Roberto Calasso, uno dei (rarisssssimi) personaggi rispettabili nell’editoria italiana di oggi.
(Cliccate sull’immagine e capirete – a mio modo di vedere – perché.)
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Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 16a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!
Questa sera, quindici giugno duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #16 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “La materia, o ciò che rimane del suono”, e ospite prestigioso in studio Tiziano Milani, con la sua nuova opera Materia (Storie da ciò che rimane).
Tra i più apprezzati compositori elettroacustici italiani – o sound designer, come egli stesso si definisce – in questa puntata Milani ci presenterà il suo nuovo lavoro, una materia sonora (parlare semplicemente di “musica”, qui, sarebbe estremamente riduttivo: ascoltate per credere!) colta in origine nel
suo stesso ambiente naturale e poi considerata, meditata, esaltata fino a evidenziare l’essenza più profonda, la quale in tal modo risuona di ciò che abbiamo intorno ma spesso non siamo più capaci di sentire, quando invece dovremmo imparare di nuovo non solo a sentire ma (soprattutto) ad ascoltare.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!
“Materia (storie da ciò che rimane)”, la nuova opera sonora di Tiziano Milani
Sta per uscire Materia (storie da ciò che rimane), la nuova opera di uno dei musicisti elettroacustici più affermati in circolazione, Tiziano Milani. Ho la fortuna di conoscere Tiziano da una vita, e di avere collaborato con lui nel progetto The City of Simulation | La Città della Simulazione, uscito sempre con Setola di Maiale (sempre più tra le migliori etichette indipendenti italiane!); inoltre, ho anche potuto ascoltare tempo fa alcuni samples del nuovo lavoro, traendone un breve testo introduttivo che potrete trovare sulla copertina dello stesso e che vi propongo qui di seguito.

Back home, to restart again
Tiziano Milani torna a casa, una casa nella quale ogni locale diviene una sorta di wunderkammer ove ascoltare ciò che in questi lunghi anni di creazione sonora egli ha accumulato, conservato, lasciato maturare. Ma non si resta poi chiusi dentro, Tiziano non chiude la porta alle nostre spalle, anzi: spalanca le finestre, lascia che l’ambiente esterno entri – l’ambiente peculiare che c’è proprio lì fuori, s’intende – lascia che si compenetri con quanto vi è dentro, che diventi un tutt’uno avvolgendo noi che dentro stiamo. La wunderkammer così si capovolge, per così dire, ascoltiamo l’ambiente ma poi è questo che ci “ascolta”, che ci trasmette infiniti nuovi stimoli propri, singolari, unici: la casa non è punto d’arrivo ma nuova ripartenza, e lo è quale espressione del mondo che ha intorno e col quale si armonizza. Così deve essere: il suono, qualsiasi esso sia, è elemento supremamente libero; non lo si cattura mai, se ne diventa invece testimoni e poi ascoltatori, seguendone l’onda verso nuove mete, nuove risonanze, nuove e ulteriori percezioni acustiche. E lasciandoci guidare da Tiziano Milani, che con Materia (storie da ciò che rimane) verso di esse ci porta.
Se ciò non bastasse ad incuriosirvi, e se non bastassero nemmeno gli apprezzamenti critici che Tiziano raccoglie da sempre negli anni in cui si è dipanata la sua ricerca sonora – ne trovate a iosa sul web, ovvero presso i link sparsi in questo articolo – sappiate che Materia… è un lavoro fenomenale. E lo è perché risuona di molto di quello che abbiamo intorno e spesso non siamo più capaci di sentire, quando invece dovremmo imparare di nuovo non solo a sentire ma (soprattutto) ad ascoltare. E il nuovo cd di Tiziano è un perfetto ausilio per ricominciare a farlo.
Cliccate sulle immagini delle copertine di Materia… per visitare il sito web di Setola di Maiale e acquistare il cd, oppure per visitare il blog di Tiziano Milani.
“I miei pensieri serviranno ai posteri per farne uso igienico” (Piero Manzoni dixit)
“Mi potrà servire a qualcosa: a farmi scrivere, forse a farmi sfogare, a poter fermare i miei pensieri su carta e ai miei posteri per farne uso igienico.”
(Piero Manzoni, Diari, 25 Marzo 1954)
In questi giorni sto leggendo una biografia di Piero Manzoni (questa, per intenderci), uno degli artisti italiani più grandi del Novecento, un passo – anzi, molti di più – avanti rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi nonché del panorama artistico-culturale italiano del tempo, e per questo, tanto per cambiare, ignorato se non sbeffeggiato dallo stesso. Tipico atteggiamento italiano: sei un talento, sei un innovatore, sei un genio, possiedi
autentiche doti e capacità fuori dal comune? Non c’è posto per te, e più cerchi di ottenerlo più verrai accusato d’essere un fuori di testa, un poco di buono o altro del genere. No comment, ovviamente, per non costringermi a superare di slancio ogni limite di scurrilità…
A breve pubblicherò qui nel blog la personale recensione del testo biografico che sto leggendo. Ora invece, per cominciare a onorare per bene la figura del grande artista lombardo, recupero e pubblico un vecchio pezzo di Gianluigi Melega, originariamente pubblicato nel 1992 sul Corriere della Sera, che racconta del celebre soggiorno di Manzoni in Danimarca, paese nel quale trovò un’accoglienza e un rispetto ben più grandi e consapevoli che in patria: elementi che resero quel soggiorno un momento irripetibile e significativo di grande creatività artistica e concettuale.
Manzoni e la fabbrica dei concetti
Artisti tra i telai. 30 anni fa nasceva in una cittadina danese un curioso esperimento di mecenatismo. l’ avventura di un camiciaio e di un “enfant prodige” dell’ avanguardia italiana: Piero Manzoni e le sue opere che anticiparono l’ arte concettuale.
La cittadina danese di Herning sta nel mezzo della penisola dello Jutland. E’ un paesaggio piatto, di basse colline ondulate, nero verde giallo e viola, di pini, erba ed erica. Non ci si passa per caso: bisogna proprio volerci andare. Fino a una quarantina di anni fa, nulla distingueva Herning da una qualsiasi piccola citta’ nordeuropea senza qualita’ . Poi, dalla campagna, arrivarono il camiciaio Aage Damgaard e sua moglie Birgit. Il camiciaio Damgaard era un piccolo industriale tessile con un’ idea fissa: che la gente comune come i dipendenti della sua fabbrica dovesse poter godere dell’ arte. E godere dell’ arte durante la giornata, sul posto di lavoro, mentre lavorava. Non solo: ma dovesse poter conoscere gli artisti, coloro il cui lavoro era creare, inventare, tradurre i sogni o le visioni in oggetti concreti. Il camiciaio Damgaard comincio’ a invitare degli artisti a Herning. Faceva con loro un accordo: li alloggiava in una luminosa mansarsa nell’ allora unico alto edificio di Herning; metteva a loro disposizione un atelier o uno spazio nella sua fabbrica di camicie, accanto ai telai, come preferissero; pagava per tutti i materiali che decidessero di usare e concordava con loro uno stipendio mensile per due o tre mesi (di solito cercava di dar loro uno stipendio pari allo stipendio medio dei dipendenti della sua fabbrica). In cambio chiedeva che gli artisti frequentassero la fabbrica, parlassero con i dipendenti del loro lavoro e lasciassero in fabbrica le opere che creavano durante il loro soggiorno. Erano condizioni che soltanto artisti giovani o artisti poveri accettavano. Oppure artisti famosi, a cui Damgaard offriva la possibilita’ di creare opere di grandi dimensioni. Herning comincio’ a figurare nelle cronache come una citta’ dove si faceva dell’ arte, dove l’ opera d’ arte entrava a far parte della vita quotidiana di tutti. Batuffoli e scatolette Nel 1960 e nel 1961 vennero invitati a Herning due artisti italiani ritenuti allora di grande avanguardia, Enrico Castellani e Piero Manzoni. In Italia avevano pochissimo mercato. E le opere con cui Manzoni traduceva in oggetti le sue teorie sull’ arte (batuffoli di cotone, uova sode da mangiare subito, linee, palloncini definiti “fiato d’ artista”, scatolette contenenti “merda d’ artista”, impronte digitali, ricevute con cui si certificava che il possessore era stato da lui “firmato” e che quindi era da considerare esso stesso un’ opera d’ arte, eccetera) venivano ritenute dalla quasi totalita’ del pubblico degli sberleffi, delle prese in giro di cui non cadere vittime. Manzoni sarebbe morto improvvisamente due anni dopo, il 6 febbraio 1963, nel suo studio a Milano. Per molto tempo le sue opere continuarono a essere apprezzate soltanto da pochi. Oggi e’ considerato uno dei piu’ coerenti e geniali anticipatori dell’ arte concettuale: allora, e per anni, nel migliore dei casi venne ritenuto dalla maggioranza un provocatore, nel peggiore, un buffone. Da qualche anno le opere di Manzoni si vendono alle aste internazionali per centinaia di milioni. E una sua grande retrospettiva, apertasi in estate a Herning e passata in autunno a Madrid, arrivata nell’ inverno scorso al Castello di Rivoli (Torino) ancora carica di provocazione e di “avanguardia” come trent’ anni fa (basti pensare che, dalle diverse collezioni mondiali, verranno esibite non meno di 25 delle 90 scatolette numerate di “merda d’ artista”): ma, appunto, trent’ anni fa lo shock non era temperato dalle valutazioni del mercato… Ora, a ulteriore conferma di una consacrazione oramai indiscussa, Vanni Scheiwiller pubblica il catalogo ragionato delle sue opere, a cura di Freddy Battino e Luca Palazzoli. Trent’ anni fa Manzoni arrivo’ a Herning un giorno di giugno. C’ era ad accoglierlo un pittore danese, Paul Gadegaard, che faceva da consulente artistico per il lungimirante camiciaio. Gadegaard poduceva pitture astratte molto colorate e ando’ incontro a Manzoni indossando una tuta da lavoro molto macchiata: “Ma, mio Dio, tu usi i colori!”, lo saluto’ inorridito Manzoni, che da anni produceva soltanto opere bianche, quasi tutte chiamate “Achrome”. Manzoni lavorava molto. Oggi ci sono nella collezione del museo di Herning 37 sue opere e “mezza”: la “mezza” e’ un quadro messo insieme, a meta’ , da Manzoni e dallo svizzero Daniel Spoerri. Parlava poco con chi gli stava intorno per la difficolta’ di intendersi con la lingua: ma regalava sue opere ai dipendenti di Damgaard, che erano soprattutto operaie tessili, donne di Herning o delle campagne vicine. Regalava uova sode con l’ impronta del suo pollice, “Achromes” di cartone, linee. Le linee erano dei rotoli di carta bianca di diverso tipo, di diverse dimensioni e lunghezze, al centro dei quali Manzoni tracciava una striscia nera, per poi riarrotolarli e infilarli in cilindri di cartone che fungevano da custodia. Su ogni cilindro un’ etichetta in inglese e in francese precisava la lunghezza della linea e la data dell’ esecuzione. Il giorno che Manzoni arrivo’ , Damgaard era in viaggio all’ estero. Ma aveva lasciato detto, come sempre, che gli venissero messi a disposizione i materiali che avesse chiesto. Manzoni ando’ nella tipografia del giornale locale e mise in conto a Damgaard l’ acquisto di una bobina di carta da giornale. Poi si sedette per terra, davanti alla rotativa, con una specie di bottiglione di inchiostro, e comincio’ a tracciare una linea al centro della bobina, mentre questa veniva svolta lentamente da un rullo per essere riavvolta su un altro. Il risultato, un pesantissimo cilindro di lastre di piombo con la scritta “Contiene una linea lunga 7200 metri eseguita da Piero Manzoni il 4 luglio 1960”, e’ oggi ritenuto uno dei capolavori dell’ arte moderna. Ma secondo Knud Laursen, un pittore danese tradizionale che allora si guadagnava da vivere come redattore nel giornale di Herning, quando Damgaard, al ritorno, venne a sapere cosa era successo, la sua prima reazione fu: “Ah, va bene gli artisti, ma con questo basta!”. Dovette essere un’ irritazione passeggera. Perche’ l’ anno dopo, il 1961, Manzoni si autoinvito’ a Herning per una seconda stagione danese e, ancora una volta, riusci’ a stupire tutti. La testimonianza piu’ importante di quella sua seconda visita e’ un parallelepipedo di acciaio di 80x100x100 centimetri con la scritta in francese, capovolta: “Socle du Monde . Socle magic n. 3 de Piero Manzoni . 1961 . Hommage a’ Galileo”. Si tratta, come dice appunto l’ iscrizione, dello “zoccolo del mondo”, il sostegno su cui poggia idealmente tutto il globo: appoggiato per terra, capovolto, perche’ appunto e’ la terra a reggersi su esso, e non viceversa. Vegetali e minerali Secondo il critico Jean.Pierre Criqui si tratta di un’ opera fondamentale, “germinativa”, per l’ intera arte moderna. Secondo Germano Celant, il critico ialiano che piu’ ha studiato Manzoni e che ha curato il bel catalogo che accompagna la mostra itinerante, “…con lo ‘ ‘ Zoccolo del mondo’ ‘ il lavoro di Manzoni raggiunge i limiti della superficie terrestre e ogni cosa animale, vegetale e minerale e’ definitivamente trasformata in un’ opera d’ arte”. Aage Damgaard e’ morto qualche anno fa. Sua moglie Birgit vive in una grande fattoria alla periferia di Herning. Hanno chiuso le fabbriche di camicie (erano arrivate a essere sette), ne hanno trasformate alcune in museo, una in una scuola per operai tessili, e hanno donato tutto, comprese le collezioni di oltre 600 opere di arte moderna, alla citta’ . “Allora quasi tutti ci consideravano dei matti . racconta oggi la signora, che usa al visitatore italiano la cortesia di accompagnarlo al museo ., o addirittura degli imbecilli, che si facevano turlupinare da un ciarlatano: oggi incontro delle ex dipendenti che mi ringraziano per averle aiutate a familiarizzare con l’ arte, per essere state partecipi di un esperimento riconosciuto adesso come eccezionale”. Mi chiedo che cosa inventerebbe oggi Manzoni, con quel suo sorriso allegro e ironico che mi e’ capitato di conoscere bene (mi regalo’ un’ impronta digitale, visto che non volevo comperare i suoi quadri), per rovesciare, con un ideale zoccolo estetico, il successo di pubblico e commerciale che e’ arrivato ad avvolgerlo.
Di librerie on line, orticelli e campanili, mors tue e vite mie nonché altro sulla vendita di libri, oggi.

Un paio di settimane fa, leggo sui media la notizia – riportata persino dall’antidiluviano Televideo, giusto per rimarcare la considerazione verso la stessa; qui potete leggere uno di tali articoli – che la celebre Libreria dei Ragazzi di Milano, fondata nel 1972 da Roberto Denti (scomparso nel 2013) si trasforma in (cito dall’articolo linkato) “libreria virtuale per bambini, genitori, insegnanti, bibliotecari e tutti quelli che sono interessati alla letteratura per ragazzi” mettendo on line “un catalogo ragionato di 25mila titoli – tutto quello che è acquistabile sul mercato – e promuovendo una community di lettori attraverso il portale e-commerce.”
Beh, mi dico, pare una bella idea! Poi arrivo in ufficio, mi collego ai social network e trovo alcuni messaggi di amici librai di tono tutt’altro che entusiastico. Addirittura, qualcuno scrive di “tradimento” da parte di chi, a ben vedere, il mestiere di libraio per ragazzi l’ha inventato, in Italia.
Allora vado più a fondo nella questione, la analizzo sotto diversi punti di vista e, fermo restando l’apprezzamento verso un’iniziativa del genere (siamo al punto che ogni iniziativa che in qualche modo possa agevolare la lettura in ogni sua forma, anche la più scalcagnata oppure venale deve necessariamente essere supportata, ahinoi!), in effetti comincio a vedere qualcosa che non va – sempre con occhio critico-costruttivo, sia chiaro, giammai per dar contro tout court in grazia di chissà qual conservatorismo ottuso.
In primis, gli amici librai mi denotano che l’editoria per ragazzi, checché si possa creare il sito web più completo e mirabolante immaginabile, ha e avrà sempre bisogno di un supporto diretto nella scelta dei testi. Si sta parlando di libri che, se azzeccati nell’acquisto, formeranno non solo i lettori ma i cittadini di domani: ridurre il tutto a pur dettagliate descrizioni e consigli rintracciabili nelle schede di ogni titolo viene ritenuto riduttivo. Inoltre, è innegabilmente una buona cosa che i bambini e i ragazzi frequentino fisicamente le librerie ad essi dedicate, ed entrino direttamente in contatto con i libri da scegliere, acquistare e leggere. Da un lato, il poterli trovare anche on line avvantaggia chi non risiede vicino a luoghi in cui vi siano queste librerie; dall’altro vi può essere il rischio concreto di banalizzazione dell’acquisto, uguale in sostanza a tanti altri oggi possibili (con tutta la comodità e la superficialità del caso) sul web. E’ certamente, questa, una questione piuttosto “tecnica” e maggiormente comprensibile dai diretti interessati: mi limito a riportare i loro pareri, certamente comprensibili e motivati.
Un’altra cosa invece, già dal leggere la notizia sui media e nonostante l’apprezzamento suddetto, mi ha lasciato un poco perplesso, e l’analisi del sito della Libreria dei ragazzi non dirada le mie perplessità: si parla di creare una “community di lettori”, ok, ma una community di librai? Ovvero – ciò che vado dicendo da tempo su quanto potrebbe rappresentare una possibilità di salvezza per il comparto editoriale italiano indipendente, soprattutto della parte “finale” della filiera – perché non si sfrutta una iniziativa così potenzialmente buona per creare una vera e propria rete interattiva tra le due parti principali del settore – quella che produce e vende libri e quella che li legge – che divenga un volano virtuoso in grado di trascinare tutti verso obiettivi di prosperità comuni e una condivisa salvaguardia, anche in senso economico?
Così come è ora, la Libreria dei ragazzi è soltanto un ennesimo sito di e-commerce, che ragiona sulle frequenze del mors tua vita mea – ed infatti una tale considerazione è stata la prima che gli amici librai mi hanno denotato, nei loro messaggi sui social.
Insomma, auguro lunga vita digitale alla Libreria dei ragazzi, ma mi auguro che in futuro tale iniziativa si strutturi come insegna bene Liberos, la rete sarda che unisce tutti i soggetti del comparto editoriale locale (commerciali e non, privati e istituzionali) condividendo un “patto di solidarietà” con lo scopo primario di incentivare la lettura sul territorio sardo. Incentivare la lettura, prima delle vendite. Che poi l’una cosa è diretta conseguenza dell’altra, inutile dirlo, in un perfetto circolo virtuoso.
A fronte di quello che è a mio parere il miglior esempio italiano di promozione condivisa dei libri e della lettura – Liberos, intendo – mi auguro che l’e-commerce della Libreria dei ragazzi non finisca per togliere acquirenti a quelle tante librerie di quartiere che sovente proprio sulla vendita di libri per bambini e ragazzi (il settore editoriale più in salute, da molti anni a questa parte) contano per restare aperte. In fondo, forse basta un poco di collaborazione reciproca in più, o di minor campanilismo commerciale, che a ben vedere la barca sulla quale tutti stiamo è sempre quella!