Charlotte Kerr, la seconda moglie di Friedrich Dürrenmatt, un giorno di gennaio del 1992 telefonò a Mario Botta: «Sarebbe disposto a venire a Neuchâtel? Ho deciso di regalare la casa di Dürrenmatt e il terreno per costruirvi un museo. Mi mancano i soldi per la costruzione, ma sono certa che li troveremo… Allora, che ne dice? Perché non viene a dare un’occhiata?» «Che c’entrano i soldi quando si tratta di Dürrenmatt? A lui devo il mio sviluppo intellettuale. Certo che vengo.»
(Conversazione citata da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.83. Il “museo” in questione è il Centre Dürrenmatt Neuchâtel, al quale fa riferimento l’immagine in testa al post: cliccateci sopra per saperne di più, oppure cliccate qui per visitarne il sito web.)
C’è il serio rischio, sappiatelo, che questa mia “recensione” (termine virgolettato dacché usato per mera semplicità e rapidità di concetto, dovrei parlare di impressioni di lettura, semmai), si risolva in men che non si dica, poche righe e stop, detto tutto. E non perché non abbia da dirvi a sufficienza sul libro in questione, anzi, forse proprio per il motivo opposto, che tuttavia sottosta a un superiore ordine di “giudizio” (altro termine che uso per brevità) il quale potrebbe risolvere tutto quanto rapidamente, appunto. Nemmeno conta il fatto che il testo in questione occupi meno di settanta pagine: nuovamente la sua brevità è direttamente proporzionale agli elementi di discussione che può far scaturire. Conta invece moltissimo il fatto che, per il sottoscritto – ma, sia chiaro, sono l’ultimo e il più “piccolo” in prestigio a sostenere quanto di seguito – Friedrich Dürrenmatt sia senza alcun dubbio uno dei più grandi scrittore europei dell’intero Novecento, nobilissimo rappresentante di un panorama letterario, quello svizzero, piccolo come il proprio territorio nazionale eppure di grande spessore e altissima qualità. La Valletta dell’Eremo (Edizioni Casagrande, 2002, cura e traduzione di Donata Berra; orig. Vallon de l’Ermitage, 1986) è un perfetto esempio di quanto ho appena affermato, pur rappresentando un’opera “secondaria” nella bibliografia di Dürrenmatt che tuttavia, nella sua particolarità, ne rispecchia in modo evidente la personalità umana e letteraria […]
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Una volta una signora domandò ai miei bambini che stavano giocano per strada che cosa facesse il loro papà, quale fosse la sua professione, e la risposta fu: «Racconta storie». La signora rimase sconcertata. A ragione. A Neuchâtel erano gli insegnanti, o altre persone serie, che si dilettavano di scrittura, e solo come passatempo. Che io facessi soltanto lo scrittore era una faccenda sospetta.
Dunque, anche uno dei più grandi scrittori europei del Novecento subì quell’atteggiamento di disprezzo verso la produzione professionale di cultura, così tipico di certi benpensanti, che continua tutt’oggi ed anzi va crescendo in forza di quella tragicamente celebre affermazione per la quale “con la cultura non si mangia”: evidentemente un retaggio conformista avente antiche radici nello stesso concetto di “potere”, io temo – lo stesso Panem et circenses d’epoca romana agiva sullo stesso principio. Il potere, insomma, da sempre foraggia buffoni e cialtroni d’ogni sorta, giammai pensatori e creativi culturali. Troppo “pericolosi”, questi. Ma come lo stesso Dürrenmatt insegna (nel libro citato, ad esempio), è bene disprezzare senza indugio quel disprezzante perbenismo, anche solo ignorandolo totalmente e restando da esso il più lontano possibile: c’è molta più onestà (intellettuale e non solo) e molta meno finzione in chi racconta storie anche inventate sui libri che in quei conformisti intellettualmentedeformati che credono di poter dominare la realtà per chissà qual “unzione divina” – o per ben più terrena e ipocrita arroganza. Ecco.
Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.
Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.
Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto […]
Claudio Ferrata
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