L’autunno, finalmente

Finalmente, ora che la fine di novembre è ormai prossima e l’inverno meteorologico è alle porte, le faggete delle mie montagne si sono decise a convincersi che è autunno e a comportarsi di conseguenza. Fino a pochi giorni fa non era così, o solo parzialmente, nonostante un clima fortunatamente già consono alla stagione: era come se non si fidassero, se temessero che sì, faceva freddo ma, come accade di frequente negli ultimi anni, potessero tornare temperature e condizioni ben più discordanti rispetto all’autunno “classico”, come quelle che hanno contraddistinto la prima parte di questa stagione giustificando pienamente i dubbi dei faggi di quassù.

Era una indecisione che, pur nella relazione anche estatica – inevitabilmente – con il paesaggio che ordinariamente elaboro, un po’ coglievo: la percezione di un disequilibrio naturale, di un disaccordo tra spazio e tempo, di una controversia in corso che faticava a essere risolta e che al paesaggio faceva mancare colore, senso, suggestione, finanche un poco di logica. Seppur nella realtà in divenire la “logica” temo sarà qualcosa che si dovrà rivedere di continuo, sperando rimanga tale e non si spinga troppo verso l’irrazionale.

In ogni caso, ora la parvenza della normalità stagionale s’è ripristinata. È autunno, come quello “d’una volta”: Loki ne è felice e lo dimostra correndo a testa bassa tra i cumuli di foglie cadute sul terreno che forse gli ricordano la tanto amata neve, solo di consistenza diversa, più secca e meno fredda, ma ci si diverte comunque un sacco, evidentemente. Io pure mi godo la sublime quiete della faggeta che già ovatta i suoni e i rumori come fosse gennaio ma al contempo indora la visione del paesaggio di fulgori che sembrano voler offrire per l’ultima volta l’aurea luminosità estiva prima che l’ingiunzione invernale la spenga del tutto, respiro l’odore del terreno umido e l’aroma inconfondibile delle foglie in deperimento al suolo, lascio vagare lo sguardo tra gli alberi e nel sottobosco in cerca di quegli innumerevoli, fugaci, minimissimi dettagli che spesso, nonostante la loro apparente banalità, danno valore al momento vissuto e regalano all’animo una piacevolissima sensazione di connessione intima con il luogo.

Tutto questo in un’ennesima, breve tanto quanto intensa fuga dalla quotidianità ordinaria. Qualche ora, mezza giornata… è sufficiente. Un bisogno, sì, ma non forzato e nemmeno irrefrenabile, semmai spontaneo, dedicato alla mente e all’animo, un dono concesso dalla Natura che sono io a regalare a me stesso. Da piccolino mi divertivo a pensare – non so se per una fantasia mia o còlta altrove – che se, una circostanza simile, avessi formulato un desiderio e saputo cogliere al volo una foglia cadente da un albero sopra di me, quel desiderio si sarebbe avverato.

Be’, a restare qui godendosi questi preziosi attimi di quiete, di colore, di soavità naturali, vien da pensare che forse non serve nemmeno essere così rapidi da cogliere le foglie al volo, già.

«C’è qualcosa che non va bene, in questo tempo qui!»

Domenica pomeriggio sui monti sopra casa, 1000 m di quota, giorno 8 di ottobre.
Il termometro segna 25°, in pieno Sole si va oltre i 30°.
Sarebbe autunno ormai inoltrato.
Sarebbe, già.

Sono fuori da una locanda a chiacchierare con gente del posto, montanari vigorosi con i capelli già bianchi da un po’ e radici familiari ben profonde nel luogo. Calici di rosso d’ordinanza sul tavolo di pietra. È l’unico colore di quel genere visibile qui, dato che le piante non accennano proprio, se non minimamente, a vestire gli abiti autunnali.
Si sta bene all’ombra, inesorabilmente.
La conversazione si svolge per gran parte in dialetto locale, che italianizzo per evitare l’altrimenti certa incomprensibilità di chi non è di queste parti.
«Stamattina, alle 10, sono salito sul solaio ma non ci si riusciva a stare, sembrava di essere in un forno.»
«Trenta gradi, al dieci di ottobre. Non vanno bene le cose, così.»
«No che non vanno bene. Alle cinque ero al capanno (di caccia, n.d.L.), era pieno di zanzare! Le zanzare, a ottobre, a mille metri!»
«E le mie api, allora? Sono ubriache, ci sono le piante che con questo caldo stanno rifiorendo, non ci capiscono più niente!»
Passa una signora, ha una borsa piena di piccoli rametti raccolti nel bosco. Ci si scambiano i convenevoli del caso.
«Brava, niente di meglio di quelli per avviare il fuoco!»
«Io la stufa in casa l’accendo un attimo la sera ma giusto così per farla andare un po’, poi spengo che altrimenti si muore dal caldo, devo riaprire le finestre.»
«C’è qualcosa che non va bene, in questo tempo qui.»
«Già. Non va proprio bene.»
«No. Chissà come andiamo a finire, così.»
«Mah!»

Il locandiere appoggia sul tavolo un vassoio di caldarroste. In effetti solo il castagno sembra rimanere fedele ai suoi impegni stagionali. Forse è un albero talmente legato alla storia dell’uomo, e delle genti che abitano questi monti da secoli, che decide di star dietro al loro tempo e non a quello della Natura, non se la sente di lasciarle prive dei suoi frutti nel loro momento “giusto”. Anche se poi tanti restano a terra, non ce n’è più tanta di gente che va per selve a fare castagne.

«Sarà meglio che ti porti uno zampirone, per il capanno. Perché mi sa che il freddo non ha intenzione di arrivare, a breve.»
«Sì, sarà meglio. Tempo maledetto!»
«Già.»

Il tradizionale pragmatismo montanaro, quello che fa da base alla secolare resilienza di queste genti sulle loro montagne. Nessuna ecoansia, che come tutti gli stati emotivi indotti rischia di diventare mera e invalidante paura, ma un realismo che nasce dalla relazione costante con il luogo e con il divenire della realtà nonché dalla lettura obiettiva dello stato delle cose, di ciò che esprimono la Natura, le piante, il cielo, il tempo. Cose la cui tangibilità non si può negare (si verrebbe subitamente ritenuti rimbambiti), in un realismo funzionale a trovare sempre la soluzione migliore, o la meno peggiore, ai problemi che ci si trova ad affrontare, e che nella sua apparente semplicità si dimostra ben più saggio, e molto meno superficiale, di tante parole che si leggono o si ascoltano sui media.

Le ombre s’allungano, la luminosità si fa più intima, anche il Sole che scende a ponente in effetti continua a onorare i propri impegni stagionali. Probabilmente non se ne cura granché di noi qui sulla Terra. Fosse per lui saremmo – come siamo – effettivamente in ottobre, per il clima siamo a metà giugno o verso fine agosto.

Intanto oggi, lunedì, danno ancora quasi 30°, e domani pure.

Sarebbe autunno inoltrato, già.

Il temporale, ieri sera

Ieri sera io e il segretario* Loki ce ne siamo usciti per la consueta passeggiata serale nonostante quasi ovunque attorno e noi e appena oltre le dorsale dei monti sopra casa provenisse il costante e cupo rombo di tuoni temporaleschi, vibrante in un cielo nero come la pece. Qualche gocciolone cadeva, ma almeno sopra le nostre teste pareva che il tappo tenesse, che il soffione della doccia meteorica stesse dirigendo il suo getto altrove e non su di noi.

Così, nonostante la minaccia latente d’una gran lavata ce ne siamo rimasti in giro, a godere di quel rombo possente che da mesi qui non si sentiva, per di più godendo pure del fenomenale lampeggiare che nel frattempo si era aggiunto ai fragori tonanti il quale, se da un lato ci ha fatto intuire l’avvicinamento del fronte temporalesco più esagitato, dall’altro disegnava in cielo intermittenti affreschi luminosi svelando la rissa tra nembi altrimenti celata dal buio profondo.

È stato bello goderci quello spettacolo sfolgorante, nel silenzio d’intorno dei boschi e del paese deserto per lo stesso motivo che teneva in giro noi. Bello anche perché stava preannunciando qualcosa di ancor più raro, di questi tempi dalle mie parti, e per ciò inopinatamente prezioso, cioè un’abbondante acquata. Altro fenomeno tutto da godersi, dunque – anche se al coperto, possibilmente, e sperando che non si palesasse un vero e proprio nubifragio (sì, ciò che oggi viene scioccamente definito “bomba d’acqua”), più violento d’un classico temporale e facilmente più dannoso.

Poi, quando lo spettacolo celeste si è fatto godere come se vi assistessimo dalla prima fila del nostro teatro montano e la pioggia s’è parimenti fatta più seria, ce ne siamo rapidamente tornati a casa, appena prima del climax temporalesco che per una buona mezz’ora ha provato, con un certo successo, a rinfrescarci la memoria sulla propria fenomenale essenza. Ma, appunto, è stato bello rivivere tutto questo dopo così tanto tempo, e in una situazione di spiccata e inquietante carenza idrica, qui dalle mie parti. Ne ben vengano altri, di questi possenti spettacoli di rimbombi e sfolgorii: se mai ci coglieranno in giro per i monti e ci imporranno una solenne lavata (e non una fulminata, possibilmente) amen, va bene così. Anzi: bello, bellissimo. Come la pioggia ripulisce e rilucida la natura, sarà meraviglioso farsi ripulire l’animo e lo spirito da quella stessa, intensa vitalità idrica e così allontanarsi dalla siccità che così spesso sembra attanagliare il nostro mondo. E non solo per mancanza di acqua, già.

*: il segretario personale a forma di cane, sì.

P.S.: di quanto sia bello quando piove ho scritto già altre volte, qui sul blog.

Piove, finalmente!

[Foto di Anna Atkins su Unsplash.]
Risentire il rumore e l’olezzo della pioggia finalmente battente, anche solo per qualche ora e dopo più di due mesi dalla precedente precipitazione degna di tal nome, ci fa sentire* come viandanti che dopo diverse settimane di viaggio inquieto nel più arido deserto giungono finalmente ad una preziosissima oasi, piccola, certo non sufficiente a dissetarci del tutto ma, quanto meno, capace di ridestare la speranza che non troppo lontane ve ne siano altre, di oasi, ben più ampie e abbeveranti, più capaci di rigenerarci per come ne abbiamo un bisogno tanto forte quanto ancora poco compreso.

Ma, per ora, godiamoci queste ore di pioggia: sono un dono raro, di questi bizzarri tempi.

(*: o forse no, mi sento solo io così, chissà.)

Come trovare l’oro nel bosco

Conoscerete sicuramente quel motteggio popolare che dice «Il mattino ha l’oro in bocca», a indicare in modo ovviamente metaforico le prime ore della giornata come le più preziose per “fare cose”, le più proficue e ricche di energia… Ma c’è la possibilità di praticare un “incantesimo” grazie al quale quella metafora così suggestiva assume un senso letterale e di oro pare ammantarsi ogni cosa e, innanzi tutto, il proprio animo. È un incantesimo semplicissimo, banale, tant’è che nessuno lo considererà tale finché non si ritrovi a viverlo e a constatarlo: camminare nel lariceto in una mattina d’autunno e ritrovarsi in compagnia dei raggi solari. Svoltando lungo il sentiero che stavo percorrendo, oltre la parte di bosco che i pendii montuosi alle spalle mantenevano in ombra, all’improvviso mi è sembrato che il Sole stesso si fosse posato tra gli alberi e che tutto laggiù fosse veramente fatto di materia aurea, brillante, quasi scintillante tra le fronde mosse da una leggera brezza, come se fosse stata sparsa della polvere d’oro su ogni cosa… una luce calda, potente e al contempo accogliente che mi ha stupito, illuminato lo sguardo e ancor più lo spirito – e che l’immagine qui sopra non riesce a rendere del tutto, inesorabilmente.

D’altro canto alcuni lo definiscono proprio così il larice, l’albero del Sole. Quando la cosiddetta “bella stagione” sfuma sempre più nel ricordo dei suoi giorni lunghi e caldi e la potente luminosità diurna che profumava d’estate lascia sempre più spazio all’ombra, soprattutto tra le valli montane, il larice si mette d’impegno e si prende la briga di regalarci l’ultimo meraviglioso sfavillio dorato che sembra fatto proprio di scintille cadute dal Sole di un cielo estivo: un ultimo dono di luce, di gloria e di brillante vivacità prima che l’inverno prenda definitivamente il controllo del tempo e assoggetti lo spazio, con chiunque lo viva, alla sua silente freddezza. Un dono che è bene conservare con cura, così che possa continuare a illuminare, riscaldare e regalare una gioia tanto minima quanto preziosa che potremo avere con noi non solo al mattino ma in tutta la nostra giornata, anche nel cuore dell’inverno più buio – ma mai oscuro abbastanza da poter spegnere quella luce accesa dentro di noi.