Rapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”)

(Un racconto inedito o, meglio, mai pubblicato dacché scritto per una particolare “sfida creativa-letteraria” in forma di concorso organizzata da Senso Inverso Edizioni qualche anno fa: sfida per la quale, data una foto proposta come “ispirazione” – quella che vedete qui sotto -, c’era da inventarci sopra un racconto lungo non più di 25 righe*. Buona lettura!)

25_righe_per_una_foto_2012_blog_imageRapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”) – Esploratore: Krwixz III°

L’esplorazione del pianeta VLSS3, denominato in loco “Terra”, e lo studio delle creature dominanti che lo abitano, hanno raggiunto uno stato più che avanzato. Confermo le personali valutazioni già espresse in passato: il pianeta presenta caratteristiche naturali sovente notevoli, tuttavia aria, acqua e terreno risultano ammorbate da elementi tossico-nocivi in gran quantità. Primaria causa di ciò è l’attività dei suoi abitanti principali, i “terrestri” ovvero le creature dominanti suddette: una razza estremamente primitiva, selvatica, ignorante, e dotata di struttura psico-cerebrale di livello scadente. Essi si autoproclamano intelligenti più di ogni altra razza presente sul pianeta ma risolvono i conflitti interni con modi spesso brutali e distruttivi, che nessuna altra creatura di tipo non umano manifesta. Per metro di paragone, la razza vivente di tipo YTF0987 “Fagus Sylvatica”, in genere denominata dai terrestri “faggio”, contattata telepaticamente dallo scrivente e interpellata su domande di fisica interstellare, ha risposto molto meglio del miglior terrestre similmente interpellato. Risulta inoltre, la razza umana, oltremodo non autosufficiente, tanto da necessitare di ricevere continui ordini e direttive da un arcaico strumento elettronico che diffonde suoni e immagini, di fronte al quale i terrestri appaiono regolarmente imbambolati. Pare evidente che il controllo di esso alla fonte determini la detenzione del potere sociale maggiore, qui.
Posto ciò, dunque, il giudizio sulla razza terrestre risulterebbe ad ora sostanzialmente negativo, se non fosse che rimane un quesito dalla risoluzione al momento ancora oscura. Si rileva infatti uno strano culto, se così si può definire, diffuso in buona parte del pianeta ovvero in tutte le residenze di natura fissa nelle quali i terrestri vivono, nonché in talune abbandonate, legato a una sorta di piccolo altare solitamente ceramico con coperchio, scarico a sifone e serbatoio di acqua collegato, e ad un relativo rito forse religioso di tipo biologico/interattivo, più volte ripetuto durante il giorno locale, che consiste nell’offerta di sostanze organiche dal corpo, in certi casi legata ad altri vari gesti rituali come canti, parole o letture. Pare consistere in una specie di rito di purificazione, la cui frequenza ne segnala l’indubbia importanza per la vita del terrestre, ovvero l’unica certezza nell’esistenza di queste rozze creature, altrimenti destinate ad un futuro che pare francamente piuttosto incerto.

(*: il racconto vinse, poi.)

INTERVALLO – Tripoli (Libano), Al Sa’eh Bookshop

tripoli_15Con un bel reportage su Doppiozero, Maria Camilla Brunetti racconta della libreria Al Sa’ehDel Pellegrino, in italiano – di Tripoli, la seconda più grande del Libano, fondata dal prete greco-ortodosso Ibrahim Sarrouj nel 1972. Scrive Brunetti: “Il 3 gennaio 2014 – mentre Tripoli era scossa da un inverno di scontri violentissimi collegati al degenerare del conflitto siriano – la libreria, che conservava più di 70mila volumi tra i quali diversi manoscritti antichi, venne data alle fiamme. Decine di migliaia di libri andarono distrutti per sempre. L’episodio colpì profondamente la città e l’opinione pubblica e lo sdegno per quanto accaduto portò a una grande mobilitazione civile. Centinaia di cittadini accorsero nella libreria il giorno seguente al rogo mobilitandosi per portare aiuto a padre Ibrahim. Così nacque “Kafana Samtan” (basta silenzio) un collettivo di giovani appartenenti a tutte le confessioni di Tripoli, per il ripristino dell’antica libreria. Grazie all’azione di Kafana Samtan in poco tempo sono stati raccolti circa 33mila dollari grazie ai quali la libreria ha potuto riaprire ufficialmente nel gennaio 2015.

tripoli_9_0tripoli_4_0tripoli_7_0Cliccate sulle immagini per leggere l’articolo completo di Maria Camilla Brunetti su Doppiozero.

N.B.: le immagini fotografiche sono tutte © Lorenzo Tugnoli.

8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, l’11a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 7 marzo duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Trivellare o non trivellare, questo è il (bel) problema!” Una puntata che sta sul pezzo, come si dice in gergo industrial-giornalistico, ove il “pezzo” è la questione del prossimo referendum sulle concessioni petrolifere nei mari italiani e, in generale, sull’opportunità di cercare o meno, oggi, il petrolio sul territorio nazionale. Al di là dei titoloni e delle notizie spesso superficiali dei media, delle polemiche politiche e degli arroccamenti di parte, in questa puntata RADIO THULE cercherà di fornirvi il maggior numero possibile di dati obiettivi in modo da comprendere meglio la questione e poter formulare al riguardo una propria libera e consapevole opinione personale.

(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Una Space Shuttle in giardino. Petrit Halilaj all’Hangar Bicocca, Milano.

Sovente qui sul blog, disquisendo di arte dal mio punto di vista di scribacchino letterario, propongo opere e artisti che sappiano miscelare al meglio le due espressività artistiche – quella visiva e quella letteraria, appunto.
A volte, poi, ci sono altri artisti che anche senza fare ciò, ovvero restando nel puro campo espressivo visuale e senza alcun uso di testo scritto o altro di simile, riescono a costruire vere e proprie narrazioni, estese, articolate, eloquenti e approfondite. Petrit Halilaj, in mostra all’Hangar Bicocca di Milano con la personale Space Shuttle in the Garden, è uno di questi – anzi, raramente ho potuto constatare così tanta e chiara forza espressiva in una serie pur coordinata di installazioni artistiche.
Così si può leggere nella presentazione dell’esposizione:

La mostra è soprattutto un viaggio nell’universo e nella mitologia dell’artista. A metà tra immaginazione e realtà, le opere di Petrit Halilaj raccontano un mondo familiare e surreale al tempo stesso: sculture, disegni, performance, video e installazioni indagano i cambiamenti della storia e il contesto che ci circonda, in un continuo rimando tra memoria e attualità, realtà e utopia, relativo e assoluto. Ogni opera, pur attingendo a eventi e storie del passato e del presente, è tutta proiettata nel futuro poiché accoglie aspettative e desideri dell’artista, anticipando visioni e sogni che nella realtà devono ancora avverarsi.

Proprio così: quella di Halilaj è una (assai potente) narrazione biografica che scorre sul sottile confine tra realtà – in parte dura, durissima: quella della guerra nel suo paese natale, il Kossovo – e una dimensione metafisica che comprende, ricordi (soprattutto), esperienze, sogni, fantasie, speranze, chimere. Tra le opere esposte si viaggia lungo quel confine ritrovandosi sospesi in un istante temporale che comprende gli ultimi 30 anni di storia – in primis quella personale di Halilaj, che di anni ne ha 29, ma pure una storia nella quale possiamo benissimo riconoscerci tutti quanti, poco o tanto – e in un ambito spaziale che ha “centro” sulla collina ove sorgeva la casa natale dell’artista, distrutta durante la suddetta guerra, ma che poi si spande almeno verso l’intero orizzonte europeo, intendendo con ciò quello nel quale si è sviluppata la nostra peculiare civiltà – nel bene e nel male – alla quale ci si ritrova a riferirsi (dunque pure a noi stessi) nel mentre che l’arte di Halilaj si fa possente fonte di suggestione e di intensa riflessione.
Mostra bellissima e coinvolgente come raramente ho potuto constatare, ribadisco. Ma, se vorrete provare a farvi coinvolgere pure voi da Space Shuttle in the Garden, sappiate che sarà all’Hangar Bicocca solo fino al 13 marzo. Epperò merita che abbiate fretta di visitarla in tempo: fidatevi, ancor più se la scoprirete con una delle visite guidate tenute dall’ottimo staff dell’Hangar.
Cliccate QUI per visitare il sito web dell’Hangar Bicocca e conoscere ogni utile dettaglio sulla mostra.