Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte I)

Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Ci risiamo. Le Lezioni americane sono del 1985, eppure le parole di Calvino sembra espresse stamattina, osservando la realtà contemporanea (a prescindere che siano state enunciate da uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, ovvio). Una realtà che è ormai per gran parte fondata su un linguaggio “approssimativo, casuale, sbadato“, sempre più spesso “intollerabile“. Certo, la letteratura sarebbe assolutamente una “via di salvezza” a tale situazione, ancora oggi, se solo molti editori non si fossero nel frattempo convertiti, a loro volta, all’approssimazione e alla sbadataggine del linguaggio…

Guy de Portalès, “Nietzsche in Italia”

Quando si parla di rivoluzionari storici facilmente vengono citati militari e condottieri, leader politici, più raramente scienziati o artisti. Eppure, se ci fosse da citare un personaggio che ha saputo realmente rivoluzionare la realtà in cui viviamo – almeno quello nostra occidentale – e lo ha fatto non con le armi, la politica o che altro ma con il pensiero e le idee, non ci si potrebbe esimere dal nominare Friedrich Nietzsche, un filosofo senza il quale la visione del mondo con cui lo identifichiamo (e ci identifichiamo in esso) sarebbe ben diversa e certamente assai peggiore – nonostante tutt’oggi il suo pensiero, pur tra innumerevoli letture e riletture più o meno interpretative ovvero speculative, si mantenga altamente rivoluzionario ergo incompreso quando non bellamente travisato, il che peraltro ne segnala tutta la forza culturale e la fondamentale importanza anche per il presente e il futuro.

Ma, appunto, se l’esegesi del pensiero nietzscheano è vastissima e labirintica, mi pare che pochi – almeno qui in Italia – abbiano saputo considerare il particolare rapporto che ha legato per lungo tempo Nietzsche al nostro paese, il cui paesaggio geografico e socioculturale ha invero rappresentato un elemento parecchio significativo nella genesi di alcuni dei suoi testi più importanti. Un rapporto dalla cui sostanza si genera anche la suggestiva narrazione di una relazione del grande pensatore tedesco con l’Italia non solo filosofico-intellettuale ma pure emotiva, spirituale e, perché no, ricreativa, in effetti per certi versi sorprendente in considerazione del rigore alquanto mitteleuropeo legato (non a torto) alla sua figura nell’immaginario collettivo.

Il valore di questa passione italica di Nietzsche l’ha invece ben colto Guy de Portalès – prolifico scrittore tedesco attivo nella prima metà del secolo scorso, stimato biografo di molti grandi personaggi europei dell’Otto-Novecento eppure pressoché sconosciuto in Italia – condensandolo poi in Nietzsche in Italia (Historica Edizioni, 2016, prefazione di Gennaro Malgieri; 1a ed.orig.1929), che la casa editrice cesenate ha onorevolmente recuperato e ripubblicato nella collana “La Biblioteca Ritrovata” []

(Leggete la recensione completa di Nietzsche in Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La morigeratezza del Superuomo (Friedrich Nietzsche dixit)

“Niente alcol, principi, celebrità, donne, giornali, onori. Soltanto la conversazione dei più alti spiriti e, talvolta, del basso popolo, perché essa pure è necessaria quanto la vista di una vegetazione possente e sana.”

Così annotava Friedrich Nietzsche sui propri quaderni in merito al personale modus vivendi tenuto durante i propri numerosi soggiorni in Italia (citato da Guy de Portalès in Nietzsche in ItaliaHistorica Edizioni, 2016, pag.49; ed.orig.1929. Cliccate sul titolo per leggere la personale recensione). Chissà se oggi – ovvero se, ipoteticamente, il Nietzsche di allora si ritrovasse nell’Italia di oggi – annoterebbe le stesse cose. Forse sì, ad eccezione – mi viene da temere – della conversazione col “basso popolo”, per sua ampia parte malauguratamente caduto troppo in basso per essere in grado di conversare di massimi sistemi (filosofici e non) così pure di questioni più leggere ma ugualmente e realmente importanti, né tanto meno in grado di saper sfruttare i preziosi insegnamenti di spiriti tanto alti e illuminanti…

Cose da non fare nella vita (Friedrich Nietzsche dixit)

Tu non devi amare né odiare il popolo.
Tu non devi affatto preoccuparti di politica.
Tu non devi essere né ricco né povero.
Devi evitare di seguire coloro che sono ricchi e potenti.
Devi prender moglie fuori dal tuo popolo.
Devi lasciare ai tuoi amici la cura di allevare i tuoi figli.
Non devi accettare nessuna cerimonia dalla Chiesa.

(Friedrich Nietzsche, citato da Guy de Portalès in Nietzsche in Italia, Historica Edizioni, 2016, ed.orig.1929.)

Come riferisce de Portalès, Nietzsche amava disseminare i suoi quaderni di “massime” estemporanee, sorta di istantanee in parole di visioni e di guizzi del pensiero improvvisi trasformati, attraverso la scrittura, in princìpi a volte provocatori e apparentemente paradossali ma, d’altro canto, in fondo coerenti e “conseguenti” alla sua così rivoluzionaria visione del mondo. Oltre che, a mio modo di vedere, in certi casi assolutamente validi anche oggi, in un presente che di guizzi intellettuali rivoluzionari come quelli del grande filosofo tedesco sembra essere drammaticamente privo.

P.S.: Cliccate sull’immagine per leggere la personale recensione di Nietzsche in Italia.

Sergej Dovlatov, “La valigia”

Nell’introdurre le personali impressioni di lettura di un altro libro letto poco tempo fa (questo), accennavo al fatto che nella vita di una persona ci sono oggetti dall’uso quotidiano e apparentemente ovvio o banale che tuttavia risultano fondamentali, per la frequenza con la quale vengono utilizzati o per ciò che consentono di fare oppure, aggiungo, per il valore e il senso delle azioni compiuti con tali oggetti. Come il materasso – a cui per il suddetto libro volevo riferirmi – anche la valigia è certamente uno di questi oggetti: “valigia” significa movimento, partenza, viaggio, forse fuga, e significa compendio ancorché temporaneo di una vita e della quotidianità, per come nella valigia si ripongano le cose necessarie – a volte vitali, altre volte emblematiche – al viaggio da intraprendere, al luogo da visitare, al tempo da trascorrere lontano da casa, sia esso della durata di pochi giorni oppure indeterminato.

Per Sergej Dovlatov, uno dei più grandi scrittori russi della seconda metà del Novecento, l’oggetto “valigia” ha significato emigrazione se non esilio: un esilio volontario dall’allora Unione Sovietica verso l’America giustificato in primis dall’impossibilità di pubblicare libri in patria – la prima stampa del suo libro d’esordio venne ritirata e poi distrutta dal KGB – ma ancor più da una particolare, personalissima dissidenza, che non si risolveva tanto contro il sistema di potere sovietico quanto più in una rivendicazione di pura e semplice libertà quotidiana. E non per fare chissà che – non per diventare un leader politico in esilio o la voce dei dissidenti transfughi, non per assurgere alla figura di eroe o di martire culturale del comunismo: semplicemente per vivere una vita normale, la più normale e ordinaria possibile. Ne La valigia (Sellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione, postfazione e cura di Laura Salmon; orig. Čemodan, 1986) Dovlatov racconta di questo suo drastico cambio di vita, avvenuto nel 1978 con l’emigrazione prima a Vienna e poco dopo negli USA, ma lo fa in modo assolutamente dovlatoviano: ovvero raccontando del contenuto della valigia con la quale intraprese il viaggio []

(Leggete la recensione completa de La valigia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)