare la storia, e sentire i loro racconti ancora oggi così “contemporanei”, che si possono sentire ancora tanto propri e condivisibili. Ecco, a 40 anni dalla sua nascita, Radio Alice è viva e vegeta anche per chi non l’ha conosciuta se non solo oggi e anche se “non parla più”: noi che siamo qui oggi ma, spero soprattutto, questo libro è la prova evidente di ciò. E posso proprio affermare che, in questo libro, ho cercato (spero nel modo migliore possibile) non solo di narrare una storia, ma di raccontare la storia di una radio e dei suoi creatori che hanno fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
(Cliccate sull’immagine del libro per saperne di più!)

P.S.: tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono tratte dal libro, al quale si rimanda per i relativi riferimenti e crediti.

INTERVALLO – Roma, Bibliotheca Angelica

Biblioteca-Angelica-RomaConosciuta anche come Biblioteca Vanvitelliana, a ricordare il celebre architetto Luigi Vanvitelli che nel 1765 risistemò il bellissimo salone monumentale – luogo che ha poco da invidiare ad altre similari e osannate sale bibliotecarie in giro per il mondo – la Bibliotheca Angelica di Roma è considerata nel contesto europeo, assieme alla Biblioteca Ambrosiana di Milano e alla Biblioteca Bodleiana di Oxford, come uno dei primi e più chiari esempi di biblioteca “pubblica”, ovvero di un’istituzione creata con il chiaro intento di fornire accesso ai libri ad una comunità di lettori quanto più ampia possibile.

Fondata nel 1604 dal vescovo agostiniano Angelo Rocca, possiede un fondo antico stimato in circa 120.000 volumi relativi prevalentemente al pensiero agostiniano e alla storia della riforma e controriforma, oltre a un cospicuo fondo di volumi moderni e contemporanei; inoltre il patrimonio è composto da circa 2.700 manoscritti tra latini, greci ed orientali, 24.000 documenti sciolti, oltre 1.100 incunaboli e circa 20.000 cinquecentine; 10.000 circa sono le incisioni e le carte geografiche conservate dall’istituzione.
Dal 1940 è sede dell’Accademia Letteraria dell’ Arcadia.
Dal 1975 fa parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per visitare il sito web della Biblioteca.

Dislivelli

dislivelli
Dislivelli è una di quelle entità culturali dall’importanza – a mio modo di vedere – fondamentale, oggi, anche oltre la sua mission statutaria peculiare.

L’Associazione Dislivelli – o più semplicemente, appunto, Dislivelli – è nata nella primavera 2009 a Torino dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle “terre alte”, come viene sovente definita in ambito culturale, e con accezione generale, la montagna.
Dislivelli non si limita allo studio teorico del territorio alpino e dei suoi abitanti, i vecchi e nuovi “montanari”, ma intende impegnarsi direttamente per favorire una visione innovativa della montagna e delle sue risorse, con la costruzione di reti tra ricercatori, amministratori e operatori, la creazione di servizi socio-economici integrati, la proposta di interventi sociali, tecnologici e culturali capaci di futuro.
Nello specifico Dislivelli, grazie alle diverse competenze dei suoi soci, che spaziano dalla ricerca scientifica alla comunicazione, si prefigge di ideare, proporre e sviluppare progetti con un’attenzione particolare alla fase di divulgazione e restituzione sul territorio, attraverso la diffusione e la condivisione dei risultati ottenuti, con incontri pubblici, servizi sul web, strumenti editoriali e multimediali.
I settori principali dell’attività di Dislivelli riguardano economia e società, ambiente, cultura, innovazione, cooperazione. Ulteriori ambiti di attività dell’Associazione contemplano forme di sostegno e di promozione per giovani ricercatori e laureati, nonché raccolta di fondi e attuazione di ogni operazione economica o finanziaria diretta al raggiungimento degli scopi associativi.

Ecco: credo che un’associazione culturale come Dislivelli – e intendete il termine “culturale” nella sua accezione più alta e ampia possibile – sia fondamentale perché oggi, nel nostro mondo ipertecnologico e ultraantropizzato, la montagna (un po’ paradossalmente, in effetti) assurge ancor più a luogo, paesaggio e ambito vitale del tutto emblematico: come ultima zona “vergine” di questa parte di mondo altrimenti sfruttata nell’ogni dove, come margine sacralizzato tanto quanto bistrattato del mondo stesso, come luogo forse unico, ormai, in grado di offrire possibilità e prerogative vitali altrove ormai estinte ma, di contro, come territorio sovente ancora soggetto a spopolamento e degrado, come laboratorio di nuovi progressi sociali ed economici ovvero nuovi (o rinnovati) rapporti sociali e sociologici, come incubatore di un buon senso contemporaneo – teorico e pratico – della disciplina antropologica, come – in quanto paesaggio non deteriorato al pari invece di altri – elemento culturale ed estetico fondamentale e irrinunciabile per la formulazione dello stesso concetto comune e condiviso di “bellezza naturale”.
Per tutto questo Dislivelli sa offrire notizie, informazione, punti di vista, analisi, riflessioni, meditazioni, documentazioni, progetti, critiche, aspirazioni, utopie. Da ciò deriva il suo essere così importante – ma, in fondo, deriva pure da quanto la montagna stessa sia fondamentale, nonostante tutto, per il nostro pianeta, appunto.

68_WEBMAGAZINE_giugno16_COVERDislivelli pubblica anche un illuminante newsmagazine in free publishing, che raccoglie alcuni dei migliori contributi intorno alle tematiche sopra indicate e, in generale, su questioni legate alla montagna e alle popolazioni delle “terre alte”. Ve ne offro un significativo assaggio, con un articolo firmato da Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei migliori intellettuali italiani in tema di culture di montagna nonché vicepresidente e responsabile dell’area comunicazione di Dislivelli. Articolo di contenuto e senso assolutamente contemporanei il quale, io credo, vi farà capire perché ho utilizzato quell’aggettivo per descrivere il newsmagazine, ovvero “illuminante”.

La frontiera innaturale

Il legame italiano è fisicamente incarnato dalla spina dorsale appenninica, uno scheletro geologico capace di tenere insieme la testa e i piedi dello stivale con circa 1300 chilometri di montagne che uniscono il nord, il centro e il sud della penisola.
Per le Alpi, al contrario, l’Unità d’Italia significò frattura e divisione, perché nel 1860 Cavour cedette Nizza e la Savoia ai francesi in cambio di aiuto diplomatico e militare. Tutti abbiamo studiato la formuletta sui libri di scuola, giocando a Risiko con le mappe post risorgimentali: a loro le terre che stavano di là delle Alpi occidentali, a noi quelle che sono di qua. Ci è sembrato “naturale” che lo spartiacque alpino separasse finalmente i due versanti per destinare a ogni stato i ghiacciai, i pascoli, le valli, i fiumi e le città che gli spettavano.
Sbagliavamo: la natura non c’entrava gran che. L’idea dello spartiacque alpino era forse “naturale” per i politici e i militari che l’avevano inventata per delimitare e difendere gli stati-nazione, non per i montanari e i viaggiatori che attraversavano i valichi, e neppure per le città di Torino e Chambéry che da secoli si scambiavano gli onori e gli oneri della capitale del Regno. Le Alpi Graie erano state a lungo il centro di uno stesso regno, quando le alte cime del Monte Bianco, delle Levanne, della Ciamarella e del Rocciamelone non costituivano linea di frontiera. Le creste separavano i due versanti, non le culture e le appartenenze delle persone.
Anche la storia dell’alpinismo si è spesso confusa: per esempio la cima del Monte Bianco, per la quale ancora oggi ci si accapiglia infantilmente tra Francia e Italia, non l’hanno scalata i francesi ma due sudditi del Regno Sardo. Il medico Michel-Gabriel Paccard, che si era laureato all’Università di Torino ed era tornato a Chamonix senza attraversare nessuna dogana, raggiunse la vetta nel 1786 con il cercatore di cristalli Jacques Balmat. Allo stesso modo non espatriavano i viandanti e i pellegrini che scavalcavano il Moncenisio, i commercianti che superavano il Piccolo San Bernardo, i pastori che inseguivano l’erba buona oltre il crinale o il giovane che cercava moglie e fortuna oltre la montagna di casa.
Tutto cambia nel 1861, quando i piemontesi cominciano a pensare che dietro le Alpi abiti lo straniero. Le cime diventano simbolo di patria e Quintino Sella, più volte ministro del Regno d’Italia, si adopera per scalare il Monviso nel 1863 e strappare il Cervino agli inglesi nel 1865, senza successo. Da ruvidi pezzi di roccia, silhouette dorate nella luce del tramonto, le Alpi diventano monolitiche sentinelle della nazione. Per contro la civiltà alpina che aveva saputo evolversi con equilibrio armonizzando le ragioni dell’uomo e della natura, si indebolisce perché le valli subiscono governi sempre più lontani e disinteressati. L’impoverimento e lo spopolamento non sono la “naturale” conseguenza del carattere severo dell’ambiente alpino, con cui i popoli delle Alpi hanno imparato a convivere in epoca medievale e moderna con risultati sorprendenti; sono piuttosto il risultato dell’isolamento politico ed economico causato da un’inedita geografia di separazione. Le frontiere alpine del Settecento contribuiscono a esaltare le negatività ambientali, favorendo la fuga e l’emigrazione.
La situazione si differenzia nelle Alpi orientali, dove il Tirolo è diviso a forza dalle guerre del Novecento ma dove la frontiera alpina, a tutt’oggi, separa regioni culturalmente e linguisticamente omogenee. Il che rende ancora più paradossale l’idea di annullare i benefici di Schengen con recinti e steccati che arginino la libera circolazione delle persone, o per dirla in altri termini, che frenino la salita di chi fugge dai disordini d’oltre mare cercando rifugio nella ricca Europa.
Eppure, dopo Schengen e l’apertura delle frontiere spartiacque, le Alpi avrebbero dovuto proporsi come la spina dorsale europea, una cintura viva e permeabile, naturalmente vocata a sconfiggere i vetusti limiti nazionali. Invece la frontiera sopravvive, e talvolta si rafforza gonfiando i muscoli. Perché l’Europa sarà anche fatta, almeno a carte e denari, ma di certo bisogna ancora fare gli europei.

Enrico Camanni

P.S.: se non l’avete ancora fatto, cliccate sull’immagine del logo di Dislivelli in testa al post per visitare il sito web e conoscere ogni altra informazione utile sull’Associazione e sul suo lavoro.

Radio Alice, la storia di chi ha fatto la storia

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, andate in fondo all’articolo e cliccate sull’immagine…)

Vorrei cominciare la presentazione di questo libro da lontano, anche per farvi capire quante cose la protagonista del libro ci sappia narrare…
1865: esce il libro di un diacono e matematico inglese che parla di una bambina curiosissima di scoprire un mondo sconosciuto e meraviglioso, un libro destinato a diventare un classico della letteratura: Alice nel paese delle meraviglie, che oltre ad essere un capolavoro linguistico, è anche metafora della possibilità di cambiare il mondo e di dare potere alla fantasia… Un libro dove il termine più presente nel testo è proprio curioso, non a caso.
Qualche decennio più avanti, ora. Primi del Novecento: in Russia Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo, con accezione simile a quella scaturita dal Futurismo ritiene che l’arte debba essere messa al servizio della rivoluzione bolscevica al fine di eliminare ogni “vecchiume” artistico e letterario del passato, sostenendo la necessità di una propaganda creativa – poetica o quant’altro – che capovolgesse i valori sentimentali e ideologici del passato stesso per adattarli alle nuove istanze generate dalla Rivoluzione. Morì suicida nel 1930, demoralizzato dalla campagna condotta contro di lui dalla critica di partito.
Un altro passo avanti: anni ’20 del Novecento, nascono il movimento Dada e il Surrealismo. Esponente di quest’ultimo è Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola.
Poi vengono Baudrillard, tra i primi a capire che l’effetto della comunicazione sulla società dipende anche dal mezzo tecnologico con cui viene diffusa, McLuhan con la sua celebre teoria “il medium è il messaggio” e insieme Duchamp con la sua arte che è tale, ovvero diventa tale, solo se e quando viene dotata di un messaggio da trasmettere, quindi Gilles Deleuze e Felix Guattari con L’Antiedipo nel quale viene evidenziato il legame psicanalitico e sociologico esistente tra desideri sociali e potere.
E poi viene un decennio fondamentale nella storia del nostro paese, quello racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano fondamentali nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina, che il nostro presente forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Nel 1974, sempre a Bologna, si mette all’opera anche un piccolo gruppo di creativi, che proprio in tema di possibilità comunicative libere e, dunque, di attivismo politico e sociale correlabile, si mettono a pensare a come creare un mezzo di comunicazione che possa efficacemente sfruttare queste nuove possibilità e, al contempo, possa proporre un nuovo tipo di comunicazione, che non sia quella istituzionalizzata e ideologicizzata scaturita dal Sessantotto, non quella rinchiusa in spazi pur autonomi ma comunque limitati e controllati, ma che veramente possa rivoluzionare la possibilità di comunicare, in senso pratico ma pure in senso creativo. Così nasce Radio Alice: Alice proprio come la ragazzina curiosa e desiderosa di cambiare il mondo con la forza della fantasia di Lewis Carroll, proprio con l’intento che Majakovskij aveva indicato ovvero di tentare di rivoluzionare il mondo con gli strumenti dell’arti e della creatività più che con quelli dell’azione politica, la quale invariabilmente finiva per essere regimentata dal sistema istituzionale. Un’arte, ovvero l’arte di fare radio in modo totalmente nuovo, che potesse comprendere qualsiasi cosa – come propugnava Artaud con la sua arte totale – , perché qualsiasi cosa può diventare arte ovvero qualsiasi cosa ha diritto di essere trasmessa per radio – come fece capire Duchamp… E così via.
Una radio totalmente rivoluzionaria e totalmente innovatrice – vorrei dirvi proprio perché ho voluto utilizzare questo termine nel titolo: non “la radio più libera e nuova” ma innovatrice cioè capace di proporre attivamente un nuovo modo di fare radio, di fare comunicazione e informazione, di dare voce a chiunque richiedesse il diritto di dire qualcosa. Un moto d’azione, insomma, qualcosa che non innovava staticamente, che inventava qualcosa di nuovo e lo lasciava lì, fermo in attesa di chissà che, ma che forniva a chiunque una via da seguire, un nuovo strumento filosofico, teorico e pratico da utilizzare, talmente rivoluzionario da far diventare di colpo superato qualsiasi altro esistente.
Una rivoluzione in forma radiofonica, insomma, che – leggo una definizione molto adatta al caso – “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice – si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò… in realtà è una definizione di “social network” che si può trovare sul web. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, che nel titolo di un capitolo del libro definisco “la social radio”… Con la sua innovazione del linguaggio, con la scelta precisa di “dare voce a chi non ha voce” e dunque di dare la possibilità a chiunque di parlare, dire, comunicare – anche con “invenzioni” che oggi ci appaiono cosa ovvia e normale ma che 40 anni fa erano realmente rivoluzionarie, come il fatto di mandare in diretta le telefonate degli ascoltatori senza alcun filtro – con la prerogativa di essere una sorta di server per chiunque volesse interagire con la radio stessa, con gli ascoltatori e con l’ambiente – ovvero la stessa città di Bologna – in cui la radio veniva ascoltata, con l’essere l’efficacissimo esempio pratico di quanto dicevano Baudrillard e McLuhan, ovvero che il messaggio prende forza anche e soprattutto grazie al mezzo che lo trasmette – ovvero, di contro: più acquisisce valore il mezzo, più acquisisce valore il messaggio trasmesso da quel mezzo, ed essendo Radio Alice un qualcosa di rivoluzionario, gli stessi messaggi trasmessi diventavano rivoluzionari… – ecco, con tutte queste cose, si può tranquillamente affermare che Radio Alice non solo ha rivoluzionato il modo di fare informazione e comunicazione di allora, ma ha praticamente profetizzato il web, i social network e i sistemi open source, ovvero quelli offerti a beneficio di chiunque li voglia utilizzare e sviluppare.
E scusate se è poco – in realtà è, veramente, qualcosa di fenomenale e unico. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Per tutto questo, e per moltissimo altro, credo proprio di poter affermare che, in Alice, la voce di chi non ha voce, non ho solo narrato una storia, spero nel miglior modo possibile, ma di raccontare la storia di una radio (e dei suoi creatori) che ha fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
(Cliccate sull’immagine del libro per saperne di più!)

La biblioteca pubblica, imprescindibile “centro” della città

insegna_bibliotecaNon mancano, un po’ ovunque, scritti d’ogni sorta che mettano in luce l’importanza delle biblioteche – inutile che ve lo dica. Tuttavia, in un paese come il nostro che ha un disperato e sempre più pressante bisogno di cultura, credo che il valore, la presenza e l’essenza delle biblioteche pubbliche debbano essere potentemente rinnovate se non ripensate. Credo che la biblioteca, in una città, debba conseguire la stessa importanza pubblica del municipio, della piazza centrale, della chiesa per chi crede o degli altri palazzi fondamentali del potere, quelli che della città rappresentano il centro effettivo, quelli attraverso cui passa la vita della città stessa e nei quali si determina la sua quotidianità. Perché la cultura è potere, bisogna tornare a essere ben consapevoli di ciò, anche a discapito di quel “potere” (politico) che invece, conscio della cosa e infastidito da essa, ha cercato e sta cercando di sminuirne la portata.
Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.” ha scritto Marguerite Yourcenar. È vero: quando la vita delle comunità sociali era basata molto più sulle cose necessarie piuttosto che su quelle consumisticamente superflue, come oggi, più che i palazzi del potere, le chiese, le caserme o quant’altro di affine, erano i granai i luoghi fondamentali per la vita quotidiana della gente. Perché dal signore democratico così come da quello dispotico si poteva cercare di vivere bene ovvero di sopravvivere, ma senza cibo non si campava, ovvio, né allora né oggi. Ora che di cibo ne abbiamo in sovrabbondanza, è invece il nutrimento per la mente a mancare in modo sempre più drammatico: ecco perché c’è necessità assoluta di (ri)costruire i granai pubblici citati da Yourcenar, per ammassarvi riserve culturali a disposizione di chiunque, in ogni momento e con qualsiasi quantità.
La biblioteca, dunque, deve tornare a essere uno dei centri nevralgici, in senso culturale, sociale ma se possibile pure urbano, della città. Quando scrivo che la sua funzione contemporanea debba essere rinnovata se non ripensata, non intendo certo dire che, in ciò che è stata fino a oggi, ci sia qualcosa che non va. Anzi, meno male che è stata così fino a oggi, la biblioteca pubblica, in molti luoghi unico contesto culturale – insieme alle librerie indipendenti – a far da baluardo contro l’invasione soffocante dei non luoghi del capitalismo consumistico contemporaneo, i quali peraltro stanno pure deprimendo in modo letale l’identità propria delle nostre città, facendo diventare gli stessi loro centri dei non luoghi sostanziali – e la cosa è ancora più drammatica qui da noi, in Italia, dove ogni centro città è un piccolo/grande tesoro, praticamente ovunque.
Tuttavia, appunto, credo sia necessario far tornare la biblioteca un luogo dal quale scorre la vita della città e della gente che la abita, trasformandola nel fondamentale centro culturale cittadino: un luogo fatto di libri e di cultura letteraria ma non solo, anche un contesto aperto a qualsivoglia espressività culturale, artistica, mediatica, che vi faccia da palcoscenico oltre che da coordinamento, che accentri in sé quanto più possibile le iniziative pubbliche in tal senso, che ri-diventi un luogo di incontro pubblico tale e quale alla piazza centrale della città, un posto in cui trovarsi, starsene a chiacchierare, rilassarsi, sempre e comunque circondati dai libri, dalla cultura e da qualsiasi elemento ad essi assimilabile. Ciò a cui sto pensando sono i centri culturali di tipica ispirazione e realizzazione nordeuropea: veri e propri fulcri della vita culturale delle grandi città e dei piccoli paesi, luoghi iconici – spesso anche architettonicamente – la cui presenza sia intesa dai residenti come inevitabile e indispensabile, esattamente come si trattasse della cattedrale cittadina o del municipio, senza i quali il concetto stesso di “città” perderebbe molto del suo senso ordinario. In breve, la biblioteca pubblica dovrebbe diventare un luogo talmente inclusivo e interattivo coi propri utenti da rendere palese, e inevitabile, la percezione del bisogno che si deve avere di essa. Bisogno necessario, appunto, tanto quanto bisogno voluto, ricercato, preteso.
Sì, ok, ma servono soldi!” qualcuno di voi dirà. Vero, innegabile, ma anche no. Servono semmai, in primis, una rinnovata e finalmente costante attenzione da parte delle istituzioni, dunque delle altrettanto rinnovate strategie di valorizzazione di quanto si ha a disposizione – strategie che comportino anche azioni di marketing, di pubbliche relazioni, di pubblica curatela culturale, per così dire, il tutto sempre condiviso con gli utenti. Cose che, a dire il vero, ogni luogo culturale di proprietà collettiva (ancor più di quelli privati) dovrebbe poter e saper mettere in atto, e sovente se non le si fa è soltanto per quel diffuso e letale lassismo istituzionale che pervade molte parti della società civile nostrana – il quale, si badi bene, è sovente fonte di sprechi economici e dissesti finanziari! Siamo certi che, già razionalizzando e “strategicizzando” le risorse economiche a disposizione, non si potrebbe già fare molto più di quanto si fa, senza alcun bisogno di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici? Ecco, appunto.
Al solito, quel mare che tanti vedono tra il dire e il fare è in verità un piccolo ruscello tranquillamente guadabile, se solo si ha la volontà di farlo. Ed è bene che la si trovi alla svelta, tale volontà: l’inverno dello spirito – per usare ancora le parole di Marguerite Yourcenar – qui noi ce l’abbiamo appena dietro l’angolo, ormai. E, nel caso, non sarà solo una brutta stagione per lo spirito ma per ogni cosa, se non sapremo finalmente tornare a costruire la nostra società e la comune vita quotidiana che in essa svolgiamo su una solida e ineluttabile base culturale. Che abbiamo lì, bell’e pronta in centro alle nostre città: da riportare in centro anche al nostro futuro, prima possibile.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.