Per il bene della Turchia, e dell’Europa

Alcuni delle migliaia di intellettuali turchi fatti arrestare negli scorsi mesi dal regime di Ankara.
Non sono certo che l’iniziativa del governo olandese contro la propaganda turca per l’imminente referendum costituzionale sia la migliore e la più diplomaticamente astuta: rischia da un lato di spianare ancor più la strada, di rimbalzo, ai più biechi populismi xenofobi e, dall’altro, di dare maggior forza, o maggior prepotenza, ad Ankara e al suo invasato rais – senza contare i retroscena che qualcuno denota al riguardo.

Tuttavia credo sia ormai del tutto improrogabile una presa di posizione netta da parte europea contro il regime attualmente al potere in Turchia. Un regime che ha arrestato più di 40.000 tra intellettuali, magistrati, docenti universitari, giornalisti e altre figure pubbliche colpevoli solo di aver espresso opinioni contrarie a quelle imposte dal regime, che sta limitando sempre più le libertà personali, che ha per lungo tempo fatto il doppio gioco con il sedicente stato islamico dell’ISIS, che mira da altrettanto tempo allo sterminio del popolo curdo… Un regime, in buona sostanza, che sta trasformando quello che fino a pochi anni fa era uno dei paesi più avanzati dell’Europa, anche culturalmente, in un regime teocratico di stampo islamista e di forma dittatoriale sempre più immerso nella tenebrosa e pericolosa aura geopolitica mediorientale – il quale per giunta, dopo tutto ciò, si permette di dare dei “nazisti” e dei “fascisti” agli altri con toni astutamente aspri funzionali a chissà quali ulteriori futuri ricatti. Qualcosa di semplicemente inaccettabile – anche, mi auguro, per la troppo spesso ipocrita e molle Europa. Si dirà che bisogna fare il più possibile buon viso a cattivo gioco per evitare che la Turchia abbandoni del tutto il suo legame con l’Europa e si sposti definitivamente nello scenario geopolitico mediorientale in una posizione potenzialmente ostile… Beh, e che sta già facendo la Turchia, in pratica? Per di più, con la bieca doppiezza di definirsi alleata dell’Occidente (ed essere definita come tale e conseguentemente sostenuta dalle diplomazie occidentali: doppia ipocrisia, in un senso e nell’altro!) ma nel concreto ponendosi in posizione di scontro e di ricatto costanti, sia politici che culturali.

Ecco, al proposito: non è una questione solo politico-diplomatica, ma pure profondamente culturale: in modo diretto, per come le purghe del regime stiano distruggendo la parte migliore della cultura turca contemporanea, e in modo indiretto perché tale distruzione comporta inevitabili conseguenze sul resto della cultura europea, anche per come fornisca fiato alle peggiori trombe populiste anti-culturali, come già accennato. Ma ancor più nel principio, dacché l’azione dittatoriale dell’attuale regime turco dimostra in modo evidente, ancora oggi come da sempre, che per qualsiasi potere illiberale e antidemocratico la cultura è il primo nemico, il primo avversario da combattere nonché la prova indubitabile della natura bieca e oppressiva del regime stesso.

Sempre più valido, al riguardo, risulta  l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia del grande scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk, che pubblicai qui sul blog lo scorso settembre, e che a mio modo di vedere non è stato sufficientemente ascoltato e supportato da parte della cultura europea. Ma se questa, intesa nel suo insieme, vuole continuare a rappresentare la base ineluttabile del senso più alto e nobile di “civiltà”, non può e non deve restare inerme di fronte a una tanto grave deriva anticulturale in un paese così importante per la storia dell’Occidente, così come non dovrebbe lasciare tutta l’iniziativa alla politica, con i soliti pericoli e le strumentalizzazioni del caso, parlando invece in prima persona in difesa delle decine di migliaia di intellettuali turchi arrestati, in primis, delle libertà fondamentali subito dopo e di seguito della tragedia culturale che la suddetta deriva provocherà. Se questa parte di mondo vuole continuare a definirsi libera, emancipata, civile, aperta, culturalmente avanzata, semplicemente non può accettare l’attuale condotta del regime di Ankara: per il bene stesso del popolo turco, della storia europea ovvero euroasiatica, per il futuro di questa parte di mondo, per la libertà – in ogni senso la si possa intendere.

In libreria con Alice, prossimamente…

Copertine_Radio-AliceAlice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Prossimamente in tutte le librerie e sul web.
Cliccate sull’immagine lì sopra per saperne di più.

Alice, la voce di chi non ha voce. Una radio rivoluzionaria, e un nuovo libro.

Qualche giorno fa, esattamente il 9 febbraio, si sono celebrati i 40 anni esatti dalla prima trasmissione (dai propri studi di Bologna) di quella che è stata la più libera, rivoluzionaria e innovativa – nonché leggendaria, per molti aspetti – tra le radio “libere” d’Italia (ma non solo): Radio Alice. Tuttavia non una semplice radio, non solo una delle prime emittenti nate dopo la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive dal pubblico monopolio RAI (e per questo di lì a breve definite anche private) e non soltanto un’esperienza comunicativa giovanile. No, una vera e propria rivoluzione, appunto, ovvero l’invenzione, la creazione di un nuovo modo di fare comunicazione e informazione, così innovativo da divenire tanto amato dalla gente comune quanto odiato e avversato dalle istituzioni, incapaci di concepire una tale manifestazione di libertà comunicativa sfuggente a qualsiasi controllo superiore. Il tutto, in un periodo della storia recente d’Italia assai complesso e problematico, ma d’altro canto fondamentale – nel senso più pieno del termine – per le vicende degli anni successivi, fino ai giorni nostri.
Radio Alice fu l’emittente del Movimento del ’77 bolognese, tra i più attivi ed emblematici di quegli anni, ma soprattutto fu la voce di chi non aveva voce (come recitava il motto dell’emittente), ovvero di chiunque non vedesse riconosciuto il diritto di opinione e di parola da parte del sistema istituzionale – politico, sociale e non solo. Partorita da un gruppo di creativi geniali – magari senza nemmeno saperlo di essere tali, ma di sicuro capaci di intuire genialmente ciò che mai prima nessuno aveva nemmeno immaginato – Radio Alice sconvolse e trasformò il linguaggio della comunicazione mediatica, con modalità del tutto nuove e sorprendentemente anticipatrici dell’attuale web 2.0 e dell’universo dei social network. Per tale motivo, ancora dopo 40 anni, la voce e l’esperienza di Radio Alice, con la sua storia così emblematica e tribolata, sanno ancora raccontare, rivelare, insegnare, illuminare moltissimo, sia in senso teorico che pratico ovvero – mi piace dire – sia in senso spirituale che culturale e formativo, a dimostrazione di una rivoluzione che, sotto certi aspetti, è ancora in corso e può essere tutt’oggi rilevata, studiata, conosciuta e apprezzata.

Ugualmente per tale motivo, Radio Alice sarà la protagonista del mio prossimo libro, Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre in Prima di copertina_330uscita entro marzo (salvo imprevisti) per Senso Inverso Edizioni. Un volume che vi racconterà tale storia in modo altrettanto creativo e – se così si può dire – rivoluzionario dunque, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo.
Molti hanno sentito parlare di Radio Alice e della sua affascinante aura leggendaria, ma pochi la conoscono veramente come merita di essere conosciuta. Spero proprio che il mio libro possa sapervi affascinare, avvincere e, magari, anche farvi meditare.

Un invito a non alzarvi stamattina, a stare a letto con qualcuno, a fabbricarvi strumenti musicali o macchine da guerra
Qui Radio Alice. Finalmente Radio Alice. Ci state ascoltando sulla frequenza di 100.6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazza i crucchi.
Alice si è costruita una radio ma per parlare continua la sua battaglia quotidiana contro gli zombi e jabberwock. Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, o bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie. Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti…

(Dalla prima trasmissione di Radio Alice sui 100.6 MHz FM, la mattina del 9 febbraio 1976.)

P.S.: ovviamente seguite il blog per avere ulteriori informazioni sul libro e sulla sua uscita, oltre che per conoscere le date delle presentazioni pubbliche.

La mancanza di cultura genera mancanza di identità. Con tutte le tragiche conseguenze del caso.

(Image credits: Illustration Works/Corbis)
(Image credits: Illustration Works/Corbis)

Un illuminante articolo (di Gabriele Catania) uscito il 1 dicembre su Gli Stati Generali mette nero su bianco una situazione nazionale in tema di (mancata) integrazione e fobie xenofobe già palese a prima vista, quantunque sovente sminuita quando non negata.
Leggo nell’articolo: “Che l’Italia sia un paese alquanto islamofobo, lo sembrano suggerire anche i dati. Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, il 63% degli italiani ha un’opinione sfavorevole dei musulmani presenti nel nostro paese. Si tratta di un dato persino più negativo di quello greco (53%) e polacco (50%). Considerando che nei tre paesi citati vivono comunità islamiche assai meno cospicue di quelle di Germania, Francia e Regno Unito, dove l’opinione ostile ai musulmani è del 33%, 27% e 26%, forse ad alimentare il crescendo islamofobo contribuisce, in maniera decisiva, l’ignoranza. La non-conoscenza.
Ignoranza e non-conoscenza come cause della paura nazional-popolare verso lo straniero, soprattutto se proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo. Senza dubbio è così: è una questione culturale – per questo ne sto disquisendo, qui – che a mio parere risulta strettamente intrecciata ad altre questioni, o problemi, legati in qualche modo alla cultura diffusa nel paese ovvero alla non diffusione, all’estinzione, alla negazione dell’elemento culturale nella società civile contemporanea, come ho più volte affermato qui sul blog.
Tuttavia, a mio parere, c’è un altro motivo per il quale si determina la situazione di cui sopra, a sua volta assolutamente culturale ma, per così dire, più profondo, forse ancora più grave, che personalmente da tempo ritengo di rilevare e circa il quale ho trovato una inaspettata tanto quanto rimarchevole consonanza in una lettura recente, quella di Bisogno di libertà di Björn Larsson.
Sto parlando di identità, per capirci. Ovvero di come noi italiani, purtroppo, siamo un popolo dall’identità debole, molto debole. E, quella poca presente (se ammettiamo che ve ne sia), costruita su elementi del tutto avulsi e incongruenti da qualsiasi buon concetto culturale correlabile ad essa.

Bjorn-Larssonimage99Così scrive Larsson nel suo libro, a pag.154:

No, non c’è niente di assurdo o contraddittorio nel sostenere prima che si può scegliere di cercare di cambiare d’identità e poi che si dovrebbe, se non cambiarla, almeno prenderne coscienza, per farne una forza che non ha paura dell’incontro degli altri. Perché è qui che ritroviamo il bisogno di libertà. L’identità che ha paura dell’altro, che si costruisce in funzione e contro altre identità, che esclude e costruisce muri di protezione, sarà sempre un’identità debole.

Esattamente così. La paura è sempre segno di debolezza, di insicurezza dettata dalla percezione, pur inconscia, di non avere la forza ideale, spirituale e culturale, appunto, di difendere la propria essenza. Il che, per riflesso automatico e inesorabile, porta a maturare forme di difesa violente e repressive – la stessa cosa che accade con i regimi totalitari, il cui uso della forza, apparentemente segno di potenza, è in realtà sintomo chiaro di estrema debolezza, al punto che senza quella forza crollerebbero rapidamente. Ma, anche al di là di tali devianze politiche (che ci auguriamo non si debba più rilevare, qui), è del tutto evidente come la drammatica mancanza di cultura presente nella società italiana, rilevabile da innumerevoli micro e macro dati – dal calo di lettori di libri a quello di visitatori dei musei, alla qualità dei programmi TV, al “con la cultura non si mangia” perseguito dalla politica all’ignoranza di fondo di troppi italiani circa la conoscenza generale del proprio paese fino alla terribile carenza di memoria storica (ma l’elenco potrebbe continuare molto a lungo) – determini una relativa e inevitabile mancanza di identità, accresciuta peraltro da fattori storici (dopo l’Italia non si sono fatti gli italiani, come invocava invece Massimo D’Azeglio o chi per lui), e dunque una profonda debolezza sociale e antropologica.
E di fronte a tale mancanza di identità, chiaramente persino l’elemento più innocuo eppure appena appena diverso da quella convenzionale “normalità” entro cui la società italiana si rannicchia proprio per sua insicurezza appare come qualcosa di cui aver paura, qualcosa da temere perché potrebbe sopraffare la società stessa. Ma, in verità, non sarebbe il “diverso” a vincere, semmai la società ad essere già perdente in partenza.
Anche per questo insisto tanto, per quel che io, da buon “signor nessuno”, sul difendere a spada tratta la cultura ed anzi sul diffonderla sempre di più e imporla come elemento fondamentale, insostituibile per la nostra società, se non si vuole che la stessa finisca malissimo in tempi brevi. Perché la cultura genera coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza e pure identità, consapevolezza civica, sociale/sociologica di sé e del mondo che si ha intorno e con cui si interagisce. E quando si è sicuri di ciò che si è, sarà ben più difficile avere paura di ciò che è diverso. Di più: vi sarà già di default la condizione migliore per avviare il dialogo, la reciproca conoscenza, lo scambio di sapienza e di cultura, il tutto sullo stesso piano e non da livelli differenti.
Purtroppo, coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza, identità e ogni altra virtù civica scaturente dal possedere cultura sono anche quanto più il potere avversa ai fini della conservazione della propria forza dominatrice. Si sa bene che un popolo ignorante è ben più assoggettabile e comandabile di uno dotato di intelligenza – civica e non solo. Per tale motivo, finché non sapremo uscire da tale circolo vizioso ovvero finché non faremo in modo che il sistema di potere vigente ce lo impedisca, resteremo una società dotata di debolissima identità e per questo in balìa di chissà quante fobie e ulteriori letali storture, fino al punto di non ritorno. E, in tal caso, sarà solo colpa nostra, non di chissà quali immigrati, stranieri, diversi o che altro.

L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
Se c’è una cosa che ha segnato irrimediabilmente la storia dell’Europa in questo 2015 ormai agli sgoccioli, è certamente stata l’epitaffio nei confronti della sua (presunta) civiltà scritto da essa stessa attraverso la scellerata gestione dell’arrivo e del transito sul suo territorio dei profughi e dei rifugiati, delle cui vicende ormai tutti sappiamo – seppur spesso nel modo distorto trasmesso dai media. Eppure esattamente 800 anni fa, nel 1215, il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra promulgava la poi divenuta celeberrima Magna Charta, nella quale già era sancito il diritto dei rifugiati provenienti dai paesi in guerra di essere accolti – lo ricorda la prestigiosa rivista Il Mulino sulla propria pagina facebook:

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215 della Magna Charta. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Dopo 8 secoli, l’Europa non solo si è dimenticata di tali principi di civiltà e umanità, ma li ha pure calpestati per fare spazio a ignoranze, egoismi, biechi tornaconti, populismi, criminosità politiche varie e assortite che hanno comportato soprattutto ciò che mai dovrebbe essere negato a un essere umano, quanto più se in difficoltà: la dignità. E non sto affatto riferendomi a cosa si debba fare nel concreto: il problema non è l’accoglimento o il respingimento oppure che altro. In un senso e nell’altro, qualsiasi decisione presa deve essere sempre rispettosa della dignità delle persone: e io credo che l’Europa – salvo rari casi – non abbia saputo fare ciò, anzi, che abbia scientemente negato una condizione dignitosa a molti dei profughi giunti in terra europea da paesi a dir poco devastati da guerre e disordini, e lo abbia fatto per via di una inopinata ma purtroppo sempre più profonda barbarie politica e culturale scaturente dalla propria tremenda pochezza identitaria.
Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.