Una delle questione che più mi sta a cuore del panorama editoriale e letterario contemporaneo – e sulla quale dunque disserto ad ogni buona occasione, per come la ritenga tanto sintomatica quanto ineluttabile – è la costante falcidia delle librerie indipendenti (o di quartiere, come molti le definiscono per rimarcare la loro natura “popolare”), quegli autentici e importantissimi presidi culturali sovente a gestione familiare nei quali la vendita di libri è direttamente legata alla passione per essi dei proprietari piuttosto che a fredde logiche di mercato e di finanza, come quelle alla base dei grandi gruppi di distribuzione – legati a doppio filo ai più importanti editori – che stanno sempre più fagocitando il mercato stesso causando l’estinzione, appunto, delle piccole librerie. Ovunque il loro numero è in continua diminuzione sia nelle grandi città che nei piccoli centri (ad esempio a Bergamo e provincia, territorio di cui mi sono occupato di recente in tal senso, si è passati in circa vent’anni da 500 librerie a poco più d’un centinaio), con un trend di chiusure in drammatico aumento col passare del tempo anche perché la vendita online di libri, pure qui sempre più monopolizzata da pochi attori – uno su tutti: il colosso Amazon – si è intanto presa una fetta sempre maggiore di mercato così togliendo ancora più ossigeno ai piccoli librai, minuscole formichine che nemmeno riescono a fare il solletico ai giganteschi “elefanti” multinazionali della distribuzione editoriale. Una realtà parecchio triste, inutile dirlo, anche al di là delle essenziali considerazioni sull’importanza culturale, dunque anche sociale, delle librerie indipendenti e del loro lavoro di promozione dei libri e della lettura. Ma è una realtà che determina un destino inesorabilmente funesto, come verrebbe da ritenere, oppure i tanti piccoli librai-Davide possono ancora fare qualcosa, o quanto meno tentare di fare qualcosa, contro il vorace Golia?
Negli ultimi tempi due iniziative di diverso stampo ma con simili progetti e scopi possono fornire qualche interessante dritta nel merito. La prima che vi voglio presentare ha ormai già compiuto un anno
di vita: è italiana, più precisamente sarda, e si chiama Liberos, che in sardo logudorese significa sia “libri” che “liberi”. Liberos è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari, che – come si legge nella presentazione del progetto – “nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro. Si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.” Un progetto che in questo primo anno di vita ha già ottenuto ottimi riscontri e che trovo molto interessante anche per via della sua valenza locale: è certamente adattabile, con le ovvie e opportune varianti del caso, a qualsiasi altra realtà simile, geograficamente contestualizzata o meno.
La seconda iniziativa che vi presento è invece un progetto francese, più immediato nella forma ma pure più “aggressivo” nella sostanza, verso la mera realtà “commerciale” del mercato editoriale. Di esso ne ha parlato qualche settimana fa su La Stampa il corrispondente da Parigi Alberto Mattioli: “Strangolate da Amazon, devastate dalla grande distribuzione, minacciate dall’ebook. Le librerie indipendenti hanno perso molte battaglie, ma sperano ancora di vincere la guerra. O almeno di limitare i danni. Così 64 boutique del libro di Parigi si coalizzano per contrattaccare sul terreno del nemico: Internet. È in rete www.parislibrairies.fr perché, come racconta al Parisien Laura de Heredia, «sono quattro anni che noi librai sentiamo i clienti dire: non avete questo libro? Lo ordinerò su Amazon». (…) “Fra i 64 ci sono indirizzi storici, come «Delamain», di fronte alla Comédie-française, «Eyrolles» a Saint-Germain o la «Gallimard» in boulevard Raspail, posti dove talvolta si è fatta la storia o, più modestamente, ci si è fatti una cultura. L’idea è semplice: digiti il titolo e il sito ti dice dove è disponibile. Localizzi la libreria più vicina a te e l’acquisto è fatto. Oppure puoi ordinare il tuo volume on line. In entrambi i casi, però, devi andare a prendertelo «live»: la consegna per posta è lasciata alla «nemica» Amazon. «Vogliamo preservare – dice de Heredia – il nostro savoir-faire e il contatto umano».”
Faccio notare che tale progetto parigino di “web-alleanza” commerciale tra librai indipendenti viene da una realtà, quella francese appunto, di gran lunga migliore di quella italiana sotto ogni punto di vista: in Francia le librerie sono parecchio tutelate da apposite iniziative di legge – ad esempio fin dal 1981 è in vigore una legge (legge Lang) che regola il prezzo del libro e la scontistica relativa – e possono inoltre godere in molti casi di sovvenzioni governative, peraltro non solo nelle circostanze di accertata difficoltà. Di contro, nonostante tale situazione favorevole, anche i “cugini” transalpini librai soffrono e non poco la mutazione del mercato a favore della grande distribuzione e della vendita online, tant’è che nella sola Parigi – una metropoli con un bacino d’utenza letteraria ovviamente imparagonabile a qualsiasi piccola realtà locale nostrana – nel corso del 2012 hanno aperto 4 nuove librerie ma ne sono state chiuse ben 12: un saldo annuale negativo che non abbisogna certamente di commenti. Proprio da queste preoccupanti constatazioni matematiche nasce il progetto www.parislibrairies.fr il quale, nella sua efficace semplicità, sarebbe a sua volta facilmente riproducibile altrove, avendo i librai da esso e dalla sua idea di base ben poco da perderci e semmai soltanto da guadagnarci.
Posto ciò, dunque, e tornando alla difficile situazione italiana, è persino inutile affermare che una delle iniziative migliori che i librai superstiti nostrani potrebbero da subito realizzare è quella di mettersi in rete – cittadina, provinciale o che altro: il vecchio motto “l’unione fa la forza” è quanto mai valido in tale situazione, nella quale pensare di poter resistere con la realtà di mercato attuale e in vista delle sue presumibili trasformazioni future, inevitabilmente sempre più indirizzate alla generale digitalizzazione (oligarchica, pure) del comparto editoriale, è semplicemente folle. L’alleanza sarda di Liberos e il progetto di rete dei librai parigini sono, lo ribadisco, due idee preziose (nonché facilmente realizzabili) e due stimoli importanti per cercare di agire in tal senso, magari con un progetto di genesi e formazione locale ovvero adattato, com’è ovvio che sia, al mercato, al pubblico, ai gusti e alle preferenze del posto. Voglio inoltre nuovamente rimarcare una delle peculiarità sostanziali possedute dai librai indipendenti e di quartiere, che mai alcun colosso dell’editoria potrà offrire ai suoi clienti – citato peraltro anche nell’articolo sul progetto parigino: il contatto diretto con il pubblico, la presenza “umana” del libraio come referente, consigliere e contatto immediato per qualsiasi esigenza del lettore, oggi ancora più importante con l’arrivo sempre più frequente sugli scaffali delle librerie di libri di infimo valore letterario, imposti a suon di pubblicità mediatica e scalpori pseudo-scandalistici piuttosto che per la loro eventuale qualità (sovente inesistente, appunto). Iniziative come quella sarda e quella parigina hanno anche il pregio di preservare l’indipendenza dei soggetti che vi partecipano – cosa a volte molto sentita dai librai “storici” – nel frattempo unendo le varie singoli voci in un unico coro che, questa è la speranza, sappia farsi sentire, se non in modo preponderante, almeno in modo certamente distinguibile dai lettori, così che in nessun caso possano dimenticare che probabilmente quel tal libro che si vuole acquistare e che viene quasi automatico ricercare sul web magari lo si trova pure nella libreria sotto casa, davanti la quale si passa forse quotidianamente nell’andare a scuola o in ufficio.
E allora forse sì, i minuscoli librai-Davide – di qualsiasi zona essi siano – potranno non solo sopravvivere all’aggressione del colossale Golia, ma potranno pure tornare a essere una presenza culturale importante e una risorsa sociale preziosa in ogni nostra piccola e grande città.
Tag: ebook
L’angolo più bello del “giardino d’Europa”. Lucerna, prossimamente in libreria (e non solo!)
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L’emblematico fallimento di Dalai Editore, ovvero: il palazzo dell’editoria nostrana è sempre più pericolante…
Non solo intonaco e calcinacci: ora nel palazzo dell’editoria nostrana crollano pure i primi pilastri… Se una crisi economica a dir poco drammatica attanaglia la nostra società, è inutile rimarcare nuovamente che nell’editoria tale crisi è, se possibile, anche peggiore, sia dal punto di vista pratico e sia nel principio, per come qui si palesi tristemente bene l’assoggettamento della cultura diffusa al sistema finanziario che sta facendo vacillare il mondo – o almeno la nostra parte di esso.
Ma se fino ad oggi la crisi del mercato editoriale – ovvero, in soldoni, delle vendite di libri – ha colpito inevitabilmente e inesorabilmente le piccole case editrici – i suddetti “calcinacci” – logicamente troppo deboli per reggere il pur minimo dissesto economico, ora cominciano a crollare i primi pilastri portanti: nello specifico un nome glorioso dell’editoria italiana, Dalai – ex Baldini&Castoldi – che lo scorso giugno ha presentato “domanda prenotativa di concordato preventivo”, affittando a terzi l’azienda “a termini e condizioni che assicurino la continuità delle pubblicazioni, della distribuzione e dell’uso dello storico marchio”. Tuttavia pare che la domanda di concordato non sia stata accettata, per via delle disastrate condizioni economiche in cui versa l’azienda; per la casa editrice milanese si prospetta dunque il fallimento, con riapertura sotto il nome di “Baldini&Castoldi srl” e previa svendita dei diritti sui principali autori del catalogo al fine di fare il più possibile “cassa” – e in effetti Giorgio Faletti e Aldo Busi, per fare due nomi “importanti” del suddetto catalogo, sono già passati con Rizzoli.

Insomma, non siamo al collasso delle fondamenta (ovvero i quattro grandi gruppi editoriali che da soli controllano il 70% del mercato: nell’ordine Mondadori, Rizzoli, Mauri Spagnol e Feltrinelli), ma di certo Dalai era un bel pilastro dell’edificio editoriale italiano. Tuttavia il suo crollo non fa che palesare assai bene la debolezza dell’intero palazzo, e quanto pure le suddette fondamenta, che forse il grande pubblico crede solide e potenti, siano in realtà sempre più fragili: Rcs, per fare un esempio, ha messo nel bilancio 2012 debiti per mezzo miliardo di euro, cifra che nella situazione di mercato attuale potrebbe rappresentare una gran mazzata sulle tibie pure per il gigante più possente. Ma anche gli altri grandi, sappiatelo, non sono messi affatto bene, nonostante i propri mirabolanti best-sellers da (a sentir loro) milioni di copie vendute…
Ora, al di là del fatto specifico – nonché della solita analisi sullo stato deprimente della lettura in Italia – e analizzando invece la sua emblematicità, alcune considerazioni sorgono spontanee riguardo i possibili scenari del mercato editoriale futuro prossimo. In primis, il pericolo di accrescimento della già effettiva condizione oligopolistica del mercato, con i pesci grossi che via via mangiano quelli più piccoli (o meno grossi) e con le conseguenze facilmente immaginabili (cartello, controllo dei prezzi, imposizioni editoriali e commerciali…); inutile dire che – la storia economica insegna – il passo tra oligopolio e monopolio è sempre molto breve. Poi, l’evidente incapacità del sistema editoriale italiano di sfruttare al meglio (ovvero anche a proprio vantaggio) l’evoluzione tecnologica dell’ebook, troppo spesso soffocata da vendite di titoli digitali a prezzi assurdi, di solo pochi euro inferiori alle copie cartacee. Inoltre, se il caso Dalai fosse realmente e malauguratamente il primo di una più o meno lunga serie, non è nemmeno remoto il rischio di soffocamento dell’intero mercato, dacché non è detto che i giganti dell’editoria (quasi sempre rami d’azienda di gruppi industriali e finanziari “superiori”), eventualmente diventati ancora più grandi con l’assorbimento degli editori in crisi, restino immuni da ulteriori sconvolgimenti economici futuri o da altre “operazioni” finanziarie che ne minino alla base la naturale mission…
Ma, per finire, penso ad un altro scenario, tanto inopinato quanto, forse, non così fantascientifico, ovvero che dalla crisi dei grandi ne traggano un proficuo vantaggio i piccoli e medi editori indipendenti, quelli che dai grandi vengono fondamentalmente ignorati, considerati come innocui moscerini da spiaccicare solo quando osano infastidirli, quelli che non devono mantenere enormi strutture aziendali, che non hanno obblighi di dividendi da riconoscere ad affamati azionisti, quelli che, certamente, tirano a campare, spesso con difficoltà estrema, ma lo sanno fare anche meglio di altri grazie al semplice pragmatismo quotidiano della tipica artigianalità italiana – quelli che, soprattutto e alla faccia dei grandi e “nobili” editori e dei loro best-sellers da infinite copie che tuttavia – ma guarda, chissà come mai! – la buona editoria la stanno uccidendo, producono e diffondono ancora letteratura, quella autentica, pubblicando veri libri e non beni di consumo da ipermercato. Fanno ancora cultura, in poche parole, non mero merchandising consumistico.
Lo so bene, con questa devastante situazione di crisi e di sbando culturale tante piccole realtà editoriali ci hanno lasciato e ci lasceranno la pelle, tuttavia, ribadisco, non è detto che, proprio perché piccole e indipendenti, ovvero non legate ai distorti sistemi industriali e finanziari su cui si appoggiano i grandi editori, alla fine ne escano meglio. Sì, insomma, se un pilastro crolla è ben difficile sostituirlo, anzi, è facile che tutto il palazzo finisca per collassare; l’intonaco, invece, lo si può anche rinnovare e rabboccare, quando prende a sfaldarsi! D’altronde, se dobbiamo considerare la qualità letteraria generale di buona parte delle proposte dei grandi editori rispetto ai cataloghi di molti piccoli, beh, innegabilmente questi il confronto l’hanno vinto già da un bel pezzo.
Parole dette vs. parole scritte. Quando, per salvare l’editoria italiana, servono fatti, non (appunto) tanti blablabla…
Leggo qualche giorno fa sul Punto Informatico un articolo (QUI l’originale, firmato da Mauro Vecchio) il cui titolo
non può che inevitabilmente attrarre la mia attenzione, Motori di ricerca per salvare l’editoria.Salvare l’editoria, già. Ovvero la lettura, i libri, la cultura per eccellenza, insomma – penso subito. Nell’articolo sono riportate alcune dichiarazioni del sottosegretario all’Editoria Giovanni Legnini (lo vedete ritratto nell’immagine qui sotto) che, appunto, leggo con interesse:
“Una rigorosa ristrutturazione della filiera editoriale, per fare in modo che i motori di ricerca su Internet vengano sollecitati a fornire un contributo al progetto di innovazione dell’intero sistema.”
E più avanti:
“Sfido chiunque a trovare un capitolo di spesa pubblica che si è ridotto in maniera così drastica (…) La proliferazione incontrollata di contenuti editoriali sul web porrebbe la sfida più delicata al futuro dell’industria tricolore (…) Gli stessi motori di ricerca andranno sollecitati a fornire un contributo al progetto di innovazione del sistema editoriale.”
Inoltre Legnini “vorrebbe “spiegare a tempo debito” come questi stessi motori di ricerca su Internet debbano partecipare attivamente con un contributo” (al sostentamento del comparto editoriale, n.d.s.).
Dopo aver letto tali dichiarazioni, la mia reazione primaria è stata: EH?!?
Voglio dire: lodevole l’iniziativa del sottosegretario Legnini, soprattutto quando (ri)pone l’evidenza sui drastici tagli di spesa subiti dal comparto editoriale italiano – il cui fondo, ricorda l’articolo, è calato da 700 a 95 milioni di euro dal 2005 alla fine del 2012, con quest’ultimo importo a rappresentare lo 0,01125 per cento del bilancio dello Stato – ma, appunto rimuginando su quanto letto, mi è rapidamente sorta l’impressione di essere di fronte alle solite belle parole, alle consuete ottime intenzioni e proposizioni di cambiamento, di rinnovamento, di ripartenza o che altro di simile, dietro le quali tuttavia non c’è assolutamente nulla di concreto. Nulla, solo fumo, niente arrosto. Pare suppergiù sulla mia lunghezza d’onda Massimo Mantellini il quale, nel proprio blog – anch’esso citato dall’articolo del Punto Informatico – ricorda che “La questione del comparto dei motori di ricerca (un simpatico eufemismo burocratico per dire Google) è infinitamente più complessa, ma a differenza di quanto afferma Legnini sarebbe buona cosa se il governo scegliesse di affrontarla per una volta fuori dalla accezione solita e lobbistica per cui ci sono i pirati da una parte e un comparto in crisi dall’altro.” Assolutamente d’accordo.
Insomma, pare che, almeno per il momento, un vero interesse, una premura funzionale al bene – vorrei dire un autentico amore – per l’editoria in quanto comparto generatore di cultura, valore del quale, inutile
dirlo, c’è un disperato bisogno, in Italia, non ci sia ma, in perfetto stile istituzionale italiota, ci siano solo belle (?) parole, ovvero quanto di più inutile per l’industria editoriale italiana.
O forse c’è qualcos’altro… L’articolo del Punto Informatico così chiosa: “Dal sito giovannilegnini.it, una successiva precisazione dello stesso sottosegretario all’Editoria, che ha subito aperto agli esperti del settore per la raccolta di proposte e soluzioni. “Ci tengo a precisare che sono culturalmente lontanissimo da qualunque idea finalizzata al controllo dell’informazione – scrive Legnini – in qualsiasi forma si manifesti, soprattutto quella online”. Riflessioni e proposte potranno essere inviate all’indirizzo di posta elettronica info@giovannilegnini.it.”
Ah, bene. Forse, c’è soltanto il fatto che non si sa che pesci pigliare. Un’altra “usanza” assai tipica di questo derelitto paese.
Beh, cara editoria italiana, non credo tu abbia un gran futuro, se così andranno le cose. Anzi: ne gran e ne piccolo, e ne futuro, temo. Certo, la speranza è l’ultima a morire, lo so bene – a meno che non le si faccia attraversare bendata un poligono di tiro, come pare qui accada di continuo…
Il dolce piacere della scelta di un libro da leggere
“Tutti potremmo però concordare che il mezzo di diffusione culturale per eccellenza è stato ed è tutt’ora, nonostante internet e e-book vari, il libro. Niente più dell’opera scritta, credo, possa rappresentare la cultura. Il “lettore di professione” non può stare troppo tempo senza un libro nelle immediate vicinanze dei suoi occhi e quando si sta avviando a concluderne uno spesso sta già pregustando il successivo. Lo spazio temporale interposto tra la lettura di due libri non può che essere minimo, quanto basta per il respiro necessario prima di una lunga immersione.
La libreria è il posto dove si acquistano i libri, ma parlarne solo in questi termini è riduttivo. Chi va a comprare le sue letture sa bene che l’arrivo alla cassa è solo la fase finale e materiale di un processo che si avvia ben prima e che di materiale ha ben poco. Scegliere un libro per il proprio piacere può essere un lungo ed inestimabile processo mentale che può avere avuto luogo già prima di entrare in libreria oppure può avvalersi del classico ed incomparabile girovagare tra gli scaffali in cerca di non si sa bene cosa e, anche quando lo si scopre, non sempre diventa un buon motivo per rinunciare all’esplorazione. Il prendere in mano un volume e toccarne la sua consistenza dà quasi l’idea di possedere la cultura, idea innocentemente falsa, ma potentemente simbolica.“
Mario De Maglie, su Il Fatto Quotidiano del 20/10/2012.
Inoltre – mi permetto di aggiungere a quanto scritto da De Maglie (con cui concordo al mille-per-cento: serve rimarcarlo?!?) – gli occhi, lo sguardo, le mani e i pensieri che scorrono sugli scaffali della libreria e sulle spalle dei libri ricercando un impulso anche minimo che faccia scattare l’interesse e, poi, la volontà di far proprio uno o più di quei volumi, è come un’esplorazione a volo d’uccello su un mondo intero e anche più, ovvero in tutto quello di reale e di fantastico che vi può stare tra un libro e l’altro e tra le pagine di ciascuno di essi… Non so, ma quando mi ritrovo a deliziarmi di tali momenti, mi sento veramente come fossi un esploratore che, per un inopinato e meraviglioso prodigio, avesse mondi interi davanti a sé, li potesse vedere tutti quanti insieme e scoprire in pochi e intensi attimi, per decidere poi da quale partire con l’esplorazione, appunto.
Anche per questo le librerie sono luoghi unici – mi ricollego all’articolo pubblicato lo scorso martedì 5 Marzo sulla desolante estinzione delle librerie indipendenti, e in effetti la stessa citazione di De Maglie la traggo da un articolo nel quale ha raccontato della chiusura di una storica libreria di Firenze, la Edison… E luoghi unici lo sono ancora di più, lo ribadisco, quelle librerie in cui il libro è ancora custodito per ciò che è, un piccolo/grande tesoro, e non come un mero “bene” di consumo, un oggetto di valenza pari a quella di qualsiasi altra che si possa trovare in un ipermercato, e venduto con pari mentalità. Un tesoro il cui valore non si smarrirà mai, soprattutto se sapremo sempre riconoscerlo e apprezzarlo.

