Montagne fatte “in tre”

Sapete qual è la peculiarità toponomastica di matrice storica che accomuna le tre montagne raffigurate nelle immagini? (Poste in ordine di altezza, dalla meno elevata a sinistra alla più elevata a destra; cliccateci sopra per ingrandirle.)

Be’, non è così difficile indovinarla, per chi conosca un po’ le Alpi italiane e le frequenti. Per di più, un bell’aiuto pur indiretto alla risposta esatta è proprio nel numero di vette raffigurate…

Soluzione: sono, nell’ordine, il Pizzo dei Tre Signori (2554 m, nelle Alpi Orobie tra Valle Brembana e Valtellina/Val Gerola), il Corno dei Tre Signori (3360 m, nel gruppo dell’Ertles-Cevedale tra Lombardia e Alto Adige) e il Picco dei Tre Signori (3499 m, negli Alti Tauri tra Alto Adige e Tirolo; Dreiherrenspitze in tedesco).

Montagne tripartite tra altrettanti signori e domini, appunto!

Nello specifico: la vetta del Pizzo era storicamente il punto d’incontro dei territori dello Stato di Milano, della Repubblica di Venezia e della Repubblica delle Tre Leghe Grigie, quand’essa occupava la Valtellina, mentre oggi lo è della provincia di Bergamo, la provincia di Sondrio e la provincia di Lecco. Similmente, la cima del Corno in passato era toccata dai territori della Repubblica di Venezia, del Ducato di Milano o dei Grigioni (entrambi dominanti sulla Valtellina per un certo periodo) e del Principato Vescovile di Trento, mentre oggi i territori che vi confluiscono sono quelli delle province di Brescia, Sondrio e Trento. Infine, la sommità del Picco era tripartita solo in passato (e fino al 1873) tra i domini dei vescovi di Salisburgo, dei conti del Tirolo alternativamente con i vescovi di Bressanone e dei conti di Gorizia.

Peraltro, sono montagne tutte quante accomunate pure dalla grande bellezza morfologica e paesaggistica. In tal caso si può affermare che il “tre” è un numero perfetto anche esteticamente!

In ogni caso, non sono le uniche montagne a presentare un triplice confine geopolitico, ma sono le uniche delle Alpi a sancire tale peculiarità nel proprio toponimo. Altre sommità presentano suggestive “varianti” a questo tipo di denominazione oronomastica: ad esempio il Pizzo dei Tre Confini (2824 m, nelle Alpi Orobie), la cui vetta fino al 1927 faceva da giunzione ai comuni di Vilminore di Scalve, Bondione e Lizzola – ma ancora oggi si chiama così; a questa montagna bergamasca fa il paio la Foce dei Tre Confini, in realtà un passo dell’Appennino ligure a 1408 m sul quale in passato si toccavano i confini della Repubblica di Genova, del Granducato di Toscana e del Ducato di Parma, poi del Regno di Sardegna, del Granducato di Toscana del Ducato di Parma e oggi di Liguria, Emilia-Romagna e Toscana. Poco lontano si trova invece l’Alpe Tre Potenze, montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano alta 1940 m che anticamente segnava il triplo confine tra il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena ed il Ducato di Lucca.

Un caso ancora più particolare di tripartizione è quello della Cima Garibaldi, sommità dalla morfologia invero modesta alta 2843 m e posta appena sopra il Passo dello Stelvio. La vetta della montagna fu la triplice frontiera tra l’Impero Asburgico, il Regno d’Italia e la Svizzera, ma sono i toponimi tedesco Dreisprachenspitze e romancio Piz da las Trais Linguas a segnalare la vera particolarità della cima: l’essere confine tra tre differenti zone linguistiche, quella italiana del versante lombardo, quella tedesca del versante altoatesino e quella romancia del Canton Grigioni.

(Crediti delle immagini in testa al post: Pizzo dei Tre Signori, foto di Lorenui, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org; Corno dei Tre Signori, foto di Gregorini Demetrio, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org; Picco dei Tre Signori, foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Milano-Cortina, Olimpiadi proprio trasparentissime, eh!

[Immagine tratta da www.simico.it.]
Se si visita il sito della Simico, la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 (quella che deve gestire la costruzione delle opere olimpiche, in pratica), nelle pagine dedicate alla “amministrazione trasparente” (e a “Open Milano Cortina 2026”, la piattaforma a ciò dedicata) si può leggere questo:

Open Milano Cortina 2026 rappresenta un elemento di legacy delle Olimpiadi invernali 2026: il suo obiettivo, infatti, non è solo quello di assicurare la trasparenza sul Piano delle Opere, ma anche quello di promuovere una cultura della trasparenza sostanziale – e quindi accessibile e fruibile a tutti – e della legalità in ambito di appalti e investimenti pubblici.

Ottime e importanti dichiarazioni, non c’è che dire.

Poi, se al Politecnico di Milano, che ha siglato una partnership di fornitura con Simico da cui sono derivati accordi e incarichi vari, si chiede conto al riguardo attraverso una specifica documentazione, ecco cosa si ottiene:

Ne scrive Duccio Facchini su “Altreconomia” in un articolo (l’ennesimo) molto significativo su come si stanno organizzando le Olimpiadi di Milano-Cortina – articolo la cui lettura è assai consigliata.

«Promuovere una cultura della trasparenza sostanziale – e quindi accessibile e fruibile a tutti», scrive Simico. Eh, proprio vero!

Ribadisco: Milano-Cortina 2026 sarebbe un’ottima occasione di rilancio e rinascita delle nostre montagne e dei territori ad esse collegati, invece si profila ogni giorno di più come la solita faccenda all’italiana: un gran casino dal quale difficilmente ne uscirà qualcosa di buono. Anzi, prepariamoci al peggio. Ecco.

Una piccola/grande lezione di cultura civile di montagna

[L’inconfondibile sagoma del Pizzo Scalino, montagna simbolo della Valmalenco, vista dall’Alpe Lago, sopra Chiesa Valmalenco. Foto di Gaggi Luca 76, CC BY 3.0, fonte https://commons.wikimedia.org.]
Michele Comi, rinomata guida alpina malenca e formatore culturale di montagna (il che l’ha reso vincitore nel 2023 del prestigioso Premio Meroni), così risponde sulle sue pagine social a quelli che lo hanno attaccato e di frequente insultato per aver reso pubbliche alcune considerazioni personali sull’opportunità di svolgere gare di rally nei territori propriamente montani, come è accaduto di recente nella sua Valmalenco.

Al netto di ciò che si possa pensare sull’evento in sé, la risposta di Michele è una lezione di garbo, rispetto, educazione civica e al contempo di autentica, profonda cultura di montagna. Cioè di quelle virtù che qui come altrove spesso non si riscontrano, e ciò finisce per degradare e incancrenire questioni che, viceversa, potrebbero essere risolte in modi molto più proficui per tutti, oltre che più civili. D’altro canto, sono reazioni tipiche di chi sa di essere nel torto e non ha altri modi per difendersi e sostenere le proprie ragioni.

Cari amici del rombo e del fumo,
vi ringrazio sinceramente per l’energia che avete dedicato alle mie parole — all’articolo sui rally in montagna — che, a quanto pare, ha acceso più i vostri animi che le candele dei vostri bolidi.
Alcune reazioni (nelle pagine social dei giornali locali) lo ammetto, erano così infuocate da far impallidire un motore in fiamme.
È curioso: ho parlato di paesaggi, silenzi, animali selvatici, della delicatezza del vivere alpino. Voi, in molti, avete risposto con insulti personali, livore e un lessico da grigliata di scarichi e testosterone.
Evidentemente la mia riflessione ha toccato qualche nervo scoperto, non capita tutti i giorni che qualcuno si prodighi con tanto ardore per difendere l’idea che i tornanti di una valle alpina siano più adatti ai cavalli-vapore che ai voli d’aquila.
Riconosco, in fondo, una certa coerenza: difendere l’invasione a motore della montagna insultando chi propone un’alternativa civile e trasformare un dibattito culturale in una sagra dell’aggressività. Un rally verbale, insomma.
Ma tranquilli: non vi ho squalificati, nonostante abbiate tagliato tutte le curve del rispetto.
Nel frattempo continuo a salire a piedi, magari più lentamente, ma con una vista più nitida e l’aria più pulita nei polmoni.
Quando vorrete discutere seriamente, senza clacson né livore, vi aspetto in cima.
Ci sarà silenzio, neve sui crinali e nessuno a giudicarvi.
Tranne forse una marmotta, sorpresa da tanto rumore per nulla.

[Immagine tratta dalla pagina Instagram di Michele Comi.]

Il progetto “Montagna Italia”? Condanna i territori montani a un vivacchiare perenne e sterile

Leggo sulla stampa (vedi sopra ad esempio) che ammontano a 2.360.900 Euro i fondi che il Ministero del Turismo, nell’ambito dei fondi Piano Sviluppo e Coesione (PSC) rientranti nel progetto “Montagna Italia”,  ha destinato in favore della valorizzazione turistica, del potenziamento delle infrastrutture e della fruizione sostenibile dei territori montuosi della Lombardia.

Cioè, per essere chiari, tutta la montagna lombarda ha a disposizione un importo inferiore a quello che viene speso (e sovente finanziato dalla stessa Regione) per realizzare una sola seggiovia, e non delle più grandi:

[Tabella tratta da www.funivie.org.]
«Con ‘Montagna Italia’ puntiamo a rafforzare il sistema montano italiano» dichiara il Ministro del Turismo. A me pare invece che qui il “principio” ormai da tempo utilizzato sia quello espresso da quel noto detto milanese: piutòst che negót, mèi piutòst, “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Ma così non si rafforza affatto la montagna italiana, semmai la si condanna a un eterno vivacchiare, a un tirare avanti zoppicando, probabilmente funzionale a rendere i territori montani inevitabilmente costretti a sottostare alle mire dell’industria turistica, che infatti viene ben di più finanziata dagli enti pubblici (in Lombardia e non solo), nel frattempo facendo credere di sostenerla e addirittura di “rafforzarla”.

Tuttavia, se la politica spesso e volentieri mente, i numeri non mentono mai e, come detto, rendono da subito chiare le cose. La montagna italiana abbisogna e merita molto di più di quelle “mancette” che sembrano elargite solo per tenerla zitta e buona: innanzi tutto alle nostre montagne serve la volontà politica di sostenerle veramente, inoltre occorre la visione necessaria a progettare per esse e le loro comunità il miglior futuro possibile. E non solo possibile ma necessario, vista la realtà che stiamo affrontando. La politica del piutòst che negót, mèi piutòst non alimenta la rapida rinascita ma la lenta agonia delle nostre montagne. Lo si sappia, quanto meno.

La bresaola può ancora essere definita un cibo tipico e identitario della Valtellina?

[Immagine tratta da www.informacibo.it, sito che a differenza di molti altri riferisce chiaramente sulla reale provenienza delle carni bovine con le quali vengono prodotte le bresaole.]
Non posso che essere contento di leggere (qui) che è in aumento la produzione e l’export della Bresaola della Valtellina, i cui numeri nel 2024 hanno nuovamente raggiunto i livelli pre-pandemici. Ne ho scritto proprio di recente di questo sublime alimento “tipicamente” valtellinese, marchiato Igp, sul fatto che la gran parte della carne bovina utilizzata per il suo confezionamento viene dal Sudamerica: ciò è inevitabile, se si vuole accrescere costantemente il livello di produzione, ora giunto a 12.600 tonnellate/anno. Semplicemente, non c’è abbastanza carne in Europa, tanto meno in Valtellina ovviamente, per produrre così tante bresaole – infatti l’articolo de “La Provincia Unica TV” sopra linkato segnala anche la presenza di questo problema circa l’approvvigionamento della materia prima per le aziende che le producono.

Tuttavia, se non vogliamo osservare la questione dal punto di vista dell’autenticità del prodotto, come fanno tanti e ho fatto io stesso nel mio precedente articolo (la Bresaola della Valtellina può ancora essere considerata valtellinese, con Igp o senza, se la sua carne viene dall’altra parte del mondo?), è inesorabilmente necessario considerarla sotto l’aspetto della coerenza culturale (il cibo è cultura, è bene ricordarlo) riguardo un alimento che, appunto, viene continuamente definito “tipico”, “tradizionale”, “identitario” e via dicendo. In buona sostanza: come si possono ancora conciliare questi termini e soprattutto il senso che viene loro riconosciuto, a una produzione di oltre 12.600 tonnellate in aumento costante anno dopo anno?

La tradizionalità di un alimento, quando abbia anche una matrice culturale e persino identitaria come nel caso della bresaola per la Valtellina, non può accordarsi con un obiettivo basato sulla quantità produttiva, anche quando tale obiettivo non vada a inficiarne la qualità. Al netto della provenienza delle carni – in questo caso inevitabile, come detto – si tratta di una scelta culturale: puntare su una maggiore tipicità del prodotto e sulla relativa qualità limitandone la produzione e la filiera ad essa dipendente, oppure aumentare la produzione e il commercio del prodotto ma con ciò inesorabilmente annacquandone (o infirmandone?) la tipicità identitaria. Meno bresaole e maggiormente costose ma più valtellinesi oppure più bresaole, un mercato più ampio ma meno valore identitario valtellinese.

Entrambe le scelte sono legittime, per carità, ma alla base, ribadisco, vi è una questione culturale su base locale: una decide di restare coerente con tale cultura, l’altra decide che non gli interessa più: delle conseguenze dell’una o dell’altra, alla lunga più che il prodotto ne godrà o ne soffrirà il territorio, è bene tenerlo presente.