Questo qui sopra è Gian Paolo Serino, critico letterario.
Posto che a me non piacciono (anzi, vi rifuggo proprio) espressioni assolutiste come “il più… di“, “il migliore” e così via, dirò che se mi dovessero chiedere chi sia, a mio parere, che di letteratura in Italia – intesa come libri/lettura e intesa come mondo, ambito particolare – ne capisca parecchio, ecco, mi verrebbe in mente lui.
Perché uno che dichiara pubblicamente cose come
In Italia di scrittori ce ne sono pochi, ci sono molti narratori.
o come
Bisogna tornare a dare un peso alle parole. Uno scrittore, prima di pubblicare, dovrebbe pensare che si sta trovando davanti a un patibolo e non esisterà un’altra volta. Un’altra volta è per i narratori, non per gli scrittori. Gli scrittori dovrebbero scrivere libri come se dovessero essere decapitati il giorno dopo.
è uno che ha capito moltissimo, di libri e letteratura, anzi, quasi tutto (e metto “quasi” in ottemperanza di quanto sopra detto).
Se volete sapere meglio chi sia (ovvio, se già non lo conoscete), qui c’è la sua pagina facebook (dalla quale traggo la foto lì sopra), e qui una illuminante intervista dal sito della Write and Roll Society (pure della quale vi parlerò, a breve.)
Questa sera, 30 novembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #5 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Il mistero del triangolo (scaleno) delle Bermuda”.
Di frequente RADIO THULE si occupa di cose misteriose o presunte tali, e certamente al proposito quello del Triangolo delle Bermuda è uno dei “misteri” più popolari: inquietanti messaggi di SOS, navi e aerei scomparsi nel nulla, anomalie fisiche, fenomeni paranormali, UFO… La casistica in proposito è ampia e variegata, al punto da aver generato un alone a dir poco leggendario intorno a questo triangolo scaleno dell’Oceano Atlantico – scaleno ovvero irregolare, incongruo… Già, perché viene da chiedersi: c’è veramente un “mistero”, al largo delle Bermuda? E’ accaduto qualcosa di effettivamente inspiegabile? Oppure la realtà dei fatti rivela delle verità che la gente non vuole vedere, e viene convinta di non poter vedere?
Locandina de “Il Triangolo delle Bermude” di René Cardona Jr. (1978), uno dei tanti film dedicati a tale “mistero”.Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!
Libertina è una libreria itinerante per ragazzi ospitata in una roulotte che da Messina si sposta di città in città per tutta la Sicilia, al fine di diffondere la letteratura per ragazzi con un’offerta di più di 600 titoli, inclusi anche libri per bambini non vedenti (testi tattili, in alfabeto Braille o con il linguaggio in simboli Wls) o dislessici (con font e carta particolari).
Il progetto è nato nel dicembre 2014 da un’idea di Giovanni Mauritano, originario di Messina, un libraio di 47 anni proveniente dalle grandi catene Feltrinelli e Mondadori. Giovanni nelle sue esperienze in libreria ha sempre curato la sezione per ragazzi, e riprendendo l’idea dei vecchi cantastorie ha deciso di riportare la magia per strada affascinando i più piccini non solo con i libri ma anche con reading e laboratori letterari dedicati.
Cliccate sulle immagini per visitare la pagina facebook di Libertina (dalla quale ho tratto le stesse foto qui pubblicate).
Per ciò che è rimasto, e per lo stato in cui sovente versa, pensare oggi a Milano come una città d’acqua sembrerebbe una vera e propria stravaganza. Invece un tempo lo è stata, e in modo anche evidente. Tra fiumi, rogge, canali, navigli, darsene, conche, derivazioni e vie d’acqua varie e assortite su tante delle quali navigavano natanti d’ogni sorta che portavano merci fino a pochi passi dal centro (i marmi del Duomo, ad esempio, furono trasportati in città a bordo di chiatte che solcavano il Naviglio Grande: probabilmente le cagnone, lunghe 23,50 m, larghe 4,75 m e che portavano fino a 40/50 tonnellate di merci), Milano non aveva nulla da invidiare a tante altre città notoriamente “acquatiche”. Una peculiarità che non aveva soltanto funzioni meramente pratiche, ma senza dubbio regalavano alla città un’estetica urbana assolutamente specifica e affascinante.
Poi però l’incipiente dittatura dei veicoli a motore – di servizio prima e privati poi – richiese e impose una deprecabile e miope decisione, per la quale la maggior parte delle vie d’acqua cittadine vennero coperte e interrate per fare spazio alle carreggiate di nuove strade. Decisione peraltro comune, nel Novecento, ad altre realtà di trasporto “sostenibile”, un tempo esistenti (si pensi ad esempio alle molte ferrovie che per molti territori rappresentavano il messo di trasporto di cose e persone principale) e poi soppresse ed eliminate per gli stessi – spesso assai interessati – fini.
La Darsena nell’800, con l’imbocco verso la conca di Viarenna.Per quanto riguarda Milano, la questione della perdita dell’idrografia originaria cittadina ricorda per certi aspetti altri simili casi, ad esempio quello della cosiddetta Servitù del Resegone, della quale già ho disquisito qui nel blog. Anche in tema di vie d’acqua scomparse valgono le stesse riflessioni che allora facevo, su come un concetto di sviluppo sovente legato a mere convenienze del momento (e ai relativi interessi, spesso di pochi a scapito di tanti) ha portato ad una trasformazione in negativo dell’estetica urbanistica delle nostre città, causando per giunta e non di rado (cosa ben peggiore) una perdita di identità urbana, dell’anima cittadina, del peculiare genius loci, insomma, con inevitabili ricadute sociologiche e antropologiche sugli abitanti della città e sulle loro vite. E queste riflessioni ovviamente valgono per Milano così come per qualsiasi altra città, paese, villaggio, territorio urbano antropizzato che abbia subito simili trasformazioni.
Sia chiaro: le città si trasformano, deve essere così per fortuna che è così da sempre. Tuttavia la loro trasformazione può dirsi proficua soprattutto se viene salvaguardata l’identità cittadina, se il genius loci resta riconoscibile, determinato e determinante. Altrimenti il rischio è quello di non riscontrare più differenze tra una città e l’altra del pianeta, ovvero di una globalizzazione estetica omnimassificante con conseguente dissonanza cognitiva urbana, culturale e antropologica. E’ lo stato per il quale il residente di un luogo si ritrova dissociata da esso, come se fosse straniero a casa propria.
Il Naviglio della Martesana inizia il suo percorso sotterraneo.Tornando a Milano, fortunatamente negli ultimi tempi da più parti ci si è resi conto del danno cagionato alla città, e in alcuni casi si è cercato di mettervi riparo – nella speranza che siano (solite) operazioni di facciata con scopi ben più politico-elettorali che di effettiva rinascita urbanistica. Uno dei progetti più interessanti riguarda il recupero del Naviglio della Martesana, che un tempo collegava il centro di Milano con il fiume Adda. Ne parla questo servizio video di tvsvizzera.it.
Sarebbe certamente un primo e importante passo, tra quelli fattibili e realizzabili, per recuperare anche quella meravigliosa storia d’acque cittadine e riportarla ai giorni nostri, il che rappresenterebbe un valore aggiunto enorme per la città, ben più che tanti pur mirabili – e ribadisco mirabili, ma spesso ben poco identitari (appunto) – grattacieli di prestigiose archistar.
Lavandaie lungo la Roggia Boniforte in via Argelati, nel 1940.Per approfondire il tema delle vie d’acqua storiche di Milano potete leggere qui un ottimo e dettagliato articolo, tratto dal sito storiadimilano.it.
P.S.: Dal 12 novembre e fino al 14 febbraio 2016, la mostra Milano, città d’acqua, a cura di Stefano Galli, racconterà proprio la storia acquatica della città, attraverso 150 immagini d’epoca provenienti da archivi pubblici e privati oltre a documenti inediti e materiale cartografico per testimoniare la ricchissima presenza d’acqua in città fin dalla sua fondazione, come elemento cardine attorno al quale si è costruita la fisionomia dell’urbe, la sua prosperità e la sua fortuna storica. Per saperne di più visitate il sito web della mostra, qui.
Domenica (8 novembre, n.d.s.) sono stato alla Rassegna della Microeditoria di Chiari, uno dei migliori eventi dedicati alla piccola e media editoria indipendente nazionale il quale tradizionalmente si svolge durante il secondo weekend di novembre. Come sempre una bella manifestazione, buona affluenza di pubblico, ospiti interessanti e parecchi amici editori da ritrovare e salutare.
Anche il Pisa Book Festival, fiera dell’editoria indipendente che si svolge nella città toscana, è un bell’evento, rinomato e celebrato. Mi piacerebbe visitarlo con frequenza annuale, come faccio con Chiari, ma non posso. Così come vorrebbero ma non possono farlo tanti altri, e così come parecchi piccoli ma interessanti editori vorrebbero avere uno stand in entrambi gli eventi, ma non riescono. Perché tutti noi, almeno al momento, non abbiamo il dono dell’ubiquità. Già, perché – spiego meglio – due eventi così interessanti per lo stesso ambito editoriale nazionale, si svolgono nelle stesse identiche date – durante il secondo fine settimana di novembre, appunto.
Ne scrivo ora che tutto è finito per evitare polemiche e mi chiedo – probabilmente ve lo chiederete anche voi: che senso può avere una cosa del genere? Cui prodest? Ne ho parlato per l’intera giornata con tanti operatori del comparto editoriale indipendente presenti a Chiari e con altri lettori abituali visitatori di eventi del genere: beh, francamente non siamo riusciti a darci una buona risposta. Qualche editore, peraltro, ha deciso di essere effettivamente presente in entrambi gli eventi, ma potete ben immaginare le difficoltà logistiche e i sacrifici sostenuti – stiamo parlando di piccole-piccolissime realtà imprenditoriali dove spesso, per contare le persone che lavorano, le dita di una sola mano sono ben più di quanto serva.
Ora: le considerazioni sostenute ieri in merito saranno state certamente superficiali; possiamo pure ammettere che Pisa si sia sovrapposta a Chiari – il cui evento, bisogna dirlo, è da sempre piazzato in quel punto del calendario mentre il festival pisano è più errante, in tal senso – per ragioni inderogabili e incontrovertibili, e in ogni caso qui non voglio muovere alcuna accusa in un senso o nell’altro, ci mancherebbe. Tuttavia, ribadisco, chiunque abbia constatato la cosa non ha potuto evitare un più o meno ampio sconcerto, addirittura paventando motivi di (inopinato) mutuo sgarbo per chissà qual ragione: speculazioni, certo, ma di difficile confutazione, visti i fatti, e soprattutto pressoché inconfutabili agli editori i quali, ribadisco, si sono ritrovati nella maggior parte dei casi a dover drasticamente scegliere l’evento nel quale essere presenti. E fate conto che un piccolo editore conta molto su tali eventi pubblici per farsi conoscere, primo, e per vendere in modo cospicuo i propri libri come altrimenti impossibile, secondo. Due necessità vitali, inutile rimarcarlo.
Posto quanto sopra – e datemi pure del malevolo, dopo aver letto quanto state per leggere – mi risulta difficile non constatare che dietro tale sovrapposizione/contrapposizione vi sia parecchia mancanza di buon senso. Già il settore dell’editoria indipendente nazionale è in balìa di infinite traversie, non solo commerciali, nonché delle mire oligo-monopolistiche della grande editoria e della distribuzione ad essa legata – e facciamo finta di non considerare le sempre più deprimenti statistiche sullo stato della lettura in Italia… Ci manca solo che ci si danneggi vicendevolmente in questo modo, finendo per “rubarsi” pubblico, editori (soprattutto) e attenzione mediatica nazionale!
Di contro – sarò sempre malevolo, vedi sopra – mi viene pure da considerare, sarcasticamente, che tutto ciò è assai emblematico del clima che (purtroppo) si respira nell’editoria indipendente nazionale, nella quale per controbattere la prepotenza commerciale e industriale (nonché politica) della grande editoria si fatica ancora terribilmente a fare rete, a creare un fronte comune attivo e reattivo, a seguire il vecchio e sempre valido precetto “l’unione fa la forza”. Si fatica a capire, per essere chiari (aggettivo e non toponimo, qui!), che se non si farà qualcosa per guarire dalla debolezza strutturale della filiera indipendente e diventare un soggetto il più possibile univoco e prestante ai vari tavoli di trattativa commerciale e politica, ci si presterà soltanto al gioco della grande editoria e delle sue mire di dominanza sempre più assolute.
E, se così posso dire, sarebbe il caso di non far diventare quei 300 km (scarsi) citati nel titolo del presente articolo una distanza ben più ampia, se non incolmabile, tra sorte avversa e buon senso, ecco.