Nel derby dei saloni Torino è in vantaggio su Milano, ma…

Volendo usare una metafora calcistica ovvero assolutamente nazional-popolare, e immaginando Tempo di Libri, la nuova fiera milanese andata in scena lo scorso mese, e il Salone del Libro di Torino, che partirà il prossimo giovedì 18, come due squadre di calcio, si potrebbe dire che stiano giocando una finale in due turni per il titolo di “miglior evento nazionale dedicato ai libri” e che la partita di andata sia finita con un risultato del tipo 0 a 3 o 0 a 4 per Torino, in trasferta.

Già, perché Tempo di Libri è stata un sostanziale fallimento, ormai tutti lo hanno rimarcato: inventata per fini del tutto politici e assai poco culturali, organizzata malissimo sotto ogni punto di vista e poi, una volta aperta, gestita ancora peggio. Sia chiaro: non che ci si potesse aspettare un successo sconvolgente fin dalla prima edizione, per un evento del genere; d’altro canto si può tranquillamente dire che nulla o quasi è stato fatto al fine di ottenere almeno un discreto successo, generando con tutto ciò gran risate e facce divertite in quel di Torino, che lo sgarbo di Milano l’ha subìto in maniera profonda e chissà quante macumbe ha tirato – la città sabauda, in senso lato – ai milanesi per favorire l’insuccesso di Tempo di Libri.

Fatto sta che, appunto, ora Torino ha guadagnato a suo favore un gran vantaggio su Milano, proprio come se avesse largamente vinto in trasferta un match sportivo. L’imminente Salone peraltro si presenta piuttosto bene, con un aumento di superficie, di editori, di eventi collaterali, una gran bella locandina e, in generale (pare) una verve parecchio diversa dal passato. Tuttavia, continuando nella metafora calcistica, vincere largamente la partita di andata non significa ancora portarsi a casa il “titolo” finale, e non di rado quelle squadre che lo pensano, sentendosi già forti di quanto conseguito nella prima partita e, di conseguenza, sedendosi su allori ancora virtuali, sovente piangono lacrime amare, alla fine di tutto. Ecco: Torino ha un gran vantaggio su Milano, lo ribadisco: di immagine, di prestigio del momento, di gioco – dacché ora può giocare totalmente all’attacco senza più dover pensare a difendersi – di potenziale gradimento del pubblico. Ma di contro ha un passato alquanto pesante da scrollarsi di dosso, un’immagine (propria) da ricostruire, svecchiare, rinnovare, la responsabilità di affermarsi come unico “vero” evento di promozione autenticamente culturale dei libri e della lettura in senso generale, senza legami con attori più o meno potenti del panorama editoriale nazionale e senza altri fini ben più “materiali”… Insomma: potrebbe conseguire una vittoria totale, da “cappotto” o quasi ma, se sbagliasse “partita”, potrebbe essere veramente l’ultima possibilità di poter “giocare” a così alto livello. Se Milano avesse toppato il proprio evento – e l’ha toppato – poteva campare mille scuse al riguardo, magari vacue ma tant’è – e le ha campate, in effetti; se toppa Torino, con trent’anni di storia alle spalle, lo “sporco” di passate polemiche e scandali da spazzare via, la necessità di rinnovarsi e riaffermare il proprio ruolo centrale e insostituibile per il mercato editoriale italiano, rischia veramente di non “giocare” più, lasciando paradossalmente il campo libero a un evento al momento perdente sotto ogni aspetto ma, nel caso, libero di poter agire in regime di monopolio o quasi (dipende dal futuro di Roma, evento certamente dotato di grandi potenzialità ma ancora incapace di sfruttarle al meglio) facendo ciò che vorrà a scapito di tutti.

Credo che Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone di Torino, e il suo staff siano ben consci di ciò e abbiano allestito l’evento di conseguenza, mettendoci tutto l’impegno del caso e pure di più. Hanno la vittoria in tasca, lo ripeto, ma come dice un vecchio proverbio, “Non convien cantare il trionfo prima della vittoria”.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Due fiere del libro per una sola verità

Comunque, sia quel che sia e al di là di tutto ciò che si dirà dichiarerà commenterà asserirà giudicherà prevederà nonché di qualsivoglia parte, la verità qui è solo una: due eventi simili in tutto e per tutto come la nuova fiera di Milano e il salone di Torino in un mercato dei libri più che asfittico come quello italiano sono come due limousine che si pretenda di far stare insieme in un garage buono per un’utilitaria. Una purissima, cristallina, ineluttabile idiozia. Ecco.

(Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo a cui si riferisce. Qui invece potete leggere un approfondimento al riguardo di Francesco Giubilei.)

Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)

La sciatte(dito)ria #2

…E ci può essere qualcosa di peggio per certa (“grande”) editoria contemporanea dello scopiazzarsi spudoratamente le copertine a vicenda, dimostrando di non avere nemmeno la volontà di sbattersi (lavorando, mica altro!) per cercarne qualcuna originale?
Beh, ad esempio si può formalmente dimostrare di non sapere il nome dei propri autori editi:

16864860_10206591074893906_147524062168749140_nÈ Amos Oz, per la cronaca, non AmoZ Oz.

Ovviamente, se ora cercate il libro nel sito dell’editore o nei canali di vendita on line, non lo trovate più – guarda un po’ che strano, eh?! Peccato (per loro) che, come ormai sanno tutti, nel bene e nel male, sul web resta traccia di ogni cosa – qui, ad esempio…

P.S.: in questo caso grazie a Francesca Casùla, grande animatrice culturale e co-fondatrice di Liberos.

La sciatte(dito)ria #1

Se ci fosse ancora bisogno di qualche buona prova che dimostri la profonda sciatteria con la quale certa (“grande”) editoria italiana fa (!) il suo mestiere – come se non bastassero le innumerevoli letterarie e commerciali degli ultimi anni – eccone qui una notevole:

17021890_10212284735941502_7199788153883156568_nNeanche più si sbattono per cercare e trovare 1) belle copertine; 2) copertine consone al testo edito e soprattutto 3) copertine che qualcun altro non abbia già utilizzato.
D’altro canto, considerando i libroidi di infima qualità che da qualche tempo a questa parte invadono (e distruggono) il mercato, è del tutto ovvio che quei testi editi nemmeno li leggano. Figurarsi se balza loro in testa di darsi da fare (sapessi quanto, poi) per le copertine.

P.S.: immagine tratta dalla pagina facebook di Eliselle, mirabile scrittrice – lei sì (qui il suo sito web).