Il “naturale”, nella scrittura, è tutto artificio (Giorgio Linguaglossa dixit)

(René Magritte, “La chiave dei campi” (“La clef des champs”), 1936.)

Ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico.

(Giorgio Linguaglossa dissertando della poesia di Guido Galdini su L‘Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale, luglio 2016.)

Linguaglossa ha ragione in ciò che afferma, senza dubbio: in fondo anche l’arte più istintiva deve avere un progetto alla base per assumere peculiarità artistiche. Di contro, tuttavia, nel progetto artistico e nel relativo scavo si va (si deve andare) inevitabilmente a fondo della propria natura, arrivando pure – se si è particolarmente abili – a toccarne il nucleo più sostanziale e intimo, lì dove “naturale” e “artificiale” trovano la stessa sorgente essenziale. Dunque, posto ciò, il vero scrittore, cioè quello veramente bravo, è colui che sa progettare il naturale e sa rendere naturale l’artificio, al punto da congiungere tali due elementi in origine antitetici in un “super-elemento” pienamente artistico, dacché pienamente in grado di narrare la realtà e la verità di essa, che sempre sono fatte di naturalità e di artificialità in un modo che, il più delle volte, solo l’arte sa distinguere.

(Grazie a Katia Olivieri, dalla cui pagina facebook ho tratto la citazione.)

La giovialità è una grave pecca, oggi

Mi sono da sempre prescritto di essere gioviale e allegro con chiunque, anche nei momenti in cui l’animo assomigli più a un ordigno termonucleare un attimo prima che la spoletta s’attivi, convinto che una tale predisposizione nei rapporti con le altre persone sia capace di attivare reciproche simili condotte. E in effetti è così, funziona in questo modo, spesso.

Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, parimenti a una crescente maleducazione diffusa che si manifesta anche in atteggiamenti individuali di natura a dir poco prepotente, noto che l’essere sempre gioviali fa ritenere a certe persone che tu viva una vita spensierata, serena, piena di agi e di fortune – la cosiddetta “bella vita”, insomma – al contrario di altri più “sfortunati” e ovviamente in primis di quelli che speculano su di te in questa maniera, i quali invece sono perennemente in lotta (univoca, sia chiaro) col mondo intero, appunto, e si sentono costantemente defraudati di “qualcosa”, verso cui altrettanto ovviamente essi ritengano di detenere un sacro diritto di possesso, usufrutto, appartenenza o che altro. Provare a pensare, costoro, che pure quelli che si mostrano gentili, allegri ed educati abbiano i loro personali problemi, crucci, dolori, tormenti, che scelgano di tenere nascosti anche per una forma di cortesia e di rispetto verso gli altri (in fondo è vero che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, e ciò dovrebbe già di suo evitare tante delle lagne che si possono cogliere un po’ ovunque da chiunque) no, evidentemente non gli riesce, troppo difficile. O, meglio, pensare, supporre, immaginare  ciò risulta troppo discosto e antitetico rispetto alla grave forma di egotismo che si cela dietro quel loro comportamento prepotente – e, a ben vedere, alquanto antisociale.

Ecco: non so dunque se quell’atteggiamento così cordiale e aperto sia il più giusto, ovvero il più consono ai tempi. Sia chiaro: sono convinto che lo sia, in senso assoluto e per il valore che personalmente gli conferisco ma per il resto, ribadisco, ho forti e crescenti dubbi.

L’unica cosa seria da fare

Se c’è una cosa veramente seria da fare, nella vita, è quella di non prendersi mai troppo sul serio.

Oh, beh, in effetti ce ne sarebbe un’altra, appena dopo: togliersi di torno quelli che si prendono sempre troppo sul serio. Ecco.

Non saremo mai adulti se non resteremo un po’ bambini!

14590377_1104526599601206_7163706707976026977_nNoi adulti, quando ci rapportiamo ai bambini, li pensiamo e li definiamo “infantili”, “ingenui”, “puerili”, “sprovveduti”… li guardiamo con benevola commiserazione nel mentre che pensiamo, tra noi: «Oh, piccolo mio, quante cose che devi ancora imparare, per diventare grande
Beh, diciamocela tutta: la nostra adulta superiorità nei confronti del mondo infantile è un ennesimo segno della profonda ottusità che, a noi “grandi”, ci ammorba l’animo. Ormai insensibili alla loro tenera spontaneità, alle loro giocose fantasie, ai moti di spirito che consideriamo illogici e un po’ sciocchi – «Son cose da bambini, eh!» – non ci rendiamo più conto che è in quella visione del mondo apparentemente elementare ma invero genuina, originale, autentica, priva di qualsivoglia bieco conformismo, pura d’una purezza antropologicamente primigenia, per così dire, che può stare la verità delle cose del mondo stesso, ben più che nelle nostre sovente boriose convinzioni. Crediamo ancora di dover educare i bambini a diventare adulti imponendo loro di perdere, come prima cosa, l’atteggiamento giocoso e infantile, e non capiamo che invece non si sarà mai del tutto adulti, e in senso virtuoso nonché proficuo per sé stessi e per il mondo con cui interagiamo, se non sapremo restare almeno un poco bambini: nell’animo, nello spirito, nel cuore, nello sguardo verso quel nostro mondo. Non comprendiamo più, insomma, che se per certi versi i bambini devono imparare molte cose dagli adulti, gli adulti dovrebbero finalmente tornare a imparare molto anche dai bambini: molto di ciò che, appunto, si è perso lungo il corso della vita nel passaggio dai primi anni di vita fino alla cosiddetta maturità – termine spesso usato proprio in contrapposizione a quanto fa riferimento all’infanzia, tanto quanto viene utilizzato fuori luogo e senza giustificazione.
Sono più che convinto che molta parte delle cose peggiori che presenta il mondo – guerre, violenze, integralismi, prepotenze, diseguaglianze, iniquità, ingiustizie, intolleranze, scontri d’ogni sorta e ogni altra cosa del tristemente ricco campionario umano in tema – sia proprio dovuto all’azione di adulti che hanno totalmente perso il loro lato fanciullesco, che hanno negato a sé stessi l’esigenza di restare per tutta la vita un po’ bambini, privandosi del privilegio di godere della loro spontanea e naturale sensibilità oltre che del senso antropologico del gioco, della fantasia, della creatività, dell’immaginazione e dell’istintività.
Ugualmente, sono di contro convinto che se l’umanità avesse saputo conservare la propria parte fanciullesca, a quest’ora non saremmo arrivati al punto in cui siamo ma ben più avanti. Non avremmo soltanto raggiunto la Luna avendo Marte come meta ancora troppo lontana, non avremmo solo gli aerei e le navi che abbiamo, le città, le case, i computer o i telefonini. No, avremmo molto di più: saremmo già arrivati su sistemi stellari lontani a bordo di astronavi a forma di fette di torta con propulsione a zucchero; avremmo il teletrasporto che si attiva con l’interruttore della luce di casa e telefonini capaci di farci parlare con gli animali, avremmo robot domestici di peluche, macchine velocissime senza volante né ruote che non possono causare incidenti e biciclette in grado di volare; i diverbi internazionali li risolveremmo a chi mangia più caramelle che però non farebbero male, non ci sarebbe l’inquinamento né scorie nucleari perché ricaveremmo l’energia dal moto del pensiero e guariremmo le malattie più gravi mangiando buonissimi lecca-lecca medicamentosi privi di controindicazioni. E in TV ci sarebbero solo programmi di pupazzi animati… – oh, beh, in effetti è già così, anche se quei programmi sono tutto fuorché divertenti e intelligenti!
Insomma: vivremmo in un mondo migliore, più sensibile, più aperto e divertente, consapevoli di poter essere sempre liberi perché dotati della più grande e assoluta libertà a disposizione: la fantasia.
Quindi, quando un bambino ci dice qualcosa o ci pone una domanda all’apparenza ingenua, ridicola e senza senso, proviamo a rifletterci sopra qualche attimo di più. Chissà che, in questo modo, non comprenderemo di essere noi adulti gli ingenui e i ridicoli, e che è la nostra vita così piena di futilità ma vuota di autentica creatività ad essere senza senso ovvero insensata. Vedendo come va il mondo forse ci dovremmo arrivare da soli, ma evidentemente noi “grandi” non ne siamo più capaci.