Raggiungerci stasera al Ristorante/Bistrot “Rob De Matt”, in via Butti 18 a Milano, è facile: ad esempio, dalla Valle Maira sono circa 48 ore di cammino, con poca salita e molta discesa, dai Piani Resinelli sono meno di 15 ore quasi tutte in discesa, mentre da Milano ve la cavate al massimo in un paio d’ore con solo pochi metri di dislivello complessivo oppure, per farla ancora più semplice, in 15 minuti dalla fermata più vicina della metropolitana. Ovvio poi che se avete un buon passo ve la cavate in modo anche più rapido!
Insomma, non potete mancare, questa sera da “Rob de Matt” per parlare di “Montagne in transizione”, anzi, dovete esserci: per ascoltare, partecipare alla discussione, dire la vostra, fare rete, contribuire a immaginare il miglior futuro prossimo possibile per le nostre montagne – da Milano, già, in perfetto stile metromontano.
Certo, poi a fine incontro dovrete tornare a casa a piedi, se così siete arrivati. Ma ciò di bello e importante che scaturirà dal talk, ne sono certo, vi renderà il percorso più facile e piacevole da camminare.
Dunque, ci vediamo stasera a Milano. Non mancate!
Per saperne di più sull’incontro, date un occhio qui.
Giovedì 12 giugno dalle 18.30 sarò a Milano, nei bellissimi spazi del ristorante/bistrot Rob de Matt, per parlare di “Montagne in transizione. Dall’economia del latte, allo sci, al turismo sostenibile. Prospettive per la vita e la frequentazione della montagna tra “overtourism” e valli dimenticate”. nell’ambito della rassegna Racconti dalle Terre Alte curata da NatLink APS, Vette e Baite Cooperativa Sociale, Associazione Rob de Matt.
Nell’epoca dei social media e del climate change siamo di fronte a un nuovo paradigma di rapporto tra montagne e comunità umane. Da un lato la crisi dello sci, con le chiusure sempre più frequenti di comprensori a bassa e media quota, dall’altro lo spam mediatico che ha portato a un forte aumento di interesse per le attività outdoor e la frequentazione dell’ambiente naturale, aprendo nuove opportunità ma anche nuovi fronti critici.
Come in tutti i momenti di cambiamento è dunque necessario impugnare il timone per stabilire la nuova rotta e non correre il rischio di essere portati alla deriva. Una deriva che sarebbe deleteria per tutta la montagna, per chi la abita, per chi la frequenta e in generale per il futuro delle terre alte.
Di questo e altro ne parlerò/parleremo con due realtà che sulle rispettive montagne stanno facendo cose belle e grandi: il Consorzio Turistico Valle Maira, che sta portando avanti uno dei percorsi più interessanti in Italia di marketing territoriale basato sull’outdoor e il turismo sostenibile, e Resinelli Tourism Lab APS, che si prende cura del territorio e della comunità nella piccola e iperfrequentata (ma per questo pure assai emblematica) località lecchese ai piedi della Grignetta.
Potete trovare il programma completo dell’evento – che è a ingresso libero – e ogni altra informazione al riguardo e sulla rassegna Racconti dalle Terre Alte nel sito web di Vette e Baite, qui.
[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
Ci vuole molta saggezza da parte delle amministrazioni locali. Leggo continuamente che si vogliono fare impianti di risalita dove ormai non nevica più. Serve gestire il territorio in maniera diversa e fare scelte oculate. Porto sempre l’esempio della Valle Maira, dove ho ambientato un altro dei miei romanzi, “L’inventario delle nuvole”. Ecco, la Valle Maira è oggi un luogo affollato di turismo consapevole, che è riuscito a rimanere pressoché intatto dal punto di vista naturale grazie alla lungimiranza dei valligiani che, tra gli anni Sessanta e Settanta, non hanno voluto la costruzione degli impianti di risalita: qui non ci sono piloni, cavi di acciaio, cemento, piste, e neanche albergoni e seconde case. Non c’è stata l’invasione di quell’edilizia che deturpa il territorio e la vita degli abitanti e dopo pochi anni è già morta. È stata una decisione che oggi premia quel territorio, che vanta un flusso turistico importante, ma fatto di persone che sanno che nei rifugi non troveranno lo spritz o la pasta con le vongole e apprezzano quello che c’è. Un turismo educato, che rispetta la natura e si basa sulla piccola accoglienza locale.
In una bella intervista pubblicata il 19 febbraio su “L’AltraMontagna”, l’amico Franco Faggiani parla di sé e della propria letteratura, del suo narrare di montagne e montanari, dei libri pubblicati e di quelli prossimi nonché di altre cose molto interessanti da leggere tra le quali rimarca, nel passaggio sopra citato, l’emblematica esperienza turistica veramente sostenibile della Valle Maira, un territorio che Faggiani conosce bene e nel quale vi ha ambientato uno dei suoi libri più celebrati, L’inventario delle nuvole.
[Franco Faggiani e la copertina del suo ultimo libro Basta un filo di vento.]Ecco: siccome spesso i promotori del turismo montano massificato, quello legato all’industria dello sci e ai suoi modelli che vengono replicati tali e quali (e si vorrebbero replicare sempre, denominandoli assai ambiguamente “destagionalizzazione”) con similari variegati impatti sui territori coinvolti, a chi li contesta subito ribattono che non ci sarebbero alternative ai loro “modelli”, quei promotori (amministratori locali o imprenditori privati che siano) andrebbero portati a fare un giro in Valle Maira oppure nei numerosi altri territori montani che stanno portando avanti lo sviluppo di frequentazioni turistiche sostenibili, dolci e consapevoli con notevole successo. Iniziative che certo non possono vantare i numeri del turismo di massa ma distribuendoli nel tempo e nello spazio con un risultato finale molto più proficuo per i territori e le loro comunità nonché consolidato nel tempo, senza alcun patema legato alle variabili climatiche o ad altre criticità. Ovvero, in base alla miglior strategia turistica possibile per le montagne e il loro futuro: la qualità al posto della quantità, l’ecologia al posto dell’economia, l’accoglienza degli ospiti invece che l’invasione dei turisti. Una strategia ben più vincente, questa, di altre imposte a forza alle montagne pur di fare numeri e tornaconti ma destinate a implodere presto. Inevitabilmente.
P.S.: della Valle Maira e del suo lodevole turismo ho già scritto qui.
(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
Sono già numerosi i frequentatori delle montagne che conoscono e apprezzano la dimensione turistica della Valle Maira, un luogo che a differenza di altre regioni alpine ha scelto da tempo di puntare sul turismo sostenibile nelle sue varie forme contemporanee. Questo anche perché – come si legge nel sito del Consorzio Turistico locale, la Valle Maira «è riuscita a preservarsi dal cemento e da pratiche che feriscono la montagna, come gli impianti di risalita. Libera, verde e incontaminata, attira un turismo slow, a passo lento, e gli amanti dell’outdoor che desiderano scoprire paradisi nascosti. La maggior parte delle strutture ricettive sono antiche borgate o case, ristrutturate nel rispetto dell’architettura della Valle, in maniera sostenibile. Spesso chi sceglie la Valle Maira lo fa anche perché alla ricerca di una vacanza a basso impatto». Una gestione turistica ammirevole, inutile rimarcarlo.
[La Val d’Ala, nelle valli di Lanzo vista dai pressi del Rifugio Gastaldi. Foto di Toma15996, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Più a nord, anche le Valli di Lanzo hanno intrapreso un simile percorso di gestione turistica sostenibile. In particolare, il Consorzio Operatori Turistici raduna differenti tipologie di operatori (albergatori, ristoratori, agriturismi, aziende agricole, operatori dei servizi turistici e sportivi) con l’obiettivo di sviluppare l’offerta turistica delle Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone, di migliorare la qualità dell’accoglienza ed incrementare la possibilità di fruizione del territorio, nel rispetto dell’identità culturale e delle risorse naturalistiche delle Valli, nella convinzione che le proprie iniziative possano portare una rinnovata attenzione verso le valli stesse ed una crescita dei flussi turistici a livello locale.
E sono proprio le due realtà sovracitate, nelle figure del Consorzio Operatori Turistici Valli di Lanzo e il Consorzio Operatori Turistici Val Maira che, al motto di «Territori diversi, obiettivi comuni» si sono unite nella Società Consortile a responsabilità limitata Valli Lanzo & Maira, la prima di questo genere in Piemonte – e, credo di poter dire, più unica che rara nell’intera cerchia delle Alpi italiane.
[L’altopiano della Gardetta in alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.][Veduta invernale del Pian della Mussa in Val d’Ala, Valli di Lanzo. Foto di Davide Tomatis, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Quella che la Valle Maira e le Valli di Lanzo hanno voluto e saputo costruire è un’importante ed esemplare sinergia: un modello di collaborazione e cooperazione significativo per diversi aspetti, primo tra tutti il cambio di paradigma nei riguardi della frequentazione turistica delle montagne nel presente e nei prossimi anni, sotteso dai suoi obiettivi. Si tratta di un’evoluzione che non solo commerciale ma anche politica, amministrativa, economica e, soprattutto, culturale. Inoltre, sottolineiamo che ad allearsi non sono due territori contigui ma, anzi, relativamente distanti e separati da un’ampia parte delle Alpi piemontesi, quella più sfruttata dall’industria turistica “pesante” (la Val Susa, per intenderci) che in questo modo si ritrova a confrontarsi con una alternativa turistica più consona alla realtà montana presente e futura. La società neo-costituita tra le due valli piemontesi e la sua missione rappresentano un modello pronto per essere imitato in numerosi altri contesti della montagna italiana, soprattutto in quelli ancora legati alla vecchia monocultura dello sci da discesa e della quale, forse, vorrebbero svincolarsi, puntando su un turismo diverso, senza sapere come farlo e con quale modus operandi. Un modello, questo, che per la sua novità e le caratteristiche che presenta si fa da subito esperienza da conoscere, studiare, analizzare e, appunto, per quanto possibile imitare.
[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]Per saperne di più, leggete l’articolo completo (con alcune immagini assai significative delle Valli Maira e di Lanzo) su “L’AltraMontagna“,qui.
N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:
Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce di emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.
Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.
Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.
Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.
Questi sono alcuni brani di un ottimo (al solito) post di Pietro Lacasella pubblicato l’8 luglio scorso su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” e intitolato Popolo dei turisti: ribellati!, con i cui contenuti mi trovo assolutamente d’accordo: vi invito a leggerlo nella sua interezza (e meditarlo) cliccando qui.
Alle preziose considerazioni di Pietro vi affianco una mia riflessione, inevitabilmente amara. Anch’io propugno con forza la ribellione del popolo dei turisti dall’immagine macchiettistica e grottesca funzionale ai tornaconti di quegli amministratori che, per malizia o per incompetenza, perseguono “strategie” turistiche massificanti e degradanti: è una ribellione che peraltro vedo già in corso, perché sono sempre di più i frequentatori delle località turistiche, di montagna in primis, i quali si rendono conto che in quelle strategie turistiche e nelle Disneyland alpine a cui mirano, c’è qualcosa (o c’è tanto) che non quadra, che non va bene, quando già non scelgono consapevolmente di evitare certe località-luna park ove l’esperienza della frequentazione del paesaggio di montagna viene terribilmente svilita.
Molto meno credo nella possibile “sveglia” degli amministratori pubblici, invece: salvo pochi casi, mi sembra evidente che tanti di essi si ritrovano ad avere tra le mani le redini gestionali dei loro territori proprio in quanto essi stessi primi “orgogliosi” rappresentanti – mi verrebbe da dire primi “prodotti” – dell’incultura politica dalla quale scaturiscono le suddette strategie così degradanti e della miopia che non fa vedere loro come la realtà stia invece cambiando, per l’appunto, come le persone siano sempre meno interessate, meno attratte da certe fruizioni turistiche obiettivamente vacue, futili, stupide, alle quali invece gli amministratori in questione le vorrebbero costringere, cercando invece una relazione meno mediata e più autentica con la Natura e il paesaggio, anche in un contesto ricreativo e vacanziero.
Poi, certo, resta comunque una parte di massa turistica che invece l’abito arlecchinesco citato da Pietro Lacasella lo indossa orgogliosamente, purtroppo (anche se non sa nemmeno il perché):
Come notate qui sopra ne denuncia la sussistenza, di questi turisti mal-educati alla montagna (sarcasticamente definiti da qualcuno merenderos), la Valle Maira, territorio turistico ma non turistificato che dichiara apertamente, anche così, di puntare a una diversa frequentazione della valle, a un visitatore che sappia dove si trova, che conservi la curiosità di conoscere cosa ha intorno e capisca il valore autentico dei luoghi montani che sta visitando.
Nei confronti dei primi, invece, sinceramente non so nemmeno se convenga perdere troppo tempo e consumare altrettanto impegno per riabilitarli a una più consapevole frequentazione dei luoghi montani: ho seri dubbi che mai lo capiranno cosa sia veramente, la montagna. Coloro i quali non manifestino una determinata volontà di andare oltre la mera fruizione turistica arlecchinesca o disneylandesca, è bene che in un modo o nell’altro siano allontanati definitivamente, dai monti. Tanto troveranno di che ugualmente sollazzarsi in qualsiasi bel centro commerciale, outlet village o altro simile non luogo, ne sono certo.