Una Space Shuttle in giardino. Petrit Halilaj all’Hangar Bicocca, Milano.

Sovente qui sul blog, disquisendo di arte dal mio punto di vista di scribacchino letterario, propongo opere e artisti che sappiano miscelare al meglio le due espressività artistiche – quella visiva e quella letteraria, appunto.
A volte, poi, ci sono altri artisti che anche senza fare ciò, ovvero restando nel puro campo espressivo visuale e senza alcun uso di testo scritto o altro di simile, riescono a costruire vere e proprie narrazioni, estese, articolate, eloquenti e approfondite. Petrit Halilaj, in mostra all’Hangar Bicocca di Milano con la personale Space Shuttle in the Garden, è uno di questi – anzi, raramente ho potuto constatare così tanta e chiara forza espressiva in una serie pur coordinata di installazioni artistiche.
Così si può leggere nella presentazione dell’esposizione:

La mostra è soprattutto un viaggio nell’universo e nella mitologia dell’artista. A metà tra immaginazione e realtà, le opere di Petrit Halilaj raccontano un mondo familiare e surreale al tempo stesso: sculture, disegni, performance, video e installazioni indagano i cambiamenti della storia e il contesto che ci circonda, in un continuo rimando tra memoria e attualità, realtà e utopia, relativo e assoluto. Ogni opera, pur attingendo a eventi e storie del passato e del presente, è tutta proiettata nel futuro poiché accoglie aspettative e desideri dell’artista, anticipando visioni e sogni che nella realtà devono ancora avverarsi.

Proprio così: quella di Halilaj è una (assai potente) narrazione biografica che scorre sul sottile confine tra realtà – in parte dura, durissima: quella della guerra nel suo paese natale, il Kossovo – e una dimensione metafisica che comprende, ricordi (soprattutto), esperienze, sogni, fantasie, speranze, chimere. Tra le opere esposte si viaggia lungo quel confine ritrovandosi sospesi in un istante temporale che comprende gli ultimi 30 anni di storia – in primis quella personale di Halilaj, che di anni ne ha 29, ma pure una storia nella quale possiamo benissimo riconoscerci tutti quanti, poco o tanto – e in un ambito spaziale che ha “centro” sulla collina ove sorgeva la casa natale dell’artista, distrutta durante la suddetta guerra, ma che poi si spande almeno verso l’intero orizzonte europeo, intendendo con ciò quello nel quale si è sviluppata la nostra peculiare civiltà – nel bene e nel male – alla quale ci si ritrova a riferirsi (dunque pure a noi stessi) nel mentre che l’arte di Halilaj si fa possente fonte di suggestione e di intensa riflessione.
Mostra bellissima e coinvolgente come raramente ho potuto constatare, ribadisco. Ma, se vorrete provare a farvi coinvolgere pure voi da Space Shuttle in the Garden, sappiate che sarà all’Hangar Bicocca solo fino al 13 marzo. Epperò merita che abbiate fretta di visitarla in tempo: fidatevi, ancor più se la scoprirete con una delle visite guidate tenute dall’ottimo staff dell’Hangar.
Cliccate QUI per visitare il sito web dell’Hangar Bicocca e conoscere ogni utile dettaglio sulla mostra.

Alice, la voce di chi non ha voce. Una radio rivoluzionaria, e un nuovo libro.

Qualche giorno fa, esattamente il 9 febbraio, si sono celebrati i 40 anni esatti dalla prima trasmissione (dai propri studi di Bologna) di quella che è stata la più libera, rivoluzionaria e innovativa – nonché leggendaria, per molti aspetti – tra le radio “libere” d’Italia (ma non solo): Radio Alice. Tuttavia non una semplice radio, non solo una delle prime emittenti nate dopo la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive dal pubblico monopolio RAI (e per questo di lì a breve definite anche private) e non soltanto un’esperienza comunicativa giovanile. No, una vera e propria rivoluzione, appunto, ovvero l’invenzione, la creazione di un nuovo modo di fare comunicazione e informazione, così innovativo da divenire tanto amato dalla gente comune quanto odiato e avversato dalle istituzioni, incapaci di concepire una tale manifestazione di libertà comunicativa sfuggente a qualsiasi controllo superiore. Il tutto, in un periodo della storia recente d’Italia assai complesso e problematico, ma d’altro canto fondamentale – nel senso più pieno del termine – per le vicende degli anni successivi, fino ai giorni nostri.
Radio Alice fu l’emittente del Movimento del ’77 bolognese, tra i più attivi ed emblematici di quegli anni, ma soprattutto fu la voce di chi non aveva voce (come recitava il motto dell’emittente), ovvero di chiunque non vedesse riconosciuto il diritto di opinione e di parola da parte del sistema istituzionale – politico, sociale e non solo. Partorita da un gruppo di creativi geniali – magari senza nemmeno saperlo di essere tali, ma di sicuro capaci di intuire genialmente ciò che mai prima nessuno aveva nemmeno immaginato – Radio Alice sconvolse e trasformò il linguaggio della comunicazione mediatica, con modalità del tutto nuove e sorprendentemente anticipatrici dell’attuale web 2.0 e dell’universo dei social network. Per tale motivo, ancora dopo 40 anni, la voce e l’esperienza di Radio Alice, con la sua storia così emblematica e tribolata, sanno ancora raccontare, rivelare, insegnare, illuminare moltissimo, sia in senso teorico che pratico ovvero – mi piace dire – sia in senso spirituale che culturale e formativo, a dimostrazione di una rivoluzione che, sotto certi aspetti, è ancora in corso e può essere tutt’oggi rilevata, studiata, conosciuta e apprezzata.

Ugualmente per tale motivo, Radio Alice sarà la protagonista del mio prossimo libro, Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre in Prima di copertina_330uscita entro marzo (salvo imprevisti) per Senso Inverso Edizioni. Un volume che vi racconterà tale storia in modo altrettanto creativo e – se così si può dire – rivoluzionario dunque, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo.
Molti hanno sentito parlare di Radio Alice e della sua affascinante aura leggendaria, ma pochi la conoscono veramente come merita di essere conosciuta. Spero proprio che il mio libro possa sapervi affascinare, avvincere e, magari, anche farvi meditare.

Un invito a non alzarvi stamattina, a stare a letto con qualcuno, a fabbricarvi strumenti musicali o macchine da guerra
Qui Radio Alice. Finalmente Radio Alice. Ci state ascoltando sulla frequenza di 100.6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazza i crucchi.
Alice si è costruita una radio ma per parlare continua la sua battaglia quotidiana contro gli zombi e jabberwock. Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, o bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie. Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti…

(Dalla prima trasmissione di Radio Alice sui 100.6 MHz FM, la mattina del 9 febbraio 1976.)

P.S.: ovviamente seguite il blog per avere ulteriori informazioni sul libro e sulla sua uscita, oltre che per conoscere le date delle presentazioni pubbliche.

INTERVALLO – Milano, Laboratorio Formentini per l’editoria

laboratorioforme_001Questa volta non vi voglio presentare una libreria, una biblioteca o un altro luogo “classico” legato ai libri e per la lettura, ma uno spazio/istituzione che comunque ad essi, e all’industria editoriale ancor più, è legato a doppio filo.
Il Laboratorio Formentini per l’editoria è infatti uno spazio nato per la più ampia e strutturata valorizzazione del lavoro editoriale. In questo particolare momento storico, e nella città italiana in cui da sempre si produce e si consuma la percentuale più alta del prodotto libro, è diventata quanto mai un’urgenza dare spazio ai protagonisti della filiera della lettura, dare loro voce per raccontare le storie del passato, guardare alle professioni del futuro, ospitare le esperienze internazionali e promuovere l’eccellenza culturale italiana nel mondo.
Il Laboratorio, sito in via Formentini 10, è ospitato nel complesso della ex Canonica della Chiesa di San Carpoforo, antica chiesa nel centro storico di Milano, risalente al IX secolo e rimaneggiata nel XVI secolo: uno spazio messo a disposizione direttamente dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura. Il progetto architettonico è stato curato da Alterstudio Partners, che ha conciliato l’opera di conservazione e restauro dell’edificio storico, nelle sue facciate e coperture, con la realizzazione di un interno architettonico fortemente connotato, declinando le nuove esigenze funzionali con un linguaggio spiccatamente contemporaneo.

laboratorioforme_2laboratorioforme_20160126173018laboratorioforme_3Per saperne di più, cliccate sulle immagini e potrete visitare il sito web del Laboratorio.

“La menta e il fiume”, di Miriam Terruzzi: un consiglio di lettura

cop_La-menta-e-il-fiume330Lo ribadisco sempre, in situazioni come questa, che non è mia abitudine disquisire di libri che non ho ancora letto, o non del tutto, ovvero che non ho ancora conosciuto bene al punto da averne assimilato senso e valore letterari, se così posso dire. Però, nel caso de La menta e il fiume, conosco chi l’ha scritto, conosco cosa ha scritto prima, e ancor più conosco le sue notevoli (e rare) doti narrative – che per me significa pure artistiche: Miriam Terruzzi. Che una formula tanto abusata quanto a mio parere stolta definirebbe un’autrice emergente: ma “emergere” da che? Dal mercato – è la risposta più immediata e ovvia… Io invece ritengo ben più importante emergere in primis dall’ordinarietà pseudo-letteraria, dal conformismo narrativo così imperante, ahinoi, nelle classifiche di vendita infarcite di non libri, e credo che Miriam Terruzzi lo abbia già fatto: palesando capacità di scrittura notevoli, appunto, e, per dire, una capacità di tessitura del dialogo letterario che pochi altri sanno conseguire senza cadere inesorabilmente nel noioso/banalotto. Tutto il resto riguardo l’emersione suddetta (nel senso classico della definizione) poi verrà da sé – e indubbiamente verrà, essendoci la qualità necessaria a che ciò avvenga.
Per questo vi consiglio di provare direttamente da voi quanto ho appena affermato, leggendo l’ultimo romanzo di Miriam, La menta e il fiume. Il destino delle cose semplici. Per farvi constatare che non sono nulla di meramente “parziale”, queste mie opinioni, e per leggerci cose così, ad esempio:

«Perché proprio la menta?»
«Perché fa bene per tante cose.»
L’acqua scorreva tranquilla, immersa nel suo solito silenzio.
«Mentha era una ninfa» disse lei, «partorita in uno dei cinque fiumi infernali. Plutone era innamorato di lei. Sua moglie Proserpina la trasformò in una pianta per gelosia, scegliendo per lei una forma insignificante, senza bellezza, rendendola sterile e senza frutti. Ma Plutone le regalò il profumo, come ultimo segno del suo immenso amore.»
«Che storia.»
«Ovidio, Le Metamorfosi» sorrise lei.
«Ed è proprio il profumo a salvarla in mezzo alle altre erbacce» noto lui. «Succede così anche con le persone. Ci sono fiori bellissimi che non hanno odore. Ci sono piante che si nascondono tra il sottobosco e restano lì per anni, nascoste dalle altre, prigioniere delle loro foglie comuni. Ma basta toccarle per capire che non sono così, per sentire il profumo sulle mani e non dimenticarselo più.
«E’ il destino delle cose semplici. Tutti le cercano ma nessuno le vede.»
«Non bastano gli occhi.»
«No, non bastano.»

Cliccate sull’immagine della copertina del romanzo per avere ulteriori informazioni, leggerne un estratto e per acquistarlo in ebook. Eppoi, seguite il blog, anzi, seguite Radio Thule, il mio programma radiofonico, dacché con esso presto potrete conoscere il romanzo direttamente dalla voce della sua autrice.

INTERVALLO – Milano, “Libri sotto casa”

lucambrogiosantiniLuca Ambrogio Santini gestiva fino a qualche tempo fa la piccola ma fornita Libreria Largo Mahler, a Milano, tra Corso San Gottardo e il Naviglio Pavese. Poi purtroppo ha dovuto chiudere, ma nonostante ciò non si è affatto scoraggiato e ha reso la propria libreria itinerante: così è nato il progetto Libri sotto casa, con il quale Santini continua la sua attività al servizio del quartiere che ama, procurando libri, anche i più rari, per poi recapitarli a domicilio, o nel locale sotto casa, o in occasioni speciali di incontro, dove può ancora proporre, consigliare, aiutare nelle ricerche bibliografiche. Inoltre lo potete trovare presso presentazioni di libri, incontri letterari, festival, concerti, feste di piazza, mostre, scuole, biblioteche.
Insomma, per quanto mi riguarda: chapeau!
Cliccate sull’immagine per saperne di più.