Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.
È un film spiazzante, sotto molti punti di vista. Dotato d’una trama molto labile, gioca molta parte della propria espressività su due elementi fondamentali, correlati eppure antitetici: i numerosi primi piani di Steve, il protagonista principale (l’attore inglese Riz Ahmed, molto bravo), che permettono allo spettatore di cogliere con determinata intensità gli stati d’animo che le espressioni del suo volto manifestano via via che egli s’addentra, suo malgrado, nella sua nuova e inopinata condizione di sordo, e un sonoro veramente impressionante anche perché molto giocato sull’assenza dello stesso (soluzione apparentemente ovvia ma resa con molta intelligenza, anche in senso artistico) oppure sulla sua distorsione, come quella generata dall’apparecchio acustico con il quale il protagonista spera di eliminare la propria menomazione – e dal qual effetto acustico viene il senso principale del titolo del film, che gioca sul doppio senso iniziale riguardante la musica metal suonata dal protagonista (la quale poi, per inciso, non è esattamente metal ma più noise punk).
Ma, al proposito: di quale menomazione si tratta, in verità, quella manifestata dal protagonista del film? Solo di quella uditiva o anche di una sorta di menomazione psicologica ed emotiva, che lo porta a non accettare non tanto la disfunzione in sé quanto come essa, in qualità di evento improvviso e inopinato, gli trasforma la vita in maniera ineluttabile? È una sordità dell’animo, per così dire, quella descritta da Sound of Metal, che lo porta formalmente a rifiutare il prezioso aiuto fornito da una comunità di sordi nella quale Steve viene inviato per imparare a vivere al meglio la sua nuova condizione e a generare fiducia in sé e negli altri. Ed è, conseguentemente, un farsi sordo alla fiducia verso chi veramente può aiutarlo, ben più che gli specialisti che gli impiantano l’apparecchio acustico, nonché verso se stesso: tant’è che il finale del film – improvviso e spiazzante a sua volta – è in fondo un atto di “sovversione” e di rivalsa verso il fastidioso rumore che, più che provenire dal mondo esterno così come viene còlto dall’apparecchio acustico, si genera e rimbomba dentro l’animo del protagonista.
Un’opera veramente molto bella nella sua delicata tanto quanto intensa narrazione visiva, girata con tecniche da biopic le quali tuttavia non offrono e richiedono, come sovente invece accade, l’immedesimazione dello spettatore nel protagonista: lo sguardo della cinepresa resta obiettivo e distaccato, di stampo documentaristico ma al contempo sostenuto con notevole forza espressiva (ed emotiva) dal sonoro del film, che meriterebbe veramente l’Oscar al quale è stato candidato – una delle tante guadagnate, peraltro.
È possibile suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria?
Be’, probabilmente no.
A meno che non vi chiamiate Wright, siate fratelli – Rob e John – e siate il bassista e il batterista dei No Means No, una delle più originali punk band mai apparse nel panorama musicale.
Il pezzo in questione è Big Dick, autentico virtuosismo ritmico che rende affermativa, in modo più unico che raro, la risposta alla mia domanda iniziale e dimostra la grande perizia tecnica e il sensazionale affiatamento della “premiata ditta ritmica Wright”, un’intesa musicale probabilmente favorita dal legame di sangue fra i due ma non per questo così scontata e, dunque, comunque sorprendente.
Fatto sta che Big Dick è un gran pezzo punk, appunto, tanto originale nella sua struttura “minimalista” (ma ad ascoltarlo non pare affatto così!) quanto trascinante (l’assenza degli altri strumenti a ben vedere acuisce la pulsante energia del brano) e risulta forse quello più celebre di un album, Wrong, uscito nel 1989, ricolmo di colpi di genio musicali ovvero di altri pezzi sublimi al punto da non dimostrare affatto la sua vetustà, anzi, rimanendo ad oggi un’autentica pietra miliare e un esempio di come si potesse (possa) suonare veemente punk/hardcore con la raffinatezza del più colto jazz e la perizia più tecnico progressive rock – senza contare la potenza dei testi, che miscelavano graffiante ironia a profonda intelligenza.
Dunque sì, loro potevano suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria (e poi con tutti gli altri strumenti, ovvio). E lo ribadisco: yes means yes!
Questa sera, 18 dicembre duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 4a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “Il suono dello spazio”!
Tra la musica nella sua accezione più comune e il suono elettroacustico si può dire che passi la stessa differenza tra i significati dei termini “sentire” e “ascoltare”. Ove la prima effonde le sue note nello spazio, il secondo coglie i proprio suoni dallo spazio, diventando in qualche modo la sua manifestazione materiale sonora, che attraverso di essa è come se rendesse percepibile la propria perenne trasformazione. Non a caso Tiziano Milani è stato definito un architetto sonoro ovvero uno dei musicisti elettroacustici più apprezzati in circolazione, tanto che di lui è stato scritto che “sembra aver trovato la chiave di volta per un suono totale, un suono che riesce a far propri i caratteri migliori delle avanguardie del Novecento, senza risentire di quel retrogusto di stantio che sono solite avere quelle musiche che vanno a porsi in territori di confine tra sound art, elettroacustica, droni e improvvisazione.” (Onda Rock, 2012). Effettivamente She, il suo ultimo lavoro appena pubblicato per Setola di Maiale, appare come una nuova “architettura sonora” che materializza lo spazio e vi si pone in dialogo, offrendo all’ascoltare un’esplorazione completa e assai immersiva in grado di non attivare solo il mero sentire, ma di innescare il più approfondito ascoltare.
Sarà dunque un piacere ascoltare Tiziano Milani e il suo She, prestigiosi ospiti di questa puntata di RADIO THULE la quale, ve lo assicuro, vi affascinerà sonoramente – e non solo!
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!
Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
– www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
– http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
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– Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!
È lecchese, è uno dei più apprezzati musicisti sperimentali italiani – o un architetto sonoro, come si definisce – e da pochi giorni è uscito il suo ultimo album, She, pubblicato da Setola di Maiale, una delle più importanti etichette indipendenti italiane…
Segnatevi l’appuntamento: sarà una puntata affascinante, come lo è ogni nuova esplorazione elettroacustica dell’artista lecchese. Insomma: stay tuned!
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