I più intelligenti

Ormai sono due anni e mezzo che Loki, il mio segretario personale a forma di cane, collabora con lo scrivente e ne condivide il domicilio (ad eccezione del divano del soggiorno il quale, probabilmente in base a un diritto di usucapione inopinatamente assai rapido, è diventato di suo utilizzo esclusivo) e qualche tempo fa, qui sul blog, raccontavo del personale e vividissimo sospetto che gli “animali” come lui capiscano molto di più di quanto noi umani crediamo, pensiamo ovvero supponiamo che essi capiscano – in generale e proprio sugli umani in particolar modo. Ecco, passa il tempo e quel sospetto non solo si tramuta sempre più in una persuasione che viaggia rapida verso lo status di “certezza”, ma pure che tale evidenza sia ben più ampia di quanto ci venga da ipotizzare.

Mi spiego meglio: a stare con Loki, mi rendo sempre più conto che pensare agli “animali” come lui (domestici o meno, non è questa una distinzione valida, qui) come a “creature intelligenti” ma rapportando la loro intelligenza alla nostra, nel modo in cui viene spontaneo fare ma forse anche troppo, è sbagliato, anzi, per meglio dire, è fuorviante. L’intelligenza degli animali è diversa dalla nostra e, in questo senso, potrebbe anche essere maggiore di quella umana (e a volte è assimilabile, ovviamente), solo che forse lavora su meccanismi intellettivi differenti ed è correlata a capacità fisiche altrettanto differenti. Noi umani abbiamo sviluppato nei millenni gli arti prensili e questi, con l’intelligenza a nostra disposizione, ci hanno portato ad esempio a costruire razzi capaci di viaggiare nello spazio, tuttavia siamo noi stessi a stabilire che ciò sia qualcosa che dimostra quanto siamo intelligenti (che invece ci arroghi il diritto di autoproclamarci “razza dominante” sul pianeta è cosa molto meno giustificabile di quanto crediamo, per come la penso io). Ok, è ammissibile e comprensibile ma lo è in base al nostro punto di vista; generalmente non ci viene di considerare che un’intelligenza non umana possa essersi sviluppata in modi diversi, appunto, che poi si manifestano in opere materialmente differenti o magari del tutto immateriali. E se invece fosse veramente così? Se altre creature viventi fossero diversamente (più) intelligenti di noi? Come potremmo capirlo? O, meglio: saremmo in grado di capirlo?

Tutto ciò per dire che a stare con Loki, dicevo, col tempo mi rendo conto di come la sua intelligenza sia qualcosa a sé, cioè qualcosa le cui manifestazioni io possa a volte considerare “intelligenti” e altre volte lo stesso ma in modo meno percepibile e comprensibile se non proprio imperscrutabile, dunque che il “valore” – per così dire – della sua intelligenza sia anche maggiore di quanto io possa credere e sperare e immaginare. Così come mi rendo conto che Loki possiede delle doti che noi umani forse un tempo avevamo ma ora abbiamo sicuramente smarrito – il senso dell’orientamento, ad esempio – oppure una memoria che a volte ha dell’incredibile, senza contare la sensibilità che gli animali hanno nel percepire gli stati d’animo umani, che a volte – altra cosa constatata con Loki – diventa qualcosa che mi viene da definire “preveggenza”, ben sapendo che potrebbe soltanto essere il frutto di una casualità la quale tuttavia, quando i casi diventano numerosi, si fa statisticamente sempre meno probabile. Infine, last but not least, altrettanto percepibile in tutta la sua diversità rispetto agli uomini diventa l’essenza della presenza vicino a sé di un animale come Loki, la differente relazione che si viene a instaurare con esso e che, pure qui, tendiamo a paragonare a quella tra umani commettendo di nuovo un errore – sarebbe forse più assimilabile a quella che si potrebbe ipotizzare tra umani e alieni, se posso fantasticare.

Di sicuro, più passa il tempo e più mi convinco che Loki – ma, nuovamente, cito lui per riferirmi a tutti gli animali con cui possiamo intrattenere rapporti più o meno domestici – sia una creatura ben più intelligente di quanto possa credere e ciò anche, ribadisco, dal momento che non penso di essere in grado di cogliere e comprendere tutta la sua intelligenza e le relative manifestazioni. Ugualmente, sono convinto che, a raccontarvi ciò, ho scoperto l’acqua calda e riferito cose risapute da tanto e da tanti. Tuttavia, la cosa singolare di queste esperienze così apparentemente note e banali è che bisogna necessariamente viverle per poterle realmente comprendere ovvero, come ho detto, per capire che è praticamente impossibile comprenderle del tutto, anzi, che la constatazione di quanto siano in buona parte inconcepibili e sfuggenti è ciò che le rende tanto importanti e necessarie.

Ad eccezione del divano del soggiorno di casa, ribadisco: in tal caso, ciò che pensa Loki al riguardo l’ho appurato e capito pienamente già da un po’.

La ragione, e la ragione (una leggenda)

[Foto di M.s Anas da Pixabay.]
Il Signore diede ordine di far entrare i due uomini e ne seguì l’avvicinarsi con fare visibilmente contrariato, quasi truce.
«Insomma, che diavolo state combinando, voi due?» sbottò. «L’intero principato è in subbuglio, per le vostre diatribe!»
Il cavaliere si impettì, esibendo l’armatura scalfita da evidenti colpi e ammaccature: «Nessuna diatriba, mio Principe, la verità ha già la sua voce!»
«Una voce folle!» gli ribatté l’astronomo di corte, «la verità è nella scienza, e la scienza non ammette l’esistenza di draghi sputafuoco!»
«E queste, dunque?! Bugie anche queste?» ringhiò il cavaliere, battendosi il pugno sul ferro della propria corazza ammaccata.
«Che fiducia può ricevere colui che insegue immaginari draghi sguainando spade qui e là?» di nuovo confutò sferzante lo scienziato.
«Basta ora!» intimò seccamente il principe. «Se uno di voi due possiede la verità come dice, saprà pur darmene una prova! E dunque così sia, se non volete che sbatta entrambi nei sotterranei!»
Così, nei giorni a venire, il cavaliere lanciò più volte i suoi vigorosi assalti nel profondo e scuro vallone chiuso tra altissime rupi entro il quale asseriva vivesse lo spaventoso drago, tornando poi al castello per narrare delle sue gesta pugnaci nella forra infernale ove anche lo scienziato si recò varie volte, riportandovi tutt’altra verità: nessun drago, tutto quel gran vapore bollente che stazionava laggiù non veniva dalle fauci d’un mostro ma effondeva dalla terra, dunque doveva essere qualcosa di naturale, ancorché sconosciuto. Già, ma come provarlo razionalmente al Principe? E come, in modo ben più impellente, dal giorno in cui il cavaliere tornò da un ennesima “battaglia” nella forra con parte del corpo ustionata, che fieramente mostrò al proprio signore quale prova finale, e indubitabile?
«Fra i due, chi più mi agevola la persuasione sei tu, cavaliere» sentenziò il Principe, «Dunque, ti darò fiducia: andremo laggiù con i nostri migliori soldati, e verrò anch’io. Se troveremo il drago, sarà la sua ultima ora. E tu, scienziato: se tal nobile guerriero mi dimostrerà ragione una volta per tutte, finirai i tuoi giorni nelle segrete del castello!»
Non tornò più nessuno da quella spedizione. Ustionati, asfissiati dai gas velenosi o caduti in chissà quale profondissimo pertugio – ipotizzò lo scienziato, ma il popolo preferì farsi suggestionare dal drago sterminatore e dalla “risposta” all’enigma generata da tale potente suggestione. Tuttavia quel castello, grazie all’ingegno e al susseguente lavoro dello scienziato e dei suoi rari discepoli, divenne il primo della storia confortevolmente riscaldato e con acqua calda corrente per tutti, che poi venne resa disponibile all’intero villaggio ai suoi piedi.
Di lì a breve lo scienziato ne divenne il nuovo signore per acclamazione popolare e anche gli avvistamenti di draghi andarono via via diradandosi, col tempo.

(P.S.: anche questo è un racconto al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Ne trovate altri, insieme a scritti d’altro genere, qui. Forse quella raccolta sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Chissà.)

Di città, montagne, folletti, troll…

Ho letto di recente un libro che racconta di uomini e creature misteriose della Natura – folletti, troll ed entità affini, in pratica, ne leggerete a breve di questo libro, qui nel blog; è un tema che peraltro di recente ho studiato a fondo per un lavoro editoriale in progress.
Così, mi sono messo a riflettere sul fatto che, negli ultimi tempi, le narrazioni sulla presenza di tali entità resistono solo nel folclore popolare dei territori meno antropizzati e più discosti dai centri abitati umani: certo, da sempre la presenza del Piccolo Popolo è soprattutto legata agli ambienti naturali, ai boschi, alle montagne (non a caso la traduzione letterale del termine gaelico Sidhe, che indica queste creature, è “popolo delle colline” ove con colline sono da intendersi le montagne) ma un tempo essa si manifestava anche nei villaggi, nei paesi e pure nelle città, mentre oggi da questi luoghi urbani sembra totalmente scomparsa.

Invece sono certo che non sia così. Credo che nelle città e nei territori più urbanizzati il Piccolo Popolo ci sia ancora, in relazione stretta col Genius Loci urbano, custode della sua essenza originaria. Solo che, sgomento per l’azione sovente troppo violenta e barbarica degli uomini nei confronti del territorio naturale di quei contesti urbanizzati, da tale situazione sia fuggito, si sia rintanato nei recessi più nascosti, si sia reso ancor più elusivo e inconcepibile di quanto già non fosse. Non “invisibile”, sia chiaro, semmai non percettibile dacché abilissimo nell’approfittare dell’ordinaria disattenzione umana, della trascuratezza degli uomini contemporanei nei confronti della Natura, della loro insensibilità al riguardo. Che se invece non fosse tale, permetterebbe anche agli uomini ipertecnologici odierni di concepire e “vedere” il Piccolo Popolo con lo sguardo lungo e profondo che solo l’animo sensibile sa generare, e magari di dialogare con le sue creature, persino di guadagnarne come un tempo qualche antica e superiore sapienza, assolutamente preziosa anche oggi.

In effetti gli uomini delle città, a sentire che tra le montagne ancora resistono certe narrazioni popolari su folletti e draghi d’ogni sorta, compatiscono quei montanari credendoli pittorescamente retrogradi; d’altro canto i montanari lo sanno bene – e io che vivo in montagna ne sono testimone – che sono gli uomini delle città non più capaci di vedere e credere al Piccolo Popolo ad essersi retrogradati e disconnessi dalla Natura e dal suo ineluttabile ambito vitale. Ma non lo dicono, i montanari ai cittadini, che altrimenti darebbero loro dei “matti”: un po’ come fanno i matti, quelli veri, quando nella loro follia hanno a che fare con le persone normali.

Rapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”)

(Un racconto inedito o, meglio, mai pubblicato dacché scritto per una particolare “sfida creativa-letteraria” in forma di concorso organizzata da Senso Inverso Edizioni qualche anno fa: sfida per la quale, data una foto proposta come “ispirazione” – quella che vedete qui sotto -, c’era da inventarci sopra un racconto lungo non più di 25 righe*. Buona lettura!)

25_righe_per_una_foto_2012_blog_imageRapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”) – Esploratore: Krwixz III°

L’esplorazione del pianeta VLSS3, denominato in loco “Terra”, e lo studio delle creature dominanti che lo abitano, hanno raggiunto uno stato più che avanzato. Confermo le personali valutazioni già espresse in passato: il pianeta presenta caratteristiche naturali sovente notevoli, tuttavia aria, acqua e terreno risultano ammorbate da elementi tossico-nocivi in gran quantità. Primaria causa di ciò è l’attività dei suoi abitanti principali, i “terrestri” ovvero le creature dominanti suddette: una razza estremamente primitiva, selvatica, ignorante, e dotata di struttura psico-cerebrale di livello scadente. Essi si autoproclamano intelligenti più di ogni altra razza presente sul pianeta ma risolvono i conflitti interni con modi spesso brutali e distruttivi, che nessuna altra creatura di tipo non umano manifesta. Per metro di paragone, la razza vivente di tipo YTF0987 “Fagus Sylvatica”, in genere denominata dai terrestri “faggio”, contattata telepaticamente dallo scrivente e interpellata su domande di fisica interstellare, ha risposto molto meglio del miglior terrestre similmente interpellato. Risulta inoltre, la razza umana, oltremodo non autosufficiente, tanto da necessitare di ricevere continui ordini e direttive da un arcaico strumento elettronico che diffonde suoni e immagini, di fronte al quale i terrestri appaiono regolarmente imbambolati. Pare evidente che il controllo di esso alla fonte determini la detenzione del potere sociale maggiore, qui.
Posto ciò, dunque, il giudizio sulla razza terrestre risulterebbe ad ora sostanzialmente negativo, se non fosse che rimane un quesito dalla risoluzione al momento ancora oscura. Si rileva infatti uno strano culto, se così si può definire, diffuso in buona parte del pianeta ovvero in tutte le residenze di natura fissa nelle quali i terrestri vivono, nonché in talune abbandonate, legato a una sorta di piccolo altare solitamente ceramico con coperchio, scarico a sifone e serbatoio di acqua collegato, e ad un relativo rito forse religioso di tipo biologico/interattivo, più volte ripetuto durante il giorno locale, che consiste nell’offerta di sostanze organiche dal corpo, in certi casi legata ad altri vari gesti rituali come canti, parole o letture. Pare consistere in una specie di rito di purificazione, la cui frequenza ne segnala l’indubbia importanza per la vita del terrestre, ovvero l’unica certezza nell’esistenza di queste rozze creature, altrimenti destinate ad un futuro che pare francamente piuttosto incerto.

(*: il racconto vinse, poi.)