Ora, posto quanto scrissi qualche settimana fa su cosa sia, oggi – o meglio: da un certo tempo – il Premio Strega, mi è tornato pure in mente ciò che in merito ai finalisti avevo letto ovvero ha scritto sul proprio profilo facebook un tot di tempo fa, dunque in tempi non sospetti, Giulio Mozzi – uno dei migliori scrittori italiani in senso assoluto: il che significa uno di quelli di maggior valore letterario, non di celebrità e/o vendite e/o presenza mediatica, eh! Ne riprendo qualche significativo passaggio:
Premio Strega: provincia romana. Eraldo Affinati (nato a Roma, vive a Roma).
Edoardo Albinati (nato a Roma, vive a Roma).
Giordano Meacci (nato a Roma, vive a Roma).
Elena Stancanelli (nata a Firenze, vive a Roma da più di vent’anni).
Vittorio Sermonti (nato a Roma, vive a Roma). Se volete piazzarvi allo Strega, cercate di nascere a Roma, o almeno di abitarci. Non è sufficiente, ma a quanto pare è necessario. Per chi possono votare, gli Amici della domenica, se non per gli amici? Per qualcuno che hanno incontrato cento volte in quella o quell’altra occasione? Peccato che ci sia tutta un’altra Italia, là fuori.
Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma mi permetto di denotare almeno un paio d’altre considerazioni, che reputo alquanto significative e una volta di più emblematiche dello stato dell’editoria nel nostro paese.
Prima considerazione: non c’è niente da fare, proprio niente di niente. Siamo il paese dei campanili e lo saremo sempre, anche in quegli ambiti verso i quali il classico atteggiamento campanilista italico è quanto di più discordante ci sia – a meno di pensare che la cultura non sia cosa universale e collettiva ma qualcosa dotato di valore circoscritto, che sia riconosciuto qui e non là o viceversa. E che si tratti di Roma, Milano, Torino o Moncenisio, la questione non cambia, inutile rimarcarlo.
Seconda (e ribadita) considerazione: continuo a non capire a cosa serva il Premio Strega, così come è concepito e messo in atto, per lo stesso motivo in base al quale non capirei il senso, per fare un esempio tra tanti, di un ipotetico campionato automobilistico nel quale gareggino 4 o 5 fuoriserie di proprietà di ricche e facoltose scuderie e un tot di utilitarie messe in gara da fervidi tanto quanto squattrinati appassionati. Insomma: nulla toglie che quelle fuoriserie siano (possano essere) delle gran belle macchine, ma che gareggino in tal modo è roba parecchio ridicola.
Che avesse ragione Umberto Eco quando, già parecchi anni fa, dichiarava che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”?
O forse aveva torto a sostenere ciò, perché lo Strega è sostanzialmente – ovvero nei suoi valori originari – già morto? E se fosse morto il suo premio più importante e rinomato, come potrebbe stare il panorama editoriale nostrano?
Tutto ciò senza nulla togliere alla qualità letteraria dei romanzi finalisti del premio, sia chiaro. Anche perché, se tanto ci dà tanto, la qualità non conta troppo, pare, e non per decisione dei lettori.
(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)
Conosciuta anche come Biblioteca Vanvitelliana, a ricordare il celebre architetto Luigi Vanvitelli che nel 1765 risistemò il bellissimo salone monumentale – luogo che ha poco da invidiare ad altre similari e osannate sale bibliotecarie in giro per il mondo – la Bibliotheca Angelica di Roma è considerata nel contesto europeo, assieme alla Biblioteca Ambrosiana di Milano e alla Biblioteca Bodleiana di Oxford, come uno dei primi e più chiari esempi di biblioteca “pubblica”, ovvero di un’istituzione creata con il chiaro intento di fornire accesso ai libri ad una comunità di lettori quanto più ampia possibile.
Fondata nel 1604 dal vescovo agostiniano Angelo Rocca, possiede un fondo antico stimato in circa 120.000 volumi relativi prevalentemente al pensiero agostiniano e alla storia della riforma e controriforma, oltre a un cospicuo fondo di volumi moderni e contemporanei; inoltre il patrimonio è composto da circa 2.700 manoscritti tra latini, greci ed orientali, 24.000 documenti sciolti, oltre 1.100 incunaboli e circa 20.000 cinquecentine; 10.000 circa sono le incisioni e le carte geografiche conservate dall’istituzione.
Dal 1940 è sede dell’Accademia Letteraria dell’ Arcadia. Dal 1975 fa parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per visitare il sito web della Biblioteca.
(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo. Beh… quasi ovunque, ecco. Per saperne di più sul libro, andate in fondo all’articolo e cliccate sull’immagine…)
Vorrei cominciare la presentazione di questo libro da lontano, anche per farvi capire quante cose la protagonista del libro ci sappia narrare…
1865: esce il libro di un diacono e matematico inglese che parla di una bambina curiosissima di scoprire un mondo sconosciuto e meraviglioso, un libro destinato a diventare un classico della letteratura: Alice nel paese delle meraviglie, che oltre ad essere un capolavoro linguistico, è anche metafora della possibilità di cambiare il mondo e di dare potere alla fantasia… Un libro dove il termine più presente nel testo è proprio curioso, non a caso.
Qualche decennio più avanti, ora. Primi del Novecento: in Russia Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo, con accezione simile a quella scaturita dal Futurismo ritiene che l’arte debba essere messa al servizio della rivoluzione bolscevica al fine di eliminare ogni “vecchiume” artistico e letterario del passato, sostenendo la necessità di una propaganda creativa – poetica o quant’altro – che capovolgesse i valori sentimentali e ideologici del passato stesso per adattarli alle nuove istanze generate dalla Rivoluzione. Morì suicida nel 1930, demoralizzato dalla campagna condotta contro di lui dalla critica di partito.
Un altro passo avanti: anni ’20 del Novecento, nascono il movimento Dada e il Surrealismo. Esponente di quest’ultimo è Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola.
Poi vengono Baudrillard, tra i primi a capire che l’effetto della comunicazione sulla società dipende anche dal mezzo tecnologico con cui viene diffusa, McLuhan con la sua celebre teoria “il medium è il messaggio” e insieme Duchamp con la sua arte che è tale, ovvero diventa tale, solo se e quando viene dotata di un messaggio da trasmettere, quindi Gilles Deleuze e Felix Guattari con L’Antiedipo nel quale viene evidenziato il legame psicanalitico e sociologico esistente tra desideri sociali e potere.
E poi viene un decennio fondamentale nella storia del nostro paese, quello racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano fondamentali nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina, che il nostro presente forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Nel 1974, sempre a Bologna, si mette all’opera anche un piccolo gruppo di creativi, che proprio in tema di possibilità comunicative libere e, dunque, di attivismo politico e sociale correlabile, si mettono a pensare a come creare un mezzo di comunicazione che possa efficacemente sfruttare queste nuove possibilità e, al contempo, possa proporre un nuovo tipo di comunicazione, che non sia quella istituzionalizzata e ideologicizzata scaturita dal Sessantotto, non quella rinchiusa in spazi pur autonomi ma comunque limitati e controllati, ma che veramente possa rivoluzionare la possibilità di comunicare, in senso pratico ma pure in senso creativo. Così nasce Radio Alice: Alice proprio come la ragazzina curiosa e desiderosa di cambiare il mondo con la forza della fantasia di Lewis Carroll, proprio con l’intento che Majakovskij aveva indicato ovvero di tentare di rivoluzionare il mondo con gli strumenti dell’arti e della creatività più che con quelli dell’azione politica, la quale invariabilmente finiva per essere regimentata dal sistema istituzionale. Un’arte, ovvero l’arte di fare radio in modo totalmente nuovo, che potesse comprendere qualsiasi cosa – come propugnava Artaud con la sua arte totale – , perché qualsiasi cosa può diventare arte ovvero qualsiasi cosa ha diritto di essere trasmessa per radio – come fece capire Duchamp… E così via.
Una radio totalmente rivoluzionaria e totalmente innovatrice – vorrei dirvi proprio perché ho voluto utilizzare questo termine nel titolo: non “la radio più libera e nuova” ma innovatrice cioè capace di proporre attivamente un nuovo modo di fare radio, di fare comunicazione e informazione, di dare voce a chiunque richiedesse il diritto di dire qualcosa. Un moto d’azione, insomma, qualcosa che non innovava staticamente, che inventava qualcosa di nuovo e lo lasciava lì, fermo in attesa di chissà che, ma che forniva a chiunque una via da seguire, un nuovo strumento filosofico, teorico e pratico da utilizzare, talmente rivoluzionario da far diventare di colpo superato qualsiasi altro esistente.
Una rivoluzione in forma radiofonica, insomma, che – leggo una definizione molto adatta al caso – “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice – si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò… in realtà è una definizione di “social network” che si può trovare sul web. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, che nel titolo di un capitolo del libro definisco “la social radio”… Con la sua innovazione del linguaggio, con la scelta precisa di “dare voce a chi non ha voce” e dunque di dare la possibilità a chiunque di parlare, dire, comunicare – anche con “invenzioni” che oggi ci appaiono cosa ovvia e normale ma che 40 anni fa erano realmente rivoluzionarie, come il fatto di mandare in diretta le telefonate degli ascoltatori senza alcun filtro – con la prerogativa di essere una sorta di server per chiunque volesse interagire con la radio stessa, con gli ascoltatori e con l’ambiente – ovvero la stessa città di Bologna – in cui la radio veniva ascoltata, con l’essere l’efficacissimo esempio pratico di quanto dicevano Baudrillard e McLuhan, ovvero che il messaggio prende forza anche e soprattutto grazie al mezzo che lo trasmette – ovvero, di contro: più acquisisce valore il mezzo, più acquisisce valore il messaggio trasmesso da quel mezzo, ed essendo Radio Alice un qualcosa di rivoluzionario, gli stessi messaggi trasmessi diventavano rivoluzionari… – ecco, con tutte queste cose, si può tranquillamente affermare che Radio Alice non solo ha rivoluzionato il modo di fare informazione e comunicazione di allora, ma ha praticamente profetizzato il web, i social network e i sistemi open source, ovvero quelli offerti a beneficio di chiunque li voglia utilizzare e sviluppare.
E scusate se è poco – in realtà è, veramente, qualcosa di fenomenale e unico. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Per tutto questo, e per moltissimo altro, credo proprio di poter affermare che, in Alice, la voce di chi non ha voce, non ho solo narrato una storia, spero nel miglior modo possibile, ma di raccontare la storia di una radio (e dei suoi creatori) che ha fatto la storia.
Luca Rota Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00 In tutte le librerie e sul web (Cliccate sull’immagine del libro per saperne di più!)
Per quei pochissimi (!) che si fossero persa la diretta audio e video nazionale, ecco qui sopra il podcast dell’intervista su Alice, la voce di chi non ha voce che ho avuto l’onore di sostenere presso lo stand-studio di Radio Radicale con Emilio Targia – caporedattore dell’emittente – al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, domenica 15 maggio. La si può ascoltare anche solo come streaming audio, se preferite – date un occhio alla scheda dell’intervento, qui.
Devo doverosissssssimamente ringraziare di nuovo Emilio e Radio Radicale per l’invito, la disponibilità e la simpatia riservate allo scrivente e, soprattutto, alla storia di Radio Alice e al mio libro che la racconta. In fondo, come ho anche detto nel corso della chiacchierata, è stato un po’ come rimarcare una comunanza storica, mediatica e… megahertziale! L’ultima frequenza in uso da Radio Alice prima della definitiva chiusura, infatti, ovvero i 92.8 MHz, venne ceduta proprio a Radio Radicale ed è tutt’oggi una delle frequenze sulle quali si può ascoltare l’emittente a Bologna e zone limitrofe. Chissà, su quelle onde radio forse viaggiano echi lontani eppure ancora oggi densi della storia e del valore “rivoluzionario” di Radio Alice, e del tempo in cui la sua avventura si realizzò e si compì…
In ogni caso, buon ascolto e buona visione!
Grazie alla prestigiosa ospitalità di Radio Radicale, Alice, la voce di chi non ha voce, il (mio) libro sulla più libera e innovatrice radio di sempre, sarà ospite del XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino: domenica 15 maggio alle ore 10.30, presso lo stand-studiodella radio (Padiglione 2, J168) in diretta audio-video (e per chiunque sarà lì presente), avrò l’onore e il piacere di dialogare con Emilio Targia – caporedattore di Radio Radicale – sulla storia, la rivoluzione, il retaggio socio-culturale (e non solo) di Radio Alice nonché, appunto, sul volume che ne ho ricavato, a 40 anni esatti dalla storica prima trasmissione dagli studi di via del Pratello 41 a Bologna.
Una chiacchierata che sarà pure – in spirito – una sorta di “ritorno al passato” radiofonico, visto che l’ultima frequenza in uso da Radio Alice prima della definitiva chiusura, ovvero i 92.8 MHz, venne ceduta proprio a Radio Radicale ed è ancora una delle frequenze sulle quali ascoltare l’emittente nella zona di Bologna.
Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più, oppure cliccate quiper conoscere ogni cosa utile sul libro.
P.S.: ovviamente, ringrazio di cuore Emilio Targia e tutta Radio Radicale per la preziosa opportunità di dare ancora voce non tanto a me quanto a (Radio) Alice, continuandone ancora la rivoluzione.