L’italica “cultura” del servilismo. Perché il nostro paese è probabilmente condannato a non cambiare mai.

Non andate coi piemontesi! Quelli hanno ancora i gesuiti!

Carlo Cattaneo, nel 1848.

Questa è la vita morale, religiosa e nazionale italiana a quel tempo: un mondo tornato in moda, favorito dagl’interessi, mantenuto nelle sue apparenze, rimbombante nelle frasi, non sentito, non meditato, non ventilato e rinnovato, non contrastato e non difeso, non realtà e non idealità, cioè a dire non praticato nella vita, e non scopo o tendenza della vita. Il tarlo della società era l’ozio dello spirito, un’assoluta indifferenza sotto quelle forme abituali religiose ed etiche, le quali, appunto perché mere forme o apparenze, erano pompose e teatrali. La passività dello spirito, naturale conseguenza di una teocrazia autoritaria, sospettosa di ogni discussione, e di una vita interiore esaurita e paludata, teneva l’Italia estranea a tutto quel gran movimento d’idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni di Europa; e fin d’allora ella era tagliata fuori del mondo moderno, più simile a un museo che a società di uomini vivi.

Francesco De Sanctis, nel 1870.

Il gendarme spagnolo e il tribunale dell’Inquisizione non trovavano in Italia l’ostacolo che avevano incontrato in Olanda: una coscienza individuale resa consapevole dalla Riforma dei propri diritti e doveri e quindi decisa a tutto pur di salvare la sua autonomia dal sopruso autoritario. La trionfante Controriforma aveva tolto agli italiani questa difesa, e li rendeva disponibili a tutto. È da questo momento infatti che si sviluppa nel nostro popolo la propensione ai mestieri ‘servili’, in cui tutt’ora gli italiani eccellono. Essi sono i migliori camerieri del mondo, i migliori maggiordomi, i migliori portieri d’albergo, i migliori lustrascarpe, perché cominciarono a esserlo fin d’allora, quattro secoli fa.

Indro Montanelli, nel 1959.

Spesso si può cogliere, su qualche media “illuminato” ovvero altrove, un dibattito che cerchi di determinare i motivi per i quali noi italiani ci siano ridotti – socialmente, culturalmente, civilmente e, ovvio, politicamente – nella situazione in cui stiamo; pochi di quei dibattiti spingono la loro dissertazione più indietro di qualche decennio, restando inesorabilmente impelagati nella puzzolente melma delle solite scaramucce politico-partitiche da futile talk show televisivo. Dissertazione senza dubbio comprensibile, ma certamente il cancro che sta ammorbando in modo pressoché letale il corpo nazionale italiano non si è formato in così poco tempo! Semmai in questo poco tempo chi poteva (e doveva) somministrare le giuste medicine per cercare di avviare un processo di guarigione, ha invece iniettato in quel corpo ulteriori veleni, che hanno accelerato e aggravato la malattia.
No, i mali italiani vengono da più lontano: sono in primis un problema culturale – poi inevitabilmente divenuto sociale – così consolidatosi nel tempo da diventare genetico, temo. Uno degli elementi più evidenti e gravi del problema, lo sostengo da molto tempo, è l’assoggettamento al dominio ideologico di matrice religiosa e clericale, con conseguente assuefazione alla condizione sociale da esso derivante, il quale nei secoli ha così profondamente plasmato il carattere italiano (inesorabilmente, visto che il Vaticano è in Italia e l’Italia è il primo bersaglio delle sue mire temporali) da mutarlo nel modo tutt’oggi in vigore, radicalmente diverso rispetto a quello di tutti gli altri paesi europei ovvero radicalmente e drammaticamente arretrato.
Indro Montanelli, Francesco De Sanctis e Carlo Cattaneo lo confermano, pur in tempi diversi – dunque avvalorando la tesi stessa e consolidandola nella storia. Montanelli sostiene quanto hanno poi sostenuto molti studiosi, ovvero che una delle cause di tutto fu la Controriforma tridentina, il che spiega non solo perché gli italiani siano così bravi a rendersi servi, ma ad esserlo di qualsiasi padrone gli si pari d fronte, dimostrando altrettanta capacità di assoggettamento al potere che altrove ben pochi hanno. Cosa che palesa pure una grave mancanza di personalità sociale, peraltro.
Il De Sanctis comprova i danni che l’assoggettamento ad un potere politico e ancor più ideologico di matrice teocratico-clericale ha causato nel popolo italiano, che ancora oggi continua a osservare intendere il mondo che ha intorno con sugli occhi e sulla mente quei filtri opachi e distorcenti – con in primis il concetto di libertà, personale e di pensiero, ad essere distorto, purtroppo.
Carlo Cattaneo, forse l’unico vero patriota illuminato italiano, dalle idee politiche così avanzate che gli toccò di fuggire in Svizzera, palesa ancor più l’allarme sul rendersi soggetti a poteri che conservano nelle loro basi ideologie arretrate e liberticide, come era per i Piemontesi al tempo delle Cinque Giornate di Milano. Ah, per inciso: dirà quel che dirà (o che gli viene strategicamente detto di dire) ma papa Bergoglio è un gesuita, eh! Altri tempi, certi, ma l’origine è quella.
Insomma: quando per lungo tempo si viene assoggettati a poteri ideologici e politici che pongono le basi della loro forza nei dogmatismi teologici ovvero in qualcosa di indiscutibile (e che con la fede non centrano nulla di nulla, sia chiaro!) è inevitabile che si perda qualsiasi consapevolezza civica e qualsivoglia buon concetto di libertà e autentica democrazia.
Anche per questo, ne sono convinto, l’Italia s’è ridotta così. Inevitabilmente.

Bohumil Hrabal, “Ho servito il Re d’Inghilterra”

copertina_hrabalEcco uno di quei libri – non troppo noti, di cui magari si è letto critiche positive ma poche, rare, e forse più che da queste ci si fa incuriosire dal non saperne nulla di autore e testo – uno di quei libri, dicevo, dei quali si inizia la lettura, si leggono diciamo un trenta/quaranta pagine (più o meno quelle che qui formano il primo capitolo) e dopo lette ci si trova ad affrontare quei dubbi comuni nella pratica della lettura letteraria: oh, caspita, ma che libro è? Ho sbagliato l’acquisto? Sto forse leggendo una sòla? Ma il buon lettore, pur con tali dubbi, continua la lettura (perché, diciamolo, quelli che leggono le prime pagine d’un libro e poi lo piantano lì, quelli che “uff, non mi ha entusiasmato… non mi ha coinvolto…” e banalità del genere, non sono buoni lettori e nemmeno veri, ma autentici scartabellatori da strapazzo! Può forse un libro suscitare una reazione del genere, ma uno su diecimila – o forse anche più, se per scegliere i libri da leggere guardate le classifiche dei più venduti… eh eh eh!): così, lo scrivente ha continuato la lettura di Ho servito il Re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal (E/O Edizioni, 1a ediz.1986, traduzione di Sergio Corduas), scrittore ceco dallo stile personale e dalla tecnica narrativa assai particolare, e mano a mano che le pagine scorrevano ho scoperto un libro notevole, per certi versi straordinario e comunque effettivamente insolito rispetto alla media letteraria contemporanea, ricco di sfumature e di suggestioni, ironico e insieme anche tragico, apparentemente disincantato e quasi surreale ma d’altro canto illuminante e concreto circa un un’intera epoca della storia recente europea…

Leggete la recensione completa di Ho servito il Re d’Inghilterra cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

(Dis)Integrazione

Metropolitana di Milano, Linea 1. Il convoglio è su una tratta di periferia, i viaggiatori sono quasi tutti di origine straniera.
Ad una fermata sale una coppia con il figlio. I genitori palesano in ogni loro cosa il loro non essere italiani: ovviamente nella lingua, che tra di essi usano, e poi negli abiti, nelle movenze, nell’atteggiamento, nel come osservano le cose che li circondano. E’ evidente che siano in Italia da tempo, ma la loro cultura è ancora quella del paese di origine, in tutto e per tutto.
Il figlio avrà 9 o 10 anni, parla perfettamente italiano e pure con lieve inflessione milanese, veste come i suoi coetanei indigeni, osserva e commenta ciò che vede esattamente come poco fa sentivo commentare altri bambini presenti sul convoglio. A differenza dei suoi genitori, lui è in tutto e per tutto italiano.
In quel momento, nel constatare quanto sopra e posto che i bambini di quell’età, inutile rimarcarlo, sono come spugne pronte ad assorbire e assimilare qualsiasi cosa li circondi facendola “nozione” propria, mi sono chiesto: ma la società italiana contemporanea, ad un bambino forse ancora straniero per l’anagrafe ma italiano per ogni altra cosa e dunque probabile futuro membro della società stessa, cosa offre? Che valori gli può mostrare, quali modelli può offrirgli, quali ideali e principi identificativi può consigliargli e insegnargli al fine di fornirgli il bagaglio culturale più adeguato possibile per poter diventare, tra una dozzina d’anni, un buon cittadino italiano?
La risposta me la sono data subito ed è stata – ovviamente, a mio modo di vedere – negativa e amarissima. Questa società italiana contemporanea, oggi, non sa offrire a un bambino del genere pressoché nulla di buono, di virtuoso, di etico, di edificante e di identificante. E ciò è assolutamente terribile. Terribile.
Classi dirigenti, politiche e non, corrotte e sovente criminali, confusione istituzionale, mancanza di un autentico e buon senso di patria, assenza ancor più profonda di senso civico, ipocrisia, falsità, maleducazione, inciviltà, degrado sociale, spregio delle regole del buon vivere comune con conseguente svilimento di esse, dominio del panem et circenses, imposizione mediatica di modelli di vita vuoti, futili e deviati, status symbol come unici generatori di prestigio sociale, disprezzo diffuso della cultura. E potrei andare avanti ancora a lungo. E i valori della nostra società? Soldi facili, potere, donne, calcio, TV. Con le sale da gioco e i compro-oro che spuntano come funghi, e le librerie che chiudono perché 2/3 degli italiani si vantano di non leggere nemmeno un libro, in un anno.
Si blatera tanto di integrazione, di fronte ai flussi migratori in genere provenienti da paesi socialmente meno sviluppati del nostro, ma in cosa bisogna integrare i nuovi residenti? O meglio: c’è una comunità sociale, qui, esiste veramente una società propriamente detta, identificata e auto identificante, dotata di propri principi strutturali, di propri valori e dunque di un senso civico comune che la renda effettivamente un’entità collettiva? Io temo di no. Esiste un’accozzaglia pseudo-sociale che mai è diventata “nazione” anche per colpa di una classe dirigente da decenni inadeguata (ma che nel tempo è divenuta perfetto riflesso della società votante: per la serie “ogni popolo ha i governanti che si merita”!), pressoché priva di senso civico, di consapevolezza e coscienza sociale, il cui unico collante è – alla fine – un certo benessere diffuso il quale tuttavia, lo vediamo bene in questi ultimi anni, sta per essere spazzato via da un solo lustro di crisi economica. E tale mancanza cronica di valori nella società italiana – perché, sia chiaro, anche quelli che qualcuno pomposamente definisce tali sono in verità belle e buone ipocrisie dietro le quali celare comportamenti spesso indegni: “predicar bene e razzolar male”, insomma, per nuovamente motteggiare – non permetterà mai una vera integrazione ai nuovi cittadini italiani. Anzi, genererà un problema ulteriore e assai grave: uno stato di anomia sociale, per il quale le seconde generazioni (come quel bambino sulla metro) si ritroveranno a non essere ne parte della cultura originaria, quella dei genitori, e ne parte di quella nella quale sono nati o sono giunti. Una condizione che inevitabilmente determina discordia e disordine sociale e lascia campo aperto allo scontro, dal momento che alcun senso civico e nessuna consapevolezza sociale, appunto, potranno contrastare. E una società così debole, e così priva di basi solide perché chi ne è parte è il primo a non far nulla per mantenerle tali, verrà spazzata via in men che non si dica. Ma, evidentemente, ai governanti di questo paese non importa assolutamente nulla, da sempre avulsi dalla realtà quotidiana e costantemente, totalmente impegnati nel difendere i propri privilegi…
E’ una colpa gravissima del nostro paese, questa, lo ribadisco, che se non verrà risolta al più presto (ma non vedo alcuna volontà di risolverla, appunto) non farà che accrescere il degrado della società stessa, dato che, quando priva di solidi principi e di autentico senso civico diffuso, essa attirerà pure ben più criminalità di altre simili istituzioni sociali nazionali. Ed è una questione in primis culturale, senza dubbio: perché ne va del futuro della nostra cultura, del senso di essa, del valore sociale e dell’importanza per la civiltà di cui siamo esempio. Oppure, a breve, l’Italia non sarà veramente altro che un‘espressione geografica, per dirla col Metternich, dalla quale le persone per bene sapranno inequivocabilmente di dover stare alla larga il più possibile.

La natura, il subconscio, il sogno, il cosmo, l’infinito… Il Museo d’Arte di Lugano indaga miti e misteri dell’arte moderna

Anche per quest’autunno il Museo d’Arte di Lugano – istituzione certamente “piccola” rispetto ad altri colossi istituzionali, anche italiani, eppure capace di allestire eventi di respiro e importanza culturale assolutamente internazionali – offre un’esposizione a tema veramente intrigante fin dal titolo: Miti e misteri – Il simbolismo e gli artisti svizzeri, curata da logo_museo-arte_luganoValentina Anker e aperta da pochi giorni (dallo scorso 15 Settembre, per la precisione) fino al 12 Gennaio 2014 nelle due solite sedi luganesi del Museo.
L’esposizione – leggo dalla presentazione nel sito del Museo – offre uno straordinario viaggio nell’immaginario simbolista a cavallo tra Otto e Novecento attraverso le opere dei principali protagonisti elvetici in dialogo con quelle dei loro colleghi europei.
Saranno presenti tra gli altri Arnold Böcklin, Augusto e Giovanni Giacometti, Johann Heinrich Füssli, Ferdinand Hodler, Giovanni Segantini, Carlos Schwabe, Albert Trachsel, Félix Vallotton, Albert Welti ma anche Edoardo Berta, Adolfo Feragutti Visconti, Filippo Franzoni, Luigi Rossi così come Jean-Joseph Carriès, William Degouve de Nuncques, Fernand Khnopff, Gustave Moreau, Gaetano Previati, Odilon Redon, Auguste Rodin, Franz von Stuck, Hans Thoma, Jan Toorop. Bel parterre, non c’è che dire…
Continuo la lettura:
L’esposizione indagherà tematiche quali il sogno, il subconscio, l’ibrido, la violenza e la morte, la natura sublime e inquietante, la figura femminile angelica e al tempo stesso demoniaca, il cosmo e l’infinito ecc., offrendo al visitatore la possibilità di scoprire i diversi linguaggio con cui gli artisti, durante un periodo ricco di cambiamenti, hanno dato forma alle loro speranze e aspettative, ma soprattutto ai loro fantasmi e alle loro inquietudini.
Speranze e aspettative ovvero fantasmi e inquietudini che, mi viene da dire, in quell’epoca nacquero per poi essere assolutamente presenti anche oggi nell’immaginario collettivo contemporaneo, e non solo, nonché come elementi di fondo del mondo che viviamo: in certi casi in modo più evanescente di un tempo, ma in altri casi pure più importante, più pressante, più grave. La lettura che ne diedero allora gli artisti presenti in mostra, certamente diversa da quella data dagli artisti di oggi – per i quali alcune di quelle tematiche sono ancora oggetto di indagine e di rappresentazione artistica – può certamente essere preziosa per riscoprire il senso e il valore di esse, e per ricavarne una riflessione senza dubbio utile a comprenderle e contestualizzarle nel presente. Proprio questa peculiarità che, mi pare, la mostra possiede, me la rende parecchio intrigante… Credo proprio che andrò a visitarla; se siete in zona, potrebbe di sicuro interessare anche voi – anche solo per i bei nomi in mostra, appunto.
Cliccate sul logo del Museo d’Arte per visitarne il sito web e conoscere ogni altra informazione sulla mostra.

(Nell’immagine in testa all’articolo: Ferdinand Hodler, Die Nacht, 1889-1890, olio su tela cm.116×299, Berna, Kunstmuseum)

Roberto Trussardi, “La Taverna del Diavolo”

cop_taverna_diavoloE’ un debutto di spessore sotto molti punti di vista, questo di Roberto Trussardi, avvocato bergamasco che “rilega” in un bel volume edito da Stampa Alternativa la vicenda di Simone Pianetti, anarchico di origini brembane che in un solo giorno, il 14 Luglio 1914, uccise sette compaesani colpevoli di averlo additato come un demonio proprio per quelle idee sovversive e/o alternative alla rigidissima ordinarietà quotidiana delle valli bergamasche, così rovinandogli totalmente la vita e spingendolo, appunto, alla più efferata delle rivalse.
La storia è reale, accaduta, sovente dura e violenta, cruda, seppur attenuata in molte sue parti in fumosi ricordi popolari già vicini ad un embrione di leggenda, dunque la “romanzatura” compiuta su di essa da Trussardi non può certo risultare forzata; di contro, la stessa storia pare veramente un copione cinematografico, per la sua complessità e la ricchezza di eventi: Pianetti, volenteroso di sfuggire alla povertà e alla monotonia, soprattutto intellettuale, della sua pur amata Valle Brembana, emigra in America, dove casualmente entra in contatto con gli ambienti anarchici italo-americani e in particolare con un personaggio che segnerà la sua vita e quella dell’intera Europa: Gaetano Bresci, assassino del re Umberto I nel Luglio 1900…

Leggete la recensione completa de La Taverna del Diavolo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!