
Da certi riscontri che sto avendo, in questi giorni, è anche più di una mera impressione, la mia.
Già.
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Una perla, o un briccone
Il mondo giudica gli uomini non dalle prove, ché non ha il tempo di ricercarle, ma dalle apparenze, onde poco basta a passare per una perla e pochissimo per un briccone.
(Aristide Gabelli, Pensieri, ed.orig. Fratelli Drucker Editori, 1892.)
Non so, ma mi pare che un pensiero come questo di Gabelli sia piuttosto consono, in questi giorni virulentemente difficili.
Il coronavirus, le librerie e… Topipittori!

Al post ha risposto tra gli altri, sulla mia pagina facebook, Paolo Canton, editore di Topipittori, tra le più apprezzate case editrici italiane di libri illustrati per bambini e ragazzi, con un commento articolato e meravigliosamente dissenziente, ovvero di quei dissensi preziosi per disquisire con profondità sul tema dibattuto e capirlo al meglio, al punto che le sue osservazioni hanno saputo fugare buona parte di quelle mie perplessità iniziali. Mi resta la convinzione che questo periodo di forzata clausura domestica possa e debba in qualche modo essere sfruttato per agevolare la lettura in chi non sia un lettore, ma comprendo che dalle italiche parti non sia la cosa più facile da mettere in atto.
Ve le propongo di seguito, le osservazioni di Paolo Canton, ringraziandolo per il consenso alla pubblicazione.
Di mestiere faccio l’editore (per ragazzi, per giunta) e, per quanto il provvedimento mi arrecherà un danno diretto (inteso come una contrazione del fatturato), sono convinto sia un bene che sia stato preso, per una serie di ragioni. La prima è la sicurezza dei tanti amici (e nemici, e semplici conoscenti) che fanno questo mestiere: restare aperti al pubblico oggi significa esporre se stessi e gli altri a rischi di contagio. La seconda è che i libri continueranno a poter essere acquistati, rivolgendosi a dettaglianti online e alle molte, moltissime librerie che si sono attrezzate per consegnare o spedire a domicilio: le librerie sono chiuse al pubblico, ma molti librai stanno ricevendo ordini e facendo pacchetti. La terza è che in questo momento librai, insegnanti, volontari e volonterosi stanno sommergendo letteralmente i lettori (soprattutto i “miei”) di letture ad alta voce, letture animate, letture in streaming: e sono convinto che siano le storie più che gli oggetti/libri ad appassionare le persone e a trasformare un non lettore in lettore e un lettore in lettore abituale. La quarta è che, in genere, i lettori non occasionali hanno una scorta di libri non letti a casa e, in ogni caso, hanno sempre la possibilità di rileggerne di già letti. Rileggere non fa affatto male. Anzi. La quinta rientra nel campo delle speranze più che delle disamine razionali: sarebbe bello che questa infausta occasione permettesse a molti di riscoprire modalità di lettura cadute in disuso (o usate limitatamente e solo con i più piccoli) come la lettura condivisa e la lettura ad alta voce. Poco potrebbe fare meglio alla diffusione della passione per il libro di tornare a raccontarsi l’un l’altro le storie che stanno dentro i libri.
“Sclerare”

“Sclero”, sì, voce del verbo transitivo gergale sclerare.
Il che mi fa pensare che a casa loro non abbiamo nulla di interessante da poter fare, buoni libri da leggere, hobby da praticare o che i rapporti interfamiliari non siano esattamente i migliori, ecco.
Be’, mi viene da dire che «andrà tutto bene» anche per loro, me lo auguro, ma in loro qualcosa è andato tutto male o quasi, già.
Il coronavirus e le librerie

Sia chiaro, io di dubbi non ne voglio sollevare nel senso che posso capire e ben accettare qualsiasi motivazione emergenziale: certo, le librerie non sono un servizio “essenziale” – non lo sarebbero, in un paese nel quale la maggior parte delle persone e delle famiglie avessero in casa una buona dotazione di libri da leggere. Ma, inutile dirlo, in Italia non è così, anzi. Per cui, in queste ore di forzate permanenze domestiche chissà quanto prolungate, il libro, media culturale per eccellenza, io lo vedrei come qualcosa di più che essenziale oltre che di piacevole e confortante (per la mente tanto quanto per il cuore e l’animo) da avere a disposizione, in modi che ovviamente siano consentiti dai suddetti provvedimenti.
Lo ammetto, sono di parte: ma se c’è da fare di necessità virtù, come dice il noto adagio popolare, questa sarebbe (stata) una buona occasione per cercare di recuperare quel gap culturale che rende i lettori italiani tra i meno numerosi e assidui del mondo avanzato. Invece, evidentemente, si preferisce che restino i canali TV a rappresentare i “media culturali” per eccellenza, in Italia.
Eh già, la TV, “con la sua vasta offerta di cultura di gran qualità” (tutto virgolettato, sì).
Ecco, capite perché mi permetto di essere perplesso, no?