L’instagrammazione selvaggia delle montagne e il caso emblematico del lago proglaciale di Fellaria

[Il Lago proglaciale di Fellaria a settembre 2023.]
Un bel dilemma, quello posto sul proprio sito e sulle pagine social da Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco: come fare per evitare che troppe persone, spesso poco attente al contesto nel quale si trovano, visitino e “disturbino” il lago proglaciale di Fellaria, luogo estremamente delicato sul versante malenco del Bernina in preda alla più selvaggia “instagrammazione” della sua bellezza?

Togliere il ponte che supera l’impetuoso torrente glaciale poco prima del lago, come suggerisce Comi, per ripristinare la naturalità del luogo e dei suoi ostacoli geografici e fare che molti non riescano ad andare oltre? Fare della zona una riserva naturale, un’area di tutela o addirittura recintare il versante dal quale si accede al lago? Apporre divieti e comminare multe salate a chi non li rispetta? Attuare un sistema di visite a numero chiuso o in qualche modo contingentato?

Fellaria, come detto, è una vittima emblematica dell’instagrammazione dei luoghi di pregio, attraverso la quale passa solo il richiamo spettacolarizzante e massificante verso i luoghi mentre nulla viene trasmesso né sul loro valore culturale né sulla fragilità ambientale: conta solo l’effetto wow e il sentirsi parte della “community” che l’ha vissuto – e ovviamente immortalato nell’ennesimo selfie. Così il circolo vizioso si autoalimenta e nel contempo diventa sempre più arduo salvaguardare il luogo e chiedere a chi lo vuole visitare una sua corretta frequentazione. Ma possiamo permetterci di degradare e perdere un sito talmente prezioso come il Fellaria (che è anche un laboratorio di studi climatici e glaciologici, è bene ricordarlo)? Direi proprio di no.

[Cose da non fare, al Fellaria: avvicinarsi troppo alla falesia glaciale, soggetta a frequenti crolli, pur di scattare/scattarsi una “bella” foto! Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio (sempre molto attento e sensibile riguardo situazioni del genere nel territorio valtellinese), in un suo post pubblicato su Facebook sulla scia di quello di Michele Comi rimarca un altro aspetto importante della questione:

Ma i primi, ad avere svenduto l’identità culturale delle terre alte, sono proprio chi ci vive, chi governa i luoghi e i suoi mutamenti sociali, urbanistici ed economici. In provincia di Sondrio, nella gran parte delle località turistiche, ha sempre prevalso la logica dei grandi numeri.
Una visione miope perché quello che abbiamo perso è molto più importante del guadagno economico e si chiama identità. Così, gradualmente, quasi senza accorgersene si è venduto il “territorio” e con esso la cultura dei luoghi alpini. Cultura soppiantata da modelli metropolitani, dove tutto deve essere alla portata di tutti.

Osservazioni che trovo assolutamente condivisibili. Anch’io, nel leggere le parole di Comi, tra le prime cose mi sono chiesto: ma i locali cosa ne pensano, di questa situazione obiettivamente critica che coinvolge uno dei luoghi più preziosi e identitari delle loro montagne? In effetti non li si sente granché esprimersi, sul singolo caso e in genere su questioni simili. Se ne stanno zitti perché si compiacciono di cotanto massiccio afflusso turistico, ché pensano ai conseguenti tornaconti ricavabili? Ne sono preoccupati, magari anche contrariati ma non osano aprire bocca per paura di pestare i piedi a qualche compaesano? Se ne fregano altamente, che hanno altro e di più importante a cui dover pensare?

Tuttavia i primi a dover poi subire gli eventuali danni dal degrado territoriale, ambientale, culturale e d’immagine sono proprio loro; il turista se ne va altrove, di luoghi instagrammabili da consumare ne trova sicuramente molti altri. Se ne rendono conto, i locali, di tale ineluttabile realtà? Se no, sarebbe bene che lo facessero al più presto; se sì, sarebbe bene che si palesassero e contribuissero attivamente alla messa in atto delle necessarie contromisure, prima che sia troppo tardi.

[Turisti vaganti sul percorso che porta al lago.]
In ogni caso, alla domanda iniziale da me posta e al netto delle proposte più o meno provocatorie suggerite, credo si possano formulare risposte diverse e a loro modo potenzialmente valide, se ben strutturate e contestualizzate al luogo e alla sua realtà. Tuttavia, alla banalizzazione dei luoghi di pregio, pratica per la quale l’instagrammazione si palesa come arma tremendamente efficace e che nel principio è la manifestazione evidente di una diffusa carenza culturale (e anche e civica) che il web purtroppo accresce invece di contrastare, io credo che non si possa rispondere in altro modo se non con una rialfabetizzazione altrettanto diffusa nei riguardi della montagna – cosa che sostengo da tempo e che ribadisco continuamente – che da un lato contrasti con forza certo (pseudo) marketing turistico a dir poco distruttivo per i territori montani, sovente considerati e rappresentati come fossero Gardaland o il lungomare di Riccione (con tutto il rispetto per entrambi), e dall’altro ricostruisca la necessaria cultura e la conseguente consapevolezza dell’andare per monti, le quali peraltro accrescono pure il godimento e il divertimento del frequentarli.

[Ancora il Fellaria, com’era quando ancora la lingua glaciale era attiva e com’è oggi con il lago e quel che resta della lingua di ghiaccio morto, non più alimentata dal bacino glaciale superiore, Immagine tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]
Ma ciò non deve essere un qualcosa fatto tanto per fare, qualche corso, un tot di brochure, qualche pannello all’inizio dei sentieri e amen: no, deve e dovrà essere una ampia, articolata, strutturata strategia culturale alla cui base vi devono essere tutti i soggetti che operano su e per la montagna, a partire dal Club Alpino Italiano, e parimenti tutti i soggetti pubblici che governano i territori montani coinvolti dalle dinamiche turistiche fin qui descritte, quelli politici, quelli didattici, e i portatori d’interesse privati che ugualmente lavorano in montagna e per chi ci va – le case produttrici di materiali e abbigliamento tecnici, ad esempio. E tutti quanti messi in rete, a livello locale innanzi tutto e poi a livello regionale e macroregionale: una questione culturale, in quanto tale, coinvolge l’intera società di riferimento e dunque nessuno può sentirsi e dirsi esonerato dal fare la propria parte. Anche perché di mezzo c’è un altro patrimonio collettivo: le nostre montagne. Un patrimonio meraviglioso, unico, inestimabile ma anche delicato, fragile, che ha bisogno di rispetto, sensibilità, cura. Chiedo ancora: possiamo veramente permetterci di banalizzarlo, di lasciare che venga considerato un parco giochi, di consumarlo materialmente e immaterialmente, di degradarlo come molte (troppe) volte già accade?

Non so voi, ma io credo proprio di no.

Volare con gli sci

[Un saltatore in volo “sopra” Lillehammer, in Norvegia. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Ski Flying World Championship“.]
Quando ero piccolo c’è stato un periodo – intorno ai sei sette anni, all’incirca – che se qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, non rispondevo come facilmente facevano i miei coetanei l’astronauta, il pilota, l’esploratore o altre cose al tempo fascinose per un bambino. Rispondevo che volevo fare il salto con gli sci.

Vedevo alla TV le telecronache delle gare, all’epoca trasmesse con regolarità, e quegli strani sciatori che si buttavano a tutta velocità da lunghi scivoli appesi a alte torri tra i boschi o disegnati su ripidi pendii montuosi per poi spiccare salti lunghissimi e atterrare a decine di metri di distanza senza sfracellarsi mi affascinavano un sacco. Probabilmente un po’ mi spaventavano, anche, per come mi parevano dei pazzi, ma quella pazzia lucida di chi pratica consciamente una disciplina obiettivamente pericolosa, forse la più rischiosa in assoluto tra quelle invernali con la discesa libera, che inesorabilmente attrae. I saltatori erano, e sono ancora oggi, una specie di eroi volanti alla Superman dotati non di mantello e superpoteri ma di casco e sci lunghissimi utilizzati a mo’ di ali oltre che, di sicuro, di un’abbondante dose di sangue freddo oppure di incoscienza.

Non a caso tra di essi vi sono stati di frequente dei tizi parecchio particolari: ad esempio, tra quelli che la mia età mi permette di ricordare, lo svizzero Walter Steiner, fortissimo al punto che capitò che lo pagassero per non gareggiare: di mestiere faceva l’intagliatore del legno e il suo migliore amico durante l’infanzia era un corvo (la vicenda umana del campione elvetico è stata narrata in uno dei più bei film di Werner Herzog, La grande estasi dell’intagliatore Steiner). Oppure Jens Weißflog, per le sue numerose vittore proclamato eroe nazionale della Germania dell’Est, al punto che se andate a Berlino e visitate uno dei musei dedicati alla DDR lo vedete effigiato di frequente, ma che si è rifiutato a lungo di saltare dai trampolini giganti dicendo di averne paura; il finlandese Matti Nykänen, dominatore assoluto negli anni Ottanta ma nella vita un alcolizzato delinquente, finito più volte in prigione per reati vari; il connazionale Janne Ahonen, detto “l’uomo di cristallo”, pluricampione celebre perché non rideva mai anche quando vinceva le gare più importanti (cosa che accadeva spesso) e quando un giornalista gli chiese conto di ciò egli gelidamente rispose «Sono qui per saltare, non per ridere»; per giunta, finita la carriera di saltatore è diventato un campione di dragster: per la serie “Il pericolo è sempre il mio mestiere”! E come d’altro canto non citare Eddie “The Eagle” Edwards, primo saltatore britannico a partecipare alle Olimpiadi nonostante le sue scarse capacità e la grave ipermetropia che lo affliggeva (oltre che al disprezzo nei suoi confronti dei dirigenti sportivi del suo paese, che lo consideravano un povero idiota) ma dotato di grande orgoglio e forza di volontà nonché di parecchia follia, per certi versi anche più dei migliori saltatori? La sua storia è stata così affascinante – e commovente – da essere stata narrata in un altro bel film, Eddie the Eagle – Il coraggio della follia. In altri casi invece il salto con gli sci la “follia” (per così dire)  l’ha provocata: come a Sven Hannawald, grande saltatore d’inizio anni Duemila e primo vincitore della storia di tutte le gare della Tournée dei Quattro Trampolini, probabilmente il concorso di salti più importante al mondo, che per l’eccessiva tensione imposta dalla disciplina all’apice della carriera andò in esaurimento nervoso e depressione, gli venne clinicamente diagnosticata una “Sindrome da sfinimento professionale” e fu costretto a ritirarsi.

Ma l’elenco dei saltatori variamente “bizzarri” potrebbe continuare ancora molto a lungo.

In effetti ancora oggi il salto con gli sci è probabilmente tra gli sport di montagna la specialità più straordinaria – cioè proprio nel senso di fuori dall’ordinario – e per questo spettacolare, anche se a chi non ne sia così appassionato la lunga pletora di salti durante una gara potrà sembrare qualcosa di estremamente ripetitivo e noioso. Di contro, se si pensa che ciascun salto trasforma lo sciatore che lo compie in una sorta di uomo-aereo, capace di sfruttare il proprio corpo e gli speciali sci utilizzati per generare portanza in volo, esattamente come un velivolo – un’aerodina, per essere tecnicamente precisi – aggiungendo a ciò gli elementi di competizione sportiva e ancor più coraggio e temerarietà, forse potrete capire che ogni salto diventa una specie di prodigio, di performance psicofisica estrema che non si può che ammirare, fosse solo per il pelo sullo stomaco che ci vuole per affrontarla.

[Il trampolino “Olympiaschanze” di St.Moritz prima che venisse demolito.]
D’altro canto, a vederle alla TV, le gare di salto con gli sci, non si può avere la percezione compiuta di ciò che sono realmente. Quando, sempre da ragazzino, i miei genitori mi portarono a vedere il trampolino olimpico (Olympiaschanze) di Sankt Moritz, che oggi non esiste più, mi sembrò qualcosa di gigantesco; in effetti, salendo sulla torre dalla quale i saltatori partivano, la visione verso la zona di atterraggio decine di metri più in basso e il pensiero di doversi buttare giù da lì immagino che avrebbero fatto venire i brividi a molti (l’immagine qui sotto rende l’idea ma non del tutto, cliccateci sopra per ingrandirla). Eppure quello di Sankt Moritz è (era) un trampolino “normale”, cioè il più piccolo in uso nelle competizioni internazionali, che consente salti fino a 110 metri circa.

Poi ci sono i trampolini “grandi”, sui quali si svolgono la gran parte delle gare della Coppa del Mondo, che consentono salti fino ai 150 metri. Un campo da calcio e mezzo sorvolato per la lunghezza. Già tanta roba.

Ma c’è di più: i trampolini “giganti”, dove i salti si fanno così lunghi che la specialità viene ridenominata volo con gli sci. Ce ne sono solo quattro al mondo: con questi enormi impianti è quasi come buttarsi giù dall’alto della Torre Eiffel, veramente il saltatore si trasforma in un aliante antropomorfo che plana nell’aria e sfrutta le sue correnti fino a volare per la bellezza di 253,5 metri, l’attuale record del mondo.

Tuttavia lo scorso aprile si è andati ancora oltre. In Islanda, sul fianco di una montagna (il monte Harðarvarða) nei pressi della città di Akureyri, si è costruito un impianto mai visto prima, un “ipertrampolino” appositamente realizzato per tentare di volare lontano sugli sci come mai nessun altro ha fatto prima. Ryōyū Kobayashi, pluricampione mondiale e olimpico giapponese – a sua volta un tipo piuttosto particolare, a metà tra un samurai contemporaneo dal sangue ghiacciato che come armi non usa katana ma un paio di sci da salto, e un monaco zen taciturno e riflessivo che di persona tutto farebbe credere fuorché di possedere cotanta audacia, il tutto con fattezze da timido e educato quindicenne  – il 24 aprile è decollato dal ciclopico trampolino, ha volato per 10 secondi a qualche metro da terra alla velocità di circa 140 chilometri all’ora ed è atterrato alla distanza di 291 metri. Quasi tre campi da calcio sorvolati da un uomo dotato di ali a forma di sci. Semplicemente sensazionale.

Il video che racconta l’impresa è a dir poco spettacolare, credo che anche chi non ne sappia nulla di salto con gli sci o non se ne sia mai interessato prima ne converrà:

Peraltro, notate gli sponsor che evidentemente hanno supportato l’impresa e capirete quanto il salto con gli sci sia estremamente popolare in molti paesi – ma non in Italia, per sostanziale mancanza di relativa cultura sportiva, quindi di atleti di alto livello, dunque di interesse mediatico.

In ogni caso, ci fosse pure stata la cultura del salto con gli sci come in altri paesi, dicevo da piccolo che volevo diventare un saltatore ma in realtà non lo sarei mai diventato. La scusa buona da poter utilizzare al riguardo è che non avevo il fisico adatto, la verità è che non so se ne avrei mai avuto il coraggio. Molti saltatori rivelano che il momento più critico del salto non è il decollo, il volo in aria o che altro ma quando sei lassù, in attesa di eseguire il tuo salto, e inevitabilmente ti viene di guardare verso valle, di considerare l’altezza del trampolino e poi la pista che precipita verso il basso e il pubblico lontano attorno alla zona di atterraggio e di pensare che dovrai arrivare fin laggiù volando con un paio di sci e cercando di portare a casa la pelle. Ecco, qui ci deve essere “follia” nella mente del saltatore, perché se invece subentra un’eccessiva razionalità si riprende l’ascensore, si torna ai piedi del trampolino e addio! Cosa che facilmente avrei fatto io, credo.

Di contro, esattamente come quando ero bambino in me restano assolutamente vivi il fascino e l’attrazione per questo sport così particolare, anche senza che lo segua come farebbe un “tifoso” della specialità. Ma non tanto le gare e i risultati quanto è il gesto quel che conta, per me. Quell’azione apparentemente semplice ma in verità complicatissima, assolutamente scientifica, matematica e dunque razionale ma al contempo incredibilmente audace e folle che per qualche secondo fa di un uomo un vero e proprio velivolo la cui fusoliera è il corpo e le ali un paio di sci.

È la Natura che deve adattarsi all’uomo e alle sue attività, o viceversa?

[Foto di ©Roberto Garghentini.]
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che potete leggere di seguito è stato pubblicato sul quotidiano “Lecco on line” giovedì 9 maggio e fa riferimento all’incontro svoltosi qualche giorno fa a Casargo, in Valsassina (provincia di Lecco) dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi”, durante il quale è intervenuto il Consigliere di Regione Lombardia Giacomo Zamperini.
Inutile dire che questo mio articolo non vuole (e non deve) avere alcun obiettivo polemico, anzi, cerca di implementare il dialogo il più possibile costruttivo e necessariamente fondato non solo sul tema del suddetto incontro ma in generale sull’intera realtà dei territori montani, la cui gestione nel presente e ancor più nel futuro che ci attende si presenta delicata e ricca di incertezze.
Buona lettura.

Lettera aperta (e cordiale, ma…) al Consigliere Giacomo Zamperini, Presidente della Commissione Montagna di Regione Lombardia

Nel recente incontro svoltosi a Casargo dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” e, come si evince, dedicato alla presenza di ritorno dei lupi sulle nostre montagne e alle problematiche a ciò connesse, soprattutto riferite al lavoro degli allevatori nei territori ove il lupo si sia manifestato, ha partecipato anche il Consigliere regionale – e Presidente della Commissione Montagna – Giacomo Zamperini, che più volte ha proferito in pubblico parole assolutamente condivisibili in merito alla realtà montana contemporanea e alla gestione politico-amministrativa delle terre alte.

Nel suo intervento a Casargo, invece, Zamperini ha fatto un’affermazione che proprio nell’ottica della miglior gestione possibile dei territori montani non può considerarsi sostenibile, sostenendo – come la vostra testata ha riportato – che «sono il lupo e la natura a doversi adattare alla presenza e all’attività dell’uomo, e non viceversa».

Al netto dell’elemento “lupo”, la cui problematica impone strategie mirate, ciò che ha dichiarato il Consigliere Zamperini è esattamente il principio per il quale la presenza e il rapporto dell’uomo con la montagna nel Novecento si è disequilibrato e distorto al punto da generare le circostanze di involuzione sociale, economico, ambientale, culturale, a livelli più o meno evidenti e gravi, che oggi purtroppo si possono constatare un po’ ovunque, sulle Alpi e sugli Appennini. No, la natura non si deve adattare alla presenza dell’uomo: da sempre avviene il contrario, così accade anche oggi e d’altronde è qualcosa di inevitabile. Semmai è proprio la ricerca del miglior equilibrio adattativo dell’uomo nei territori montani, in forza della peculiare realtà ambientale che presentano, a garantire i massimi vantaggi reciproci tanto alle montagne quanto alle genti che le abitano da secoli e, ci si augura, continuino a farlo nel futuro. È il bello dello stare in montagna, ancor più oggi che lo sviluppo tecnologico a disposizione consente di adattarsi alle condizioni montane ben più che una volta – ma non del tutto, visto che basta una bella nevicata o un periodo di forti piogge a mettere in crisi la nostra civiltà tanto avanzata e a volte un po’ troppo supponente. E meno male, a mio modo di vedere: ci consente di tenere sempre ben presente chi siamo, dove siamo e cosa dobbiamo fare per starci al meglio senza subire conseguenze deleterie.

D’altro canto, ovunque l’uomo abbia preteso di adattare la natura montana ai suoi voleri ne sono usciti dei gran danni, quando non dei disastri: è successo con il turismo quando si è massificato diventando eccessivamente impattante per i territori coinvolti, è successo con talune attività industriali che hanno superato il limite di sostenibilità dello sfruttamento territoriale (si pensi alle attività estrattive, ad esempio), ed è successo quando l’uomo ha voluto infrangere gli equilibri ecosistemici naturali, ad esempio nell’attività venatoria o con l’uso eccessivo delle risorse boschive.

Invece, proprio la dimensione di adattamento costante dell’uomo alla montagna e alle sue caratteristiche è ciò che rende la vita nelle terre alte speciale, preziosa, certamente più scomoda che in città ma per questo anche più importante e di valore: è esattamente quello che lo stesso Consigliere Zamperini ha sostenuto in un altro passaggio del suo intervento a Casargo citato nel vostro articolo, quando ha affermato che «preservare la montagna significa tutelare l’ambiente e mantenere in vita un’economia, una società e una cultura rurale millenaria». Ecco, guarda caso questa è un’ottima definizione per spiegare cosa significhi che l’uomo debba adattarsi alla natura montana e mantenere equilibrata la sua presenza in essa: è proprio ciò che i nostri montanari hanno fatto per secoli, è la realtà dalla quale è scaturita la cultura rurale millenaria che oggi cerchiamo di tutelare rispetto all’omologazione consumistica imperante nonché, a ben vedere, è uno degli elementi sui quali si fonda l’identità culturale contemporanea delle montagne. Soprattutto rispetto ai territori metropolitani iper urbanizzati, proprio quelli dove l’uomo ha adattato così estesamente il territorio alle proprie esigenze e alle attività antropiche da provocarne spesso un degrado diffuso e a volte profondo (lo stesso che poi fa affollare le località montane di cittadini in cerca di qualche ora d’aria buona e di mente libera).

Vogliamo che la montagna assomigli anche in questo alla città? Non credo proprio sia il caso, dunque non è ammissibile – non per qualsivoglia ideologia ma proprio per sensibilità politica e culturale – che si possa ragionare in montagna attraverso modelli di antropizzazione mutuati da realtà del tutto diverse e per questo potenzialmente pericolosi. Che è poi, per tornare all’altro “elemento” discusso a Casargo citato da Zamperini, il motivo per il quale la presenza del lupo oggi è problematica e si fatica non solo a trovare strategie efficaci ma pure a dialogare sul tema senza cadere in parteggiamenti e strumentalizzazioni ideologiche, che finiscono per rendere cronico il problema piuttosto di alleviarne il portato.

In ogni caso, ribadisco, il Consigliere Zamperini si è rivelato in altre occasioni ben più apprezzabile nelle parole pubblicamente spese su cose di montagna, e posso pensare che l’infelice uscita di Casargo sia stata soltanto una boutade malamente influenzata dalle circostanze del momento o per altri motivi poco meditata mentre in futuro le sue considerazioni sulla realtà presente e futura delle nostre montagne potranno essere più ponderate e provvidenziali per chiunque abbia a cuore le terre alte.

Come poter risolvere il “problema lupo” sulle nostre montagne se per farlo si sostengono palesi fake news?

[“Zagor” nr.536, marzo 2010.]
P.S. – Pre Scriptum: il testo che potete leggere è di una lettera che ho inviato alla redazione del quotidiano “La Provincia di Lecco”, sul quale domenica 5 maggio è apparso l’articolo (lo vedete qui sotto) che è l’oggetto delle mie considerazioni. Ciò nell’ottica solita di favorire il dibattito più franco, obiettivo e onesto, dunque costruttivo, sul tema in questione così come su ogni altro: qualcosa di cui abbiamo costantemente bisogno, e in modi crescenti.
Buona lettura.

La «minaccia del lupo sugli alpeggi» e le fake news (istituzionali) che la rendono ancora più grave

Qualche giorno fa a Casargo si è svolto l’incontro dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” dedicato, come il titolo rende chiaro da subito, al ritorno del lupo sulle nostre montagne e alla problematica presenza nelle zone antropizzate, ove operano diversi allevatori con i loro animali; la vostra testata ne ha riferito qui. È un tema parecchio dibattuto, inutile rimarcarlo, anche se troppo spesso attraverso modalità eccessivamente polarizzate sulle due posizioni maggiormente contrapposte, quella che propugna la più estesa salvaguardia del lupo e l’altra che mira a supportare in maniera altrettanto estesa l’attività degli allevatori. Su tali posizioni per giunta si innesta – tradizione nostrana del tutto deprecabile – la strumentalizzazione politica, così che il dialogo tra le parti, qualsiasi esse siano, diventa pressoché impossibile, con il risultato che al problema non solo non si trovano soluzioni ma se ne aggrava le conseguenze.

Ma c’è qualcosa di ancora più deleterio all’analisi del problema, in questo caso come in ogni altro simile: la diffusione di falsità. Ed è piuttosto desolante constatare che, nel caso dell’incontro di Casargo, a praticare questo infelice metodo è stato proprio il Primo Cittadino del comune, quando ha affermato che «Il lupo è stato introdotto con il denaro pubblico». Niente di più falso: come è chiaramente spiegato nel sito di Life Wolf Alps EU, il programma europeo di azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina, «in Europa nessun lupo, è stato mai catturato per essere poi spostato e liberato a scopo di ripopolamento. L’espansione del lupo in Italia negli ultimi quarant’anni è frutto solo ed esclusivamente di dinamiche naturali della specie.» E se qualcuno, vedendo che si tratta di un progetto europeo, per parteggiamenti politici pensasse che ciò non sia vero, sappia che anche il sito della Provincia Autonoma di Trento, notoriamente su posizioni piuttosto “decisioniste” contro la presenza dei grandi carnivori sulle Alpi, mette ben in chiaro da subito la stessa verità, chiarendo che «La ricolonizzazione del lupo sulle montagne trentine è peraltro inserita in un fenomeno che sta avvenendo su scala addirittura continentale: in buona parte d’Europa si sta verificando un rapido e diffuso ritorno della specie, dovuto alle migliori condizioni delle foreste rispetto al passato, all’abbondante disponibilità di specie preda (in particolare ungulati selvatici), al quadro normativo vigente e alla maggiore accettazione della specie da parte dell’uomo».

Obiettivamente quello del Primo Cittadino di Casargo sembra un atteggiamento alquanto discutibile e ben poco accettabile, venendo da un rappresentante delle istituzioni cioè del comune che per giunta ha patrocinato l’incontro in questione. Ogni posizione sul tema dibattuto è legittima e vagliabile, si possa essere d’accordo o meno con ciascuna di esse: il problema esiste e va gestito al meglio, per il bene di tutti i soggetti coinvolti, ma senza alcun dubbio per elaborare la migliore gestione di esso bisogna lavorare su dati certi e obiettivi, non su fake news che generano solo ulteriore confusione oltre che esacerbazione degli animi.

Ci si potrebbe chiedere cosa possa cambiare, che i lupi siano stati reintrodotti sulle Alpi o se siano in dispersione, al fine della gestione del problema: inutile dire che cambia uno dei punti di partenza fondamentale per l’elaborazione delle più efficaci soluzioni sistemiche al riguardo, visto che nello stesso incontro di Casargo si è messa in evidenza l’importanza di adottare «strategie territoriali» che sarebbero da strutturare si vari livelli, da quello che concerne la macro-area alpina fino alla scala locale, al fine di mettere in atto soluzioni perfettamente contestali ai territori e all’entità del problema in essi. Ovvio che cercare di costruire qualcosa su basi così inconsistenti non può portare a nulla di veramente utile.

C’è solo da augurarsi che il Sindaco di Casargo abbia affermato quanto sopra in maniera solo troppo avventata, senza prima informarsi sulla fondatezza delle sue convinzioni e, parimenti, che l’abbia fatto senza con ciò aver voluto scientemente manifestare posizioni ideologiche strumentalizzate che, come detto, sono tra gli elementi che più determinano l’attuale confusione sul tema e la mancanza di strategie risolutive efficaci – in questa come in molte altre questioni che concernono la realtà contemporanea dei territori montani. E, in fin dei conti, che renderebbero inutile e inaffidabile l’incontro svoltosi nel suo paese: cosa che, lo si può ben immaginare, chiaramente il sindaco di Casargo in primis non vorrà appurare. Ce ne sono già fin troppe di incertezze che gravano sul presente e ancor più sul futuro delle montagne: è (sarebbe) bene non aggiungerne altre.

Il clima forse collassa o forse no, le montagne sicuramente sì

A proposito di quanto scrivevo questa mattina circa la congettura – esagerata quanto si vuole ma non per questo da ignorare – che il clima stia “collassando”… Ecco: magari il clima no (speriamo!) ma con il cambiamento climatico in corso sono le montagne a collassare sempre di più. Come è accaduto ieri, domenica 14 aprile sul versante engadinese (dunque nord) del Bernina, dal quale si è generata un’enorme frana di almeno un milione di metri cubi di rocce e ghiaccio che è scivolata a valle per circa 5 chilometri annerendo la lingua del Ghiacciaio di Tscherva, in fondo alla celebre Val Roseg.

Pare che la frana si sia staccata alle 7 di mattina a una quota di 3400 metri, in un punto nel quale le temperature ampiamente sotto lo zero dovrebbero ancora tenere ben saldi i versanti – rivolti a nord e dunque in piena ombra, ribadisco. Invece evidentemente non è così. Le immagini che vedete, tratte da questo articolo di “Südostschweiz”, sono assolutamente eloquenti.

Quindi torno alla domanda del post pubblicato qui questa mattina: e se col clima le cose dovessero andare peggio di qualsiasi previsione climatica pur negativa che abbiamo a disposizione? Che facciamo?