(P.S.: applausi a scena aperta a Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto quanto sopra. Andatela a conoscere, Visiogeist, che merita alla grande e per più motivi!)
(P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora in versione “ampliata”, qui.)
(P.S.: applausi a scena aperta a Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto quanto sopra. Andatela a conoscere, Visiogeist, che merita alla grande e per più motivi!)
(P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora in versione “ampliata”, qui.)
Tra gennaio e aprile scorsi ho tenuto numerose “lezioni” di un modulo didattico proposto da alcuni enti culturali alle scuole secondarie delle provincie di Lecco e Bergamo – un modulo, per la cronaca, dedicato a “L’evoluzione tecnica dell’arrampicata e dei materiali” e di interesse prettamente locale, visto come la pratica alpinistica sui monti della zona sia consueta e diffusa nonché ricaduta poi in vari modi nella storia industriale delle suddette provincie, quella lecchese soprattutto. Ma, al di là dei temi trattati, voglio piuttosto disquisire delle impressioni scaturite da questa mia esperienza riguardo i ragazzi – facenti parte di un’età scolare compresa tra la seconda media e la seconda superiore – e maturate attraverso non il punto di vista di un docente, dunque di una persona assuefatta all’ambiente in questione e alle sue dinamiche sociologiche, ma di me come persona esterna all’ambito scolastico e a quella parte di società da esso rappresentata, soprattutto in senso anagrafico, tuttavia attenta ad ogni minimo aspetto dell’interrelazione creatasi nelle classi e con gli studenti nonché a qualsiasi loro reazione, anche e forse soprattutto a quelle slegate dal contesto tematico ad essi esposto.
Bene, partirò dall’impressione finale: la nostra società temo stia perdendo una grossa occasione per essere migliore, in futuro. Ho maturato tale convinzione per essermi trovato di fronte, in maniera piuttosto uniforme nelle varie classi, dei ragazzi estremamente aperti e pronti all’assimilazione di nuove nozioni e informazioni tanto quanto assolutamente distratti, anzi, disturbati dalla caotica valanga di stimoli, molti dei quali insulsi se non deleteri, che il modus vivendi contemporaneo rovescia loro addosso. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi siano più tonti, ingenui, immaturi, viziati, puerili di quelli di qualche generazione fa, che ingenui in altro e più evidente modo lo erano ma molti più dotati di quelle semplici nozioni per affrontare la vita quotidiana (sovente maturate dal fatto che la stessa fosse di certo meno agiata di quella odierna), più indipendenti ovvero meno viziati e capricciosi, appunto. In certi casi è vero, senza dubbio, ma – mi è sembrato di percepire – lo è in quanto i ragazzi di oggi non sono preparati a vivere un mondo che inopinatamente corre più di loro, e che non si fa problemi nel trascinarli anche con una certa veemenza (quando non violenza) in ambiti che difficilmente un adulto comprenderebbe, figuriamoci un adolescente. Eppure essi dimostrano in mille modi, da quelli più evidenti ad altri minimi ma definiti, di avere la volontà di capire, di comprendere, di farsi ancora incuriosire da cose che non siano il mero frutto di devianze consumistiche ideate da adulti idioti: ma è come se dovessero riconoscere i propri migliori amici sparsi nella folla in una grande e rumorosa piazza.
Voglio dire: ho trovato ragazzi irrequieti, apparentemente disattenti, svagati, mai annoiati ma a volte deconcentrati, come se faticassero a seguirmi nonostante cercassi di portare i temi trattati ad un livello assolutamente consono alla loro età, e con un linguaggio di conseguenza, ma poi capaci di propormi quasi sempre domande mai banali, spesso argute e partecipi tanto che non di rado mi è capitato di sentirmi proporre da persone adulte, in altri contesti ed eventi, cose infinitamente più futili e insensate. Sono ragazzi, insomma, che non sono affatto più tonti di quelli d’un tempo, anzi, credo siano ben più intelligenti e intellettualmente vivaci dei loro genitori (causa frequente, essi, del loro stato amebico o sdraiato, per dirla con Michele Serra, nonché di certa maleducazione – non rilevata da me nelle classi frequentate ma certamente presente) e lo possono dimostrare, se messi nelle condizioni di farlo. Purtroppo, invece, non solo la nostra società contemporanea non offre loro tali condizioni, ma anzi pare impegnarsi a fondo per annullare ogni vivacità mentale, ogni curiosità naturale, qualsiasi volontà e desiderio di conoscenza e creare in essi una tabula rasa generale per fare posto alle innumerevoli stupidaggini oggi imposte, diffuse e spacciate per stili di vita cool – ovvero per generare dei perfetti, non-pensanti, docili e malleabili consumatori cronici, il tipo ideale e più gradito al sistema di potere che controlla il nostro mondo.
Per tale motivo temo che la nostra società stia perdendo una grossa occasione per costruirsi un futuro migliore. Loro, questi ragazzi, sono il futuro e lo sono già ora: con le loro capacità potenziali, se ben sviluppate, potrebbe veramente apportare grandi benefici alle nostre comunità sociali, invece si preferisce rincretinirli fin da subito, soffocando qualsiasi loro creatività, qualsiasi estro, per farli diventare già a quell’età degli adulti in miniatura. Provocando di contro, assai spesso, situazioni di disagio notevole, con tutti gli annessi e connessi – si notino ad esempio le statistiche sulla diffusione di alcol, droga o sui comportamenti antisociali e violenti…
Non tutto è perduto, però: si può ancora fare molto, ovvero recuperare e ricostruire quell’ambiente socioculturale ideale a far che un adolescente possa vedere con maggior chiarezza nel suo orizzonte futuro, evitando che si trovi di fronte la riproduzione di un confuso, ingannevole, violento, urlante, psichedelico (in senso negativo) e cacofonico schermo televisivo – ciò che spessissimo sembra il mondo in cui viviamo. Ma lo deve volere, la società, o meglio: deve dimostrare di voler riprodursi ancora, da domani nel futuro il più possibile lontano, in quanto struttura sociale, civica, culturale e antropologica, anziché soccombere ad un sistema che, da meramente politico, è divenuto col tempo economico, finanziario, sociale, (pseudo)culturale e sempre più in modo oppressivo e antiumano. Lo dobbiamo volere tutti, a partire da noi singoli cittadini, fino ovviamente alle gerarchie più alte.
Ecco, è proprio qui che, credo, vi sia l’origine di quel timore più volte rimarcato in questo articolo: in questa volontà, o nella vaghezza di essa, nell’astrattezza se non nell’assenza effettiva. Di contro, mai come stavolta non temo di sbagliare – ne andrei fiero d’essermi sbagliato, insomma. E l’unica speranza per ciò mi viene proprio da quei ragazzi, che mi auguro ancora abbastanza svegli da capire quale rischio viene loro fatto correre, quale trappola è loro tesa, e quanto lontano da essa debbano al più presto fuggire, per tornare a correre in direzione della loro stessa vita.
E’ un libro, questo qui sopra.
Già, magari ne avrete già letto altrove: è un “volume” – ma mi verrebbe da dire più un’opera – della serie BBooks, inventata dall’imprenditore Alessandro Curioni e realizzata dall’architetto e designer Giulio Ceppi: un connubio tra rivoluzione e restaurazione che da un lato altera in modo estremo la forma e la struttura del libro in quanto oggetto, dall’altro recupera il concetto di prezioso e unico che era proprio degli antichi codex miniati.
In pratica, sono sfere di legno che contengono all’interno testi stampati su pergamene, autenticate da un chip interno che peraltro ne garantisce l’unicità (in ogni caso potete cliccare sull’immagine qui sopra per saperne di più). Più che a veri e propri libri, dunque, che tali sono solo per la presenza effettiva di un testo seppure presentato in forma non ordinaria, sono opere d’arte a tiratura limitata (o limitatissima), come conferma lo stesso ideatore del progetto: “Se la domanda è: “è possibile acquistarli?”, la risposta è “probabilmente si”, certo ci saranno delle valutazioni da fare in quanto l’obiettivo è che questi libri siano esposti e visibili. Per il resto dal punto di vista commerciale non esiste un piano definito data la natura culturale del progetto.”
Un concetto di produzione artistica applicato ad una forma sperimentale di editoria, insomma, nemmeno così rivoluzionaria alla fine, se non nella forma: ma la sostanza resta, e ricorda il principio dei libri d’arte, le edizioni limitate (quando non pezzi unici) di testi letterari impreziosite da peculiarità di forma e natura sovente artistiche uniche, oltre che ovviamente dall’ideazione e produzione da parte di un artista.
Sia chiaro: Bbooks è un progetto molto interessante e suggestivo, dal quale mi auguro scaturisca in primis l’importanza e la preziosità della cultura letteraria e di opere fondamentale per il sapere umano. Di contro, senza voler affatto fare il tradizionalista, mi chiedo: ma la dematerializzazione dell’oggetto libro, ovvero la sua trasformazione in altre cose, con altre forme, altre materialità e altre specificità, digitali o meno, è così necessaria e “rivoluzionaria”? E considerando ogni elemento culturale, concettuale, sociale e sociologico, antropologico e quant’altro che il libro si porta appresso, è veramente possibile dematerializzarlo mantenendolo tale, cioè facendo in modo che resti “libro” e non si trasformi in qualcos’altro di similare utilità ma differente concezione e percezione?
Insomma, in tema di oggetto-libro: e se la più autentica rivoluzione sarebbe quella che rimanesse tale anche nel futuro più lontano? Oggetto rivoluzionario proprio perché immutato nel mentre che ogni altra cosa evolve, cambia, si trasforma in altro, scompare.
Non so, per dire… anno 3015, nave a propulsione distorsiva spazio-temporale in viaggio verso Proxima Centauri, olografica mesonica a bordo, collegamenti neuronali con l’equipaggio e un passeggero seduto in una poltrona sensoriale che legge un libro, sfogliandolo pagina dopo pagina. Vi pare qualcosa di così anacronistico?
Ovviamente sto lavorando di pura fantasia e, ribadisco, ben venga qualsiasi evoluzione/rivoluzione che possa far acquisire ancora maggior valore al libro, alla lettura e alla cultura relativa. Però, non so, quella fissazione tradizionalista ce l’ho. Forse perché, pur ipotizzando che si possano trasformare in chissà quali oggetti con quali forme, un mondo senza quei “Complessi di fogli della stessa misura, stampati o manoscritti, e cuciti insieme così da formare un volume, fornito di copertina o rilegato.” (Vocabolario Treccani, voce Libro) proprio non riesco a immaginarmelo.
Mah, sarà per una mia limitatezza mentale, chissà.
“Anni fa una ragazza iniziò una ricerca su un maggio. Tornò da me delusa, aveva trovato solo quattro vecchi che ne avevamo sentito un’edizione quando erano bambini, e non ricordavano quasi nulla. “Torna”, le dissi, “e falli ricordare assieme”. Lei tornò e i quattro, aiutandosi tra loro, ricostruirono 260 delle 340 quartine di cui era composto il maggio. Incredibile? Niente affatto. Allora non c’era la tv a occupare la mente. Non c’era il rumore. Non c’era il ronzio di fondo che ci obbliga a non pensare e a consumare. Sai, credo che la demenza senile altro non sia che un hard disk pieno.”
(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.268)
Non è solo un danno da demenza senile, quello che Rumiz rimarca in questo passo (d’un libro del quale a breve troverete la recensione, qui sul blog). Anzi: forse i vecchi la memoria delle cose passate – spesso più importanti e meno futili di quelle del presente – ce l’hanno ancora, e forse tutti noi, vecchi e giovani, così sottoposti al costante e assordante bombardamento di stupidaggini d’ogni sorta che la nostra società ultramediatica ci propina quotidianamente, veniamo costretti a perdere la memoria – d’altro canto è ormai cosa assodata, questa.
Perché se invece la memoria la sapessimo conservare, non continueremmo a commettere gli stessi errori del passato, e la storia tornerebbe a essere magistra vitae. Di contro, chi ci comanda sa bene che, meno noi ricordiamo, più essi possono commettere (e reiterare) ogni nefandezza e restare impuniti.
Quel rumore di fondo che ci disturba e ci ottenebra la mente non è affatto casuale, teniamolo ben presente.
P.S.: il maggio, o maggio drammatico, è questo.
Mettendo piede alla biblioteca municipale, Hope lanciò un’occhiata diffidente al banco dei prestiti, dove due vecchie bibliotecarie classificavano delle schede. Secondo lei una civiltà che si preoccupava così tanto di archiviare era, e non c’era dubbio, una civiltà in declino.
(Nicolas Dickner, Apocalisse per principianti, Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, p.67)
Beh, in tema di biblioteche non so se quanto afferma Hope Randall, la protagonista del romanzo di Nicolas Dickner, possa essere realmente condivisibile. D’altro canto è vero: una civiltà che manifesta una evidente compulsione archivistica non ha timore di poter dimenticare il passato, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ha soprattutto paura di affrontare il futuro. Paura di non saper fronteggiare ciò che il futuro le offrirà, così da rifugiarsi per istinto nell’adorazione conservatorista di ciò che è conosciuto e che è parte del passato, appunto.
Un segno evidente di debolezza, insomma. Accresciuto dal fatto poi che sovente, a furia di archiviare, si finisce per accantonare. Che è ancora peggio.