Snowland, a oltre 2200 metri di quota un festival musicale oltre i limiti

Snowland è un’esperienza immersiva a tutti gli effetti, un weekend in cui musica, sci, divertimento e neve si fondono in un contesto spettacolare come quello di Livigno […] Sarà uno spettacolo vero e proprio, attendiamo migliaia di persone […] Lo scorso anno furono 15mila gli spettatori che ballarono al Passo Eira […] E la notte c’è l’after party. Da mezzanotte fino all’alba ci sarà musica e divertimento per tutti.

Oggi comincia Snowland, festival di musica elettronica e hip hop che si svolgerà per tre giorni, fino a sabato 26, al Passo d’Eira, sopra Livigno. Le citazioni al riguardo che avete letto lì sopra sono tratte da qui.

Il Passo d’Eira è a 2.208 metri di quota.

Di principio non ho nulla contro questi eventi, se ben fatti e altrettanto ben gestiti, e la zona in questione è già ampiamente antropizzata e contaminata, stante il passaggio della trafficatissima strada che dalla Valtellina porta a Livigno.

Tuttavia, ogni volta che leggo di questi eventi, l’impressione vivida è che ci si spinga sempre un po’ oltre i limiti. Quei limiti che un luogo a oltre 2.200 metri di quota dovrebbe imporre a prescindere: limiti ambientali, ecologici, di decenza, di rispetto nei confronti dell’ambiente montano circostante, di presenza umana e impronta antropica.

Certo, meglio lì che sulla cima di una vetta immacolata o in mezzo a un bosco incontaminato, maun gran bel «ma» sorge spontaneo, comunque. E in generale, mi viene da pensare, certi limiti di legge a eventi del genere quando si svolgano negli ambienti naturali andrebbero messi, quanto meno per evitare che ogni circostanza simile si trasformi in un precedente pericoloso per ulteriori iniziative ancora più impattanti.

In ogni caso, il senso del limite fondamentale, come sempre, è innanzi tutto quello che la nostra coscienza, l’intelligenza e il buon senso dovrebbero saper elaborare e concretizzare, in montagna più che mai: ed è un’elaborazione culturale, prima che altro. Che in base a ciò ci sia da rallegrarsi oppure da preoccuparsi lo lascio stabilire a voi.

La bresaola della Valtellina e il Gran Zeb(R)ù

[Immagine tratta da www.foodweb.it.]
L’amica Cla, commentando l’articolo che qui sul blog qualche giorno fa ho dedicato alla “Giornata del Made in Italy” e a certe contraddizioni di tale definizione, che ho manifestato scrivendo dei “tradizionalissimi” pizzoccheri valtellinesi, mi ha giustamente ricordato che «Anche tutta la carne per bresaola arriva dal Brasile». La bresaola ovvero l’altro grande alimento tipico e identitario della Valtellina, dotato di marchio “IGP – Indicazione geografica protetta”, sul quale ovunque si possono leggere le più varie elegie in merito alla sua tradizionalità assoluta e su quanto sia rappresentativo dell’identità gastronomica valtellinese.

Già.

Peccato che, come giustamente ha denotato Cla, la gran parte delle bresaole in commercio vengano prodotte con carne congelata di zebù, un bovino che viene allevato in Sudamerica, soprattutto in Brasile, ma che è originario dell’Asia e dell’Africa: quanto di più lontano dalle montagne e dai pascoli della Valtellina, in buona sostanza!

La colpa di tale “inganno”legalizzato, perché di questo formalmente si tratta – è del disciplinare del marchio IGP il quale, nonostante parli di “indicazione geografica” in riferimento a un ben specifico territorio, in tal caso la Valtellina, riporta che le bresaole, per acquisire il marchio, devono solamente essere lavorate nella tradizionale zona di produzione che comprende l’intero territorio della provincia di Sondrio. In parole povere, per produrre la bresaola e poterla definire un alimento “tipico” e “tradizionale” della Valtellina basta che venga elaborato e stagionato nel territorio valtellinese utilizzando qualunque tipo di carne bovina, anche quella che di valtellinese non ha un bel niente.
Non è una truffa, visto che, grazie alla sua ambiguità, il disciplinare IGP non viene violato, è più un sotterfugio furbesco, questo sì. L’ennesimo.

Insomma: anche in questo caso il “Made in “Italy”, il “cibo tradizionale, “l’identità gastronomica” e tutto il resto di simile e di tanto osannato dal marketing turistico e commerciale vanno parecchio a farsi benedire. Inoltre, detto tra noi: Igp, Dop, Docg… bah!

Ovviamente, tutto ciò non toglie che la bresaola, dunque la carne di zebù con la quale è fatta, è buonissima e sia un gran piacere gustarsela (lo immagino bene pur essendo io vegetariano). Che lo si faccia con gran profusione ma al contempo senza troppa ipocrisia!

Comunque c’è una buona “soluzione” all’inganno suddetto: per fare in modo che la bresaola valtellinese fatta con una carne che di valtellinese non ha nulla diventi più valtellinese di quanto non sia, basta cambiare di pochissimo il nome di una delle più belle e celebri montagne della Valtellina! Si tira via una sola lettera e tutto è a posto:

Alé! 😆

(Chi non l’ha capita mi scriva che gliela spiego!)

«Gli abissi sotto l’idillio» alpino nelle opere di tre dei più grandi scrittori del Novecento

[L’ampia sella del Passo dello Stelvio, punto di incontro tra i territori di Valtellina, Canton Grigioni e Alto Adige/Südtirol. Foto di Uwelino, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La montagna come ambito di bellezza assoluta, luogo dell’anima, fonte di meraviglia e gioia… Sovente la consideriamo così, la montagna, un po’ per passione e sentimento sinceri e un po’ per convenzione, peraltro questa alimentata anche dalle narrazioni di molti grandi scrittori.

Di contro, ci sono stati scrittori altrettanto grandi che la montagna l’hanno raccontata in modi molti diversi se non antitetici a quelli appena detti: ad esempio Arthur Schnitzler, Guido Morselli e Thomas Bernhard. Il primo rileggendo la montagna psicanaliticamente, o per meglio dire freudianamente, e facendone la culla dell’elemento “perturbante” (unheimlich) costituito dalla sensazione di angoscia e paura al cospetto dell’estraneità di ciò che appare noto e familiare. Morselli ambientandovi uno dei suoi celeberrimi racconti devianti e distopici nel quale mette in scena una “drammaturgia della casualità” (come la definì Max Frisch) antitetica alla logica delle cose che verrebbe da ritrovare nella natura montana. Bernard raccontandola in maniera metaforicamente simbolica e iperbolica come un luogo di chiusura, di claustrofobia inevitabile, dove tutto «è perdita di tempo e quindi infelicità».

Tutti e tre, guarda caso, hanno scelto come contesto geografico delle loro opere le montagne tra la Valtellina, il (Sud) Tirolo e i Grigioni, quasi che identificassero in questa zona una sorta di “anima profonda” delle Alpi, nella quale ritrovare sicuramente la più estatica bellezza alpestre ma pure e non di meno «gli abissi sotto l’idillio», come racconta bene questo bell’articolo di Mattia Mantovani su “Rsi.ch” (leggetelo cliccando sull’immagine):

Mauro Lanfranchi, mirabile narratore per immagini delle nostre montagne e custode della loro fragile bellezza

Se si studia il lavoro dei grandi fotografi, si scopre che hanno trovato un luogo o un soggetto particolare e poi ci hanno scavato a fondo, scolpendo qualcosa di speciale. Questo richiede molta dedizione, passione e impegno.

Sono parole di Steve McCurry, il celebre fotografo statunitense, il cui senso ritrovo compiutamente nel lavoro fotografico di Mauro Lanfranchi, grande narratore per immagini delle montagne, soprattutto quelle lombarde. E «dedizione, passione e impegno» sono elementi che, tra mille altri, traspaiono dalle sue fotografie e danno un senso e un valore mirabili alla duplice storia che narrano: quella del soggetto o del paesaggio ritratto e quella del lavoro che ha portato alla creazione dell’immagine. Un lavoro che per Lanfranchi non è solo di mente e di animo, con il quale alimenta la tecnica e l’arte, ma pure di piedi e di spirito, per come le sue immagini siano sempre la manifestazione di lunghe esplorazioni alpestri durante le quali il fotografo lecchese elabora altrettante relazioni speciali con i luoghi che poi immortala, evidenza che rende così emblematiche le fotografie realizzate.

Per questo sono sempre felice quando leggo o vengo a sapere che il grande valore dell’arte fotografica di Lanfranchi – che è precipuamente legata alle montagne, ribadisco – viene riconosciuto e premiato in contesti importanti e prestigiosi: come è successo qualche giorno fa a Biella, nell’ambito del prestigioso concorso fotografico “In Montagna”, tenutosi nella splendida cornice di Villa Gromo Losa e con una giuria della quale il presidente era proprio Steve McCurry.

Il concorso ha visto la partecipazione di oltre quattromila fotografie suddivise in tre categorie: “Paesaggio”, “In Viaggio” e “Ritratto”. Nella prima categoria l’opera vincitrice è lo scatto in bianco e nero di Lanfranchi dal titolo Mare in burrasca – Presolana (la vedete qui sotto): «Un’immagine intensa, costruita su un gioco di luci e ombre e caratterizzata da forti contrasti, capace di trasmettere la forza della natura e la potenza emotiva del paesaggio».

Immagine che dal mio punto di vista assume un valore ancora più potente e evocativo: la suggestiva zona del “Mare in burrasca”, posta sul versante settentrionale della Presolana in Val di Scalve e il cui valore geomorfologico e paesaggistico è più unico che raro, in questo periodo è posta sotto la minaccia di devastazione (già in parte avvenuta) dal progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, sul quale da tempo si sta dibattendo. Lo scatto di Lanfranchi, fissandone da par suo tutta la spettacolare bellezza, rappresenta anche un monito contro chi avrebbe il coraggio di devastare la zona e un appello alla sua salvaguardia, come patrimonio di inestimabile importanza non solo per quel territorio e i suoi abitanti ma per qualsiasi autentico appassionato di montagna.

Una salvaguardia, qui e altrove, che ha bisogno a sua volta di dedizione, passione e impegno nonché tantissima sensibilità verso le nostre montagne e i loro paesaggi: doti che Lanfranchi manifesta da lungo tempo e palesa nelle proprie fotografie, invitandoci ad apprezzarne il valore anche riportando nella propria realtà e concretizzando fattivamente il loro appello alla difesa della bellezza. Dei nostri monti e di tutto il mondo in cui viviamo, l’unico che abbiamo a disposizione.

L’opera di Mauro Lanfranchi e le altre fotografie vincitrici saranno esposte per un mese presso Palazzo Ferrero, insieme ad alcune delle immagini più iconiche di Steve McCurry tra cui il celebre ritratto della ragazza afgana dagli occhi verdi, una delle opere fotografiche più simboliche e celebri mai realizzate.

N.B.: le immagini dell’articolo e parte delle informazioni riportate sono tratte da “LeccoNotizie”.

Superficialità o idiozia, lassù al Bernina?

Il CAI valtellinese denuncia sui propri social (vedi sopra) che per la quarta volta nel corso del 2025, dunque in soli tre mesi e mezzo, è stata lasciata aperta la porta del locale invernale del Rifugio Marco e Rosa, a oltre 3600 metri di quota sulla spalla del Bernina, lungo la via di salita italiana alla vetta. Locale che di conseguenza è stato invaso dalla neve che ha inzuppato e a volte rovinato quanto all’interno, in primis le brande e i materassi.

Proprio di recente ho scritto dei vandalismi registrati all’Oberaarjochhütte, in Svizzera, con il fornello a gas del bivacco danneggiato, dei libri bruciati e delle sedie nel forno: gesti deliberatamente infami, senza alcun dubbio. Al bivacco del Rifugio Marco e Rosa, invece, quanto accaduto potrebbe riportare “soltanto” a una (inopinatamente) reiterata superficialità: la porta chiusa non al meglio per imperizia, il vento forte che la spalanca, la neve che vi entra e fa danno. Un atto non deliberatamente cattivo, insomma, ma certamente potrei sbagliarmi; di certo non voglio prendere le difese di chicchessia.

Tuttavia, fosse pure stata solo mera superficialità, ciò non ridurrebbe la gravità dell’accaduto. Anzi: lo troverei piuttosto coerente con quella deresponsabilizzazione che spesso si può constatare in chi oggi frequenta le montagne a tutte le quote, e che in generale è facile riscontrare un po’ ovunque, nella società contemporanea. Deresponsabilizzazione che io interpreto con il non capire bene il “qui&ora” ovvero il portato della propria presenza in un certo luogo e delle azioni conseguenti: sia nel turista-merendero che sale in montagna, magari attratto soltanto da un video su Instagram o da una panchina gigante, e non sa nemmeno – e neppure gli interessa – cosa ha intorno e che peculiarità specifiche possiede il luogo in cui si trova, e sia nell’alpinista che, se sale fino alla Spalla del Bernina e magari poi prosegue fino alla vetta si potrebbe supporre che un poco di sale in zucca ce l’abbia (ma forse anche questo è un pensiero ormai troppo ingenuo, per i tempi attuali), e invece si comporta superficialmente al punto da lasciare aperta la porta di un bivacco a 3600 metri di quota facendovi entrare la neve e rovinando le cose all’interno, senza capire che così facendo invalida l’uso di un posto di ricovero fondamentale agli alpinisti che verranno dopo di lui e, peggio ancora, che magari potrebbero trovarsi in difficoltà – per colpa di una bufera improvvisa, ad esempio – e dunque trovando nel bivacco la possibilità di riparo e di sopravvivenza.

Poste le cose in questo modo, dal mio punto di vista, la maleducazione più o meno vandalica di alcuni e la superficialità deresponsabilizzante sono sullo stesso piano: due aspetti di forma diversa ma di uguale sostanza di come non ci si deve comportare in montagna, luogo speciale per mille motivi diversi e tra di essi anche per l’attenzione richiesta a tutti noi quando ci stiamo e riguardo a ciò che ci facciamo. La superficialità nel considerare e nel vivere le montagne è ciò che le mette a rischio di banalizzazione; la maleducazione è quanto invece le degrada: entrambe sono segno della mancanza di buon senso, a dir poco, di ignoranza a dir tanto, di meschinità a dirla tutta.

Alla fine il danno maggiore non è tanto quello arrecato alle cose, al corpo delle montagne, ma quello perpetrato alla loro anima e al valore culturale che scaturisce. E, lo ribadisco di nuovo, chi non è in grado di capire ciò è bene che dalle montagne se ne stia alla larga.