Ma cosa acquistiamo veramente quando compriamo un e-book?

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La recente parificazione di legge dell’IVA tra libri cartacei e e-book ha rimesso in luce – seppur indirettamente, per così dire – la differenza di genere che inevitabilmente esiste tra l’una e l’altra foggia libraria. No, non intendo banalmente che l’una sia fatta di carta l’altra sia in forma digitale; in verità c’è di più, ed è un aspetto che viene pressoché ignorato, sul merito. Ah, faccio subito presente che non esprimo giudizi sulla questione, di alcun genere. La presento per come sostanzialmente è, stop.
Dunque: cosa acquistate veramente quando comprate un e-book sul web? Un libro? No, certo. Un’opera editoriale in formato digitale? Sì, ma in verità no. Comprate – compriamo un servizio o, per meglio dire, un diritto d’uso limitato. Come riporta Dario Bonacina – esperto di tematiche relative al mondo digitale – sul suo blog, “”acquistare un e-book” significa in realtà ottenere una licenza per leggerlo. Non si acquista un libro, ma un diritto, tra l’altro anche piuttosto limitato: l’utente non ha infatti alcun diritto di proprietà sull’e-book, bensì il diritto ad utilizzarlo a vita, senza però poterlo cedere o prestare. E, a dire il vero, anche quel “a vita” è improprio, perché non corrisponde alla vita dell’utente, ma alla vita dell’account.
Niente di segreto, peraltro: è tutto indicato, ad esempio, su Amazon, nelle Condizioni d’uso Amazon Kindle Store:
“Con il download del Contenuto Kindle e con il pagamento dei relativi corrispettivi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti ti concede il diritto non esclusivo di vedere, usare e visualizzare tale Contenuto Kindle per un illimitato numero di volte, esclusivamente sul dispositivo Kindle o sull’Applicazione di Lettura, oppure con le diverse modalità previste per il tipo di Servizio, unicamente sul numero di dispositivi Kindle o di Dispositivi Supportati specificati nel Kindle Store ed esclusivamente per tuo uso personale e non commerciale. Il Contenuto Kindle ti viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti.”
La cosa è pressoché identica anche per gli altri rivenditori, sia chiaro.
Dunque, comunque andrà a finire la questione IVA – e al di là del fatto che non è certamente un’aliquota fiscale differente a sancire la natura di un media letterario – la stessa rappresenta in ogni caso la prova di una discriminazione più che formale tra ebook e libro cartaceo che per l’utente comporta, oltre ad un eventuale esborso superiore, anche l’impossibilità di esercitare quei diritti che derivano dal possesso di un libro cartaceo (proprietà, possibilità di cessione, prestito, successione, eccetera). Semplicemente perché, con l’acquisto di un ebook, non si acquista un libro. Si compra altro, ma non un libro.
Ribadisco: su tali evidenze non voglio trarre alcun giudizio. Semplicemente credo sia qualcosa che, da consumatori/fruitori di libri digitali, è opportuno conoscere, lasciando il tutto alla vostra considerazione e riflessione.

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Resistete molto, obbedite poco, se volete restare liberi (Walt Whitman dixit)

Agli Stati, a ciascuno di essi, a ogni città degli Stati: “Resistete molto, obbedite poco”, | basta obbedire ciecamente una volta, per esser in pieno asserviti, | e una volta asserviti, nessun popolo, o stato, o città di questa terra può riconquistare la libertà.

(Walt Whitman, Foglie d’erba. Agli Stati, p. 15, 1° ed. 1855)
Walt+Whitman
Resistete molto, obbedite poco. In quante cose un (meraviglioso) principio del genere sarebbe oggi da mettere in atto? Whitman, fedele alla propria celeberrima visione armonica dell’universo naturale, aveva compreso perfettamente che qualsiasi sovrastruttura umana di natura politico-amministrativa, se costruita male ovvero non per i suoi scopi filosofici ordinari, avrebbe finito per rivoltarsi contro l’uomo stesso. D’altro canto, a mio modo di vedere, tale principio whitmaniano può e deve fare il paio con quello altrettanto celebre (e da tantissimi incompreso), “il governo migliore è quello che non governa affatto”, formulato dal mai troppo osannabile H.D.Thoreau, il cui pensiero non a caso si lega a doppio filo, sotto molti aspetto, a quello di Whitman.
A fronte di una società civile contemporanea che invece pare pedissequamente resistere poco e obbedire molto a qualsiasi cosa, e soprattutto a quelle che più le sono civicamente avverse, principi come quelli sopra riportati sarebbero fondamentali, per la salvezza della stessa società.
Sarebbero, già. Da mettere in pratica, sarebbero.
Se si fosse ancora capaci di farlo.

“L’Italia fa la guerra ai suoi scrittori” (Antonio Moresco dixit)

L’Italia è anche in questo un paese strano, ed è purtroppo un fardello in più per i suoi scrittori. Lo dico con dolore, perché io amo il mio paese. Ma è un fatto che mentre in altri paesi c’è accoglienza per i propri scrittori – basti pensare a quelli americani, inglesi e francesi, che arrivano all’estero già forti di questa spinta interna e accreditati – in Italia gli scrittori il più delle volte devono lottare duramente per poter cominciare a vivere in casa propria e nella propria lingua, superando fuochi di sbarramento e a volte addirittura pestaggi. L’Italia – e non da oggi – è fatta così: quando nasce uno scrittore, gli fanno la guerra.

Ammetto di non conoscere in maniera sufficientemente approfondita Antonio Moresco, tuttavia so del travaglio editoriale che ha dovuto subire per lungo tempo a fronte, invece, della ben più calorosa accoglienza riservata ai suoi libri in molti paesi esteri. Dunque, avrà probabilmente più d’un sassolino nelle scarpe da levarsi, nei confronti dell’editoria italiana, ma non si può non essere d’accordo con quanto afferma moresco_imagelì sopra (citazione tratta da quest’articolo su ilLibraio.it). Anzi, forse l’Italia fa pure di peggio: ignora i suoi scrittori, ignora la letteratura e la cultura tutta, convinta non si sa per quale tremenda devianza mentale che la cultura sia un ammennicolo da mensola nell’angolo buio della casa, dove se qualcuno lo nota, beh, ok, sì, carino, ma se invece nessuno ci fa caso tanto meglio: una cosa in meno da spolverare. Che poi se un bel giorno cade e si rompe ancora meglio: scopetta e paletta, sacco della spazzatura e amen.
L’altra faccia della medaglia è che senza dubbio molti scrittori nostrani – o presunti tali – fanno ben poco per non rendersi trascurabili, ma ancora una volta c’è da chiedersi: chi pubblica certe scempiaggini assolute spacciandole per “grande letteratura”? Esatto, loro, gli editori. Che in tal modo offrono su un piatto d’argento all’Italia culturalmente menefreghista la testa di loro stessi, della letteratura tutta – scrittori talentuosi compresi, dunque, i quali non mancano affatto ma restano confinati nei sotterranei dell’editoria indipendente, valorosa e coraggiosa tanto quanto vilipesa e soffocata dai colossi editoriali – e parimenti dell’intero panorama culturale italiano. Di un Italia che – intesa in primis in senso istituzionale, ma non solo – finisce sempre più per far la guerra a sé stessa.

P.S.: spunto originario per questo articolo preso da QUI.

Dalle stalle alle stelle. La pittura è (quasi) morta, viva la Street Art!

Solo qualche anno fa, a sentir parlare di street art, a parecchia gente veniva il voltastomaco e tanta altra invocava all’istante retate di polizia e processi sommari – beh, anzi, pure di ‘sti tempi non sono pochi quelli convinti che ogni segno lasciato su un muro pubblico debba essere punito con frustate o altro del genere, facendo di tutta l’erba un fascio che, posto un tale atteggiamento, non è solo erboso ma pure altro, simbolicamente.
Ma, domenicali moralisti dell’arte (messa) a parte – quelli che “Duchamp? Certo che lo so! E’ quello che giocava nella Juve!” – oggi bisogna invece decisamente ammettere, o di più, sancire, che la street art è una delle primarie espressioni artistiche contemporanee, con una qualità e una vitalità che la pittura “classica” (in senso tecnico, tanto per dire d’un’arte ritenuta “alta” la quale, salvo rare eccezioni, è creativamente asfittica da generare inesorabili sgomenti, ormai) se le sogna…
Un po’ di esempi presi dal web in giro per il pianeta:

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Dalle stalle più infamanti alle stelle più fulgide, insomma: la via verso il podio più alto e più aureo dell’arte visiva contemporanea è ormai (meritoriamente) luminosa e ben spianata, per gli street artists. Mettete i quadri in cantina, comprate muri! E lasciateli tali, pubblici, che “l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti!” (Keith Haring)

P.S.: visto che l’Italia vanta molti ottimi e apprezzati street artists (e visto che di cose di cui vantarsi, da ‘ste parti, ve ne sono ormai meno che di dita sulle zampe dei camaleonti!) date un occhio a questa pagina di facebook oppure a quest’altra, che presentano e seguono la scena nostrana, e non solo.

INTERVALLO – Lavis (Trento), Piccola Biblioteca Libera

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E’ forse una delle più piccole tra le Piccole Biblioteche Libere sparse un po’ ovunque per il mondo intero, quella creata a Lavis da Lia Nesler, maestra in pensione, e Carlo Devigili, falegname ed artista. Però ha una sua spiccata personalità, si fregia della propria bella iscrizione nel registro internazionale delle Free Little Library, al numero 3791, ed è pure dotata di un profilo facebook, qui.
Visitatelo, se volete saperne di più.