“Un bambino che legge sarà un adulto che pensa.” Sicuramente avrete letto anche voi da qualche parte questa diffusa massima, elementare nel senso ma senza dubbio pragmaticamente profonda nella sostanza.
Bene. Da ormai parecchi anni – nove, per l’esattezza – faccio parte della giuria di un concorso figurativo-letterario dedicato ai ragazzi della scuola primaria di primo e secondo grado, basato su tematiche ecologiche e di consapevolezza ambientale che rappresentano uno dei scopi sociali del principale ente promotore, l’Unione Operaia Escursionisti Italiani. E’ un incarico che ritengo essere un grande privilegio soprattutto in merito alla parte letteraria, riservata agli alunni delle classi primarie di secondo grado – le medie, per andare sulla definizione tradizionale: gli autori dei testi sono dunque ragazzi dai 10 ai 13 anni, dal carattere personale in piena formazione, già dotati di una propria visione autonoma del mondo ma ancora legati all’ambiente sociale quotidiano per ciò che riguarda la comprensione e l’assimilazione delle cose che di quel mondo si ritrovano intorno – legati certamente alla scuola ma in primis alla famiglia, in questa età assolutamente fondamentale. Gli argomenti proposti nel concorso – quest’anno, ad esempio, il tema era compendiato nel titolo “La Terra: la nostra casa”, sviluppato attraverso una “giornata ecologica” con la presenza di un ricercatore specializzato in scienze della Terra per una “lezione” teorica sul tema, comune a tutte le classi, seguita da un’uscita in ambiente per una prima applicazione sul campo di quanto appreso nella lezione, oltre ai vari approfondimenti nelle singole classi con i propri docenti – sono sempre stati scelti per cercare di generare negli alunni non solo una mera espressività personale sul tema scelto, ma pure una personale riflessione su di esso, per cercare di farli ragionare, per quanto possibile a quell’età, di far loro comprendere le specificità del tema e, quindi, per fare in modo che possano formulare una propria idea, pur semplificata e/o superficiale. Istigare loro il pensiero, insomma, al di là poi della capacità e della qualità della messa per iscritto di esso. Il grande privilegio di cui dicevo poc’anzi è a mio parere proprio dato da ciò, dalla possibilità di intercettare, attraverso i testi partecipanti al concorso, questo pensiero in piena formazione, ovvero in qualche modo di avere una visione significativa, seppur limitata, di cosa e come pensano quelli che saranno gli adulti di domani, delle loro costruende capacità cognitive su tematiche di interesse comune e ampio respiro, nel contempo avendo, attraverso quanto da loro scritto, un altrettanto significativo segnale di ciò che a loro – e alla/nella loro mente – viene dall’ambiente in cui quotidianamente stanno.
In base alla personale esperienza da giurato in questi nove anni di svolgimento del concorso – un periodo relativamente lungo e statisticamente già interessante – devo in primis denotare un evidente decadimento delle capacità medie di apprendimento dei temi e delle argomentazioni proposte, nonostante, lo ribadisco, gli stimoli extra-scolastici espressamente studiati anno per anno per rendere i temi stessi interessanti e intriganti. Al di là delle ovvie eccezioni – i secchioni sempre ci sono stati e sempre ci saranno! – verrebbe da pensare che i ragazzi di oggi, nonostante l’età ormai non più infantile, non siano più abituati a pensare, a riflettere, a stimolare il proprio cervello nel ragionare su certi argomenti. E’ piuttosto palese una certa passività verso quanto viene loro proposto, che li porta a risolvere la richiesta e/o il compito assegnato – in questo caso uno scritto, appunto – nel modo più sbrigativo possibile, riportando pappagallescamente cose ovvie senza generare da esse una pur minima elucubrazione propria. Sia chiaro, non pretendo certo che un ragazzino di 10 o 13 anni mi presenti una approfondita dissertazione scientifico-filosofica su quanto sia importante la salvaguardia ambientale per il bene della società! Ma, almeno, che in due righe o pure soltanto in una sappia già elaborare un proprio pensiero su un tema in fondo “quotidiano” sul quale gli viene chiesta una minima riflessione, beh questo sì, lo chiedo. E lo chiedo proprio per quanto affermavo poco sopra: perché è negli anni terminali della (una volta detta) scuola dell’obbligo che si forma la base della personalità intellettuale e cognitiva di una persona, che poi col tempo potrà più o meno svilupparsi ma è lì, in quel periodo, che si plasma – esattamente come, a quest’età, si formano idee, passioni, desideri e impulsi che poi resteranno per sempre nell’animo dell’individuo.
Sui perché oggi i ragazzi (e non solo loro, ahinoi) siano poco portati a pensare, a elaborare e sviluppare un proprio pensiero sulle cose del mondo, si potrebbe star qui ore a disquisire e in ogni caso molti di quei perché li conosciamo già benissimo, per quanto siano ovvi e materialmente influenti nella nostra società contemporanea. Forse, io temo – e per tale timore mi è tornata alla mente la massima che ho citato in testa a questo articolo – quella scarsa propensione al pensiero e alla meditazione è strettamente legata all’altrettanto scarsa propensione alla lettura di libri – nonostante la fascia d’età 11-17 anni sia una di quelle, nel depresso e deprimente mercato editoriale italiano, più attive ovvero meno deficitarie… Tuttavia, proprio da tale questione ne deriva una conseguente, per certi versi anche più preoccupante: ove negli elaborati degli alunni vi sia qualche espressione d’un pensiero personale, cioè qualche parte di essi che non sia mera e superficiale descrizione/ripetizione di quanto ascoltato, è in molti casi evidente l’influenza del “pensiero sociale medio”, con la comparsa di palesi luoghi comuni di derivazione televisiva e mediatica in generale o di opinioni (di, diciamo così, scarso pregio culturale) chiaramente non proprie o di genesi scolastica, e presumibilmente provenienti dall’ambito familiare – cosa peraltro comprovata da uno scambio di opinioni con alcuni dei docenti degli alunni partecipanti al concorso. In buona sostanza: certa scarsa consapevolezza civica e inadeguata cognizione di tematiche di interesse comune presenti nella nostra società (e dunque nei nuclei fondanti di essa, le famiglie), senza dubbio dovute all’assai scadente clima culturale che caratterizza la società stessa, inesorabilmente vengono in qualche modo echeggiate nel pensiero dei ragazzi, degli adulti di domani, che già in età formativa corrono il rischio di ritrovarsi in testa nozioni distorte e fallaci sulla realtà d’intorno. In effetti, gli stessi docenti interpellati mi hanno segnalato più volte la crescente difficoltà non solo di coinvolgimento degli alunni nei temi scolastici così come in qualsiasi altro argomento di corredo, ma pure la constatazione di dover a volte lottare, nell’insegnamento delle proprie materie, contro certi bizzarri (per così dire) convincimenti espressi dai ragazzi di palese origine extra-scolastica, probabilmente televisiva ovvero familiare (ma quasi sempre le due cose sono legate a doppio filo).
Insomma – e concludo: pur attraverso uno “screening” parecchio limitato e generico come quello che mi è permesso dal concorso letterario nel quale sono giurato, risulta evidente un problema di “disabitudine” al pensiero, all’uso della propria testa, alla riflessione su temi pur semplici ma che esulano dalle mere questioni quotidiane – problema tanto grave quanto più per come si manifesta fin dall’inizio del percorso di sviluppo intellettuale dei nostri ragazzi. Naturalmente, sono io stesso il primo ad augurarmi di sbagliare, in queste mie valutazioni, di esagerare con la visione pessimista ovvero di aver soltanto colto una defaillance provvisoria, pur se manifestatasi lungo quasi due lustri; in ogni caso è superfluo rimarcare quanto sia fondamentale per la società intera l’attenzione verso una questione del genere. In fondo è vero, un bambino che legge, cioè che è abituato a riflettere – e non c’è nulla che insegna a farlo come la lettura di un buon libro – sarà un adulto che pensa, e tanti adulti che pensano formano una società libera ed emancipata. Un società nella quale i libri saranno sempre al centro e alla base del suo sviluppo e della sua “salubrità” morale, culturale, intellettuale e civica.
Libro vs ebook: ne resterà soltanto uno? Macché, nient’affatto!

L’avrete forse già vista in giro, questa divertente e sagace vignetta, la quale nella sua ironia cela probabilmente il senso del destino dei due oggetti che ad oggi sono LA letteratura – il libro di carta, dal passato ai giorni nostri, l’ebook dai giorni nostri fino ad un futuro più meno prossimo/anteriore/lontano. Ed è un po’ lo stesso destino – mi viene da pensare – che caratterizza il videogioco per il bambino contemporaneo, per il quale quello è il gioco, appunto, l’oggetto che direttamente e indubitabilmente lo rappresenta e lo offre, finché lo stesso bambino si ritrova di fronte una scatola di Lego, od altro di simile “antico” genere, e resta sconcertato di come quelle costruzioni all’apparenza rozze e primitive possano invece regalare un divertimento pari, se non superiore, a quello dell’amata consolle.
Ad oggi non è ancora nata la generazione per la quale il termine “libro” viene direttamente associato ad un lettore digitale e ad un relativo file; il libro è ancora quell’oggetto di carta con la copertina più o meno colorata, le pagine scritte ed eventualmente le figure. Credo dovranno passare ancora un paio di generazioni, almeno, affinché si realizzi quel cambiamento, ma la strada è segnata, e contrastarla credo sia un esercizio di futile ottusità. Tuttavia, sono ugualmente convinto che il libro di carta non ha affatto il destino segnato, anzi, che la diffusione sempre crescente dell’ebook potrebbe nuovamente illuminarne l’infinito e immortale fascino, e soprattutto a chi, tra qualche tempo, lo osserverà più come un oggetto vintage.
Eppoi, proprio come illustra così bene quella vignetta e al di là della banalità (pragmatica, però!) della cosa, persino tra 100 o 1.000 anni un ebook che voli da balcone di casa si frantumerà, mentre il libro di carta tutt’al più si sgualcirà un poco. Insomma, la sua bella (se pur piccola) dose di immortalità al libro nessuno mai gliela toglierà!
P.S.: E se a un bambino contemporaneo non piacessero i Lego o altri giochi del genere, beh, mi preoccuperei seriamente per lui!
INTERVALLO – Maranello (Italia), MABIC – Maranello Biblioteca Cultura

“Non solo Ferrari!”, verrebbe banalmente da esclamare, ma certamente la cittadina modenese può ben vantare un’altra eccellenza, questa volta architettonico-culturale!
Il MABIC, progettato dallo studio Arata Isozaki & Andrea Maffei Associati ed inaugurato nel 2011, ospita la Biblioteca Comunale di Maranello, un luogo pensato anche per accogliere eventi e iniziative culturali. Al primo piano la biblioteca vera e propria, con spazi pensati per accogliere varie utenze ed esigenze, dai bambini ai ragazzi, dall’emeroteca alle postazioni Internet, oltre naturalmente ai libri, disponibili a vista sugli scaffali e a richiesta nell’archivio. Al piano terra, un’ampia sala per ospitare incontri, mostre e presentazioni di libri, oltre a spazi destinati in futuro a fonoteca e videoteca. Particolare attenzione a’ stata riposta al risparmio energetico, con l’utilizzo di un impianto geotermico per il riscaldamento invernale e il raffrescamento estivo, e l’illuminazione a led.
Insomma, è bello scoprire che anche in Italia vi siano amministrazioni pubbliche che ancora scelgono di investire in modo significativo – finanziario tanto quanto estetico – in luoghi deputati alla cultura. Un investimento in bellezza che, inutile dirlo, assicurerà una rendita incalcolabile ai maranellesi, ben più preziosa di qualsiasi altra materiale ricchezza.
Cliccate sull’immagine per saperne di più.
In cammino – Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”
P.S. (Pre Scriptum!): per avere informazioni su questa sezione del blog, cliccate QUI.
Quello di Francesco Careri è un altro dei testi (Einaudi, 2006) a mio parere fondamentali per definire in maniera consona oltre che scientifica un concetto contemporaneo della pratica del camminare.
Camminare che, in tal caso, è pratica in primis urbana – e già qui appare la particolarità del testo di Careri, per come ordinariamente il cammino sia un’attività che viene spontaneo associare a territori non urbanizzati e antropizzati, piuttosto che ai paesaggi supermotorizzati delle città. Ma il principio di base (di matrice archeologica) della riflessione di Careri viene comunque dal transito nel territorio dell’uomo, dal suo lasciare tracce riconoscibili, che permettono la relativa riconoscibilità (e l’identificazione) del territorio stesso: cosa che l’autore ritiene assolutamente indispensabile anche nella città postmoderna contemporanea, ove si direbbe che gli elementi identificativi siano già in (sovr)abbondanza, interrogandosi “sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.”
Vi presento Walkscapes, Camminare come pratica estetica attraverso il bell’articolo scritto da Dario Cecchi e pubblicato nel “Giornale di Filosofia“: cliccate sul link appena superato oppure sulla copertina del volume per leggere l’originale.
Francesco Careri è architetto ed insegna Arte civica (così ha preferito ribattezzare la public art) all’Università di Roma Tre. Ma non si tratta di un architetto qualsiasi: sarei tentato di dire che Careri non costruisce né progetta alcunché. Si può essere architetti senza costruire? È precisamente la sfida che Careri porta avanti, non da solo, ma con il collettivo Stalker/Osservatorio Nomade, che da diversi anni opera a Roma e non solo. Alcuni di voi conosceranno già sicuramente Stalker. Il gruppo comunque, è bene ricordarlo, nasce ispirandosi al movimento studentesco della Pantera e a quella pantera imprendibile, che terrorizzava la metropoli di Roma apparendo ora qui ora lì senza che si riuscisse a catturarla, continua in qualche modo ad ispirarsi Stalker. E qui veniamo all’argomento del libro, Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Gli Stalker camminano, ma non si limitano a passeggiare per la città dei monumenti, delle piazze, dei grandi viali, dei parchi. La loro pratica è “estrema”, è un tentativo di “mappare” la città dal di dentro, di scoprire com’è possibile vivere la città – in particolare le sue periferie – al di fuori degli spazi progettati dagli architetti, che troppo spesso sono diventati i simboli di
un’invivibilità delle grandi metropoli. È possibile raggiungere Roma da Tivoli a piedi, passando per dei percorsi alternativi alla strada che inevitabilmente dovremmo percorrere in auto? Per gli Stalker è possibile, è questione di sperimentazione sul campo e di scoperta di spazi sconosciuti, che sono però, forse, gli spazi dell’autentico incontro nei quartieri ai margini delle grandi città.
In questo testo Careri vuole dar conto delle premesse storiche e concettuali di questo approccio alla conoscenza della città. L’autore parte dal racconto biblico di Caino e Abele. Caino è l’agricoltore, lo stanziale (il termine ebraico kanah significa “possedere” o “governare”, ricorda Careri, e, aggiungo io, ha un essenziale riferimento alla manipolazione tecnica); Abele è il pastore, il nomade ancora in contatto con le cose quali esse si mostrano all’uomo (hebel vuol dire “fiato”, “vapore”). Caino è, potremmo dire, il bravo ragazzo, ma le sue povere offerte sono sgradite a Dio in confronto ai ricchi sacrifici di animali di Abele. Di qui l’invidia, l’uccisione del fratello e, per Francesco Careri, l’originario dissidio tra “nomadi” e sedentari. Si sente in queste pagine l’eco di un debito verso Deleuze; tuttavia il libro conserva sempre un’impronta agile e fresca, senza lasciarsi irretire nel gioco della citazione colta.
Il nomadismo diventa perciò un’istanza di re-visione dello spazio urbano che non passi attraverso l’aggiunta di nuove costruzioni. Non si può parlare per questo di architettura in senso stretto per Stalker e l’ibridazione (di pratiche, di stili, proposte e ricerche teoriche) diventa la cifra della sua azione sul territorio. In questo senso Careri individua una precisa generalogia nella storia dell’arte nell’ultimo secolo. Il 14 aprile 1921 Dada organizza la prima visita ad un luogo banale della città: la chiesa di Saint-Julien-le-Pauvre, a Parigi, che sarà il primo gesto per scardinare un’idea “auratica” di arte. Tre anni dopo i surrealisti, nati dall’esperienza di Dada, danno vita alla “deambulazione”, che sarà sia urbana che extra-urbana. L’idea di fondo di Breton, che guida il gruppo, è quella di dar voce alla “città inconscia”. Saranno i lettristi negli anni ’50 a dare per la prima volta importanza all’aspetto di una pratica artistica che non lascia tracce visibili, mentre i situazionisti si allontaneranno dai lettristi, dando vita di nuovo a delle “psicogeografie”.
Particolarmente interessante è l’esperimento di New Babylon, che l’Internazionale situazionista portò avanti ad Alba nel 1956: si trattava di una città-labirinto predisposta per accogliere ed ospitare una comunità zingara che una volta l’anno, per un certo periodo, sostava ad Alba. Città perciò nomade nella sua stessa costituzione ed aperta all’accoglienza di chi non si plasma sulla forma del luogo che gli è stato assegnato come abitazione, ma che al contrario chiede uno spazio aperto da “disegnare” con la propria presenza. È quello che in chiave artistica porterà poi avanti, e con questa esperienza si conclude la carrellata genealogica di Careri nella storia dell’arte, la cosiddetta land art, in particolare americana (di cui facciamo almeno un nome: Richard Long), che fa assurgere il passaggio in un luogo ad opera d’arte. Nella sua forma più avanzata questa pratica (a questo punto, liberi dalla pretesa rivoluzionaria che avevano ancora i situazionisti, possiamo parlare di pratica) non lascia più nemmeno una traccia effimera sul terreno e tutto viene affidato ad una documentazione, perlopiù fotografica, che già non è più l’opera d’arte. Qui posso riallacciarmi ad alcune considerazioni iniziali dell’autore per trarre alcune conclusioni. La pratica del camminare viene letta da Careri alla luce dell’archeologia, ricollegandola all’elevazioni di menhir da parte di molte antiche civiltà. Il menhir viene visto come il segno di un passaggio, che necessariamente incidiamo nella memoria (e Derrida ci ha insegnato che non c’è memoria se non nella protesi di memoria). Questo significa, aggiungo io, che non si può pensare la percezione se non come sempre insieme riconoscimento. Riconoscimento di un luogo che è già stato visitato, ma anche riconoscimento della presenza di un altro (e perciò riconoscimento dell’altro), secondo la modulazione che Careri dà del menhir da luogo di passaggio a luogo di culto o luogo d’incontro dei differenti gruppi umani in movimento. I walkscapes sono perciò landscapes, paesaggi, letteralmente “pezzi di terra” non posseduta, ma vista, attraversata: i walkscapes sono, potremmo dire, pezzi di cammino che ci servono a ricostruire la geografia di un luogo, la metropoli, altrimenti inimmaginabile (nel senso del sublime matematico kantiano, come già Stefano Catucci in un volume in collaborazione con Stalker sottolineava).
Il libro di Francesco Careri va letto perciò lasciandosi sollecitare e un po’ affascinare da questi continui rimandi alle avanguardie, all’archeologia, all’architettura, secondo una schema che è facilmente individuabile ormai come un classico, il movimento cioè dalla riscoperta di una condizione primitiva alla ridefinizione della condizione umana moderna. Questo volume dev’essere per questo letto come un tentativo di articolare una lunga esperienza sul campo, dandole un più forte fondamento teorico. Questo libro è sicuramente un invito a conoscere meglio e magari partecipare, visto che è possibile, ad una delle “azioni” sul campo di Stalker, ma anche soprattutto ad interrogarsi sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.
(Dario Cecchi, Giornale di Filosofia, 18/07/2006)
“Il futuro è un letto ad acqua a tre piazze” (Tom Robbins dixit)
Le informazioni a proposito del concetto di tempo non possono essere impartite in maniera semplice e diretta. Come pezzi di mobilia, per farle passare dalla porta bisogna inclinarle e ribaltarle. Se il passato è un buffet di quercia le cui zampe debbono essere svitate e i cassetti estratti prima che, così modificato, possa essere appoggiato sul fianco nell’atrio della nostra mente, allora il futuro è un letto ad acqua a tre piazze che difficilmente ha qualche possibilità, soprattutto dovendolo portare in ascensore.
I miliardi di persone che insistono nel percepire il tempo come un incessante perseguimento del futuro, continuano a comprare letti ad acqua che non riusciranno mai a procedere oltre la veranda o l’ingresso di casa. E se la missione dell’uomo consiste nel risiedere nella pienezza del presente, allora non c’è più posto per i letti ad acqua, comunque vadano le cose, nemmeno avendo la possibilità di calarli attraverso un lucernario.
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.362.)
Tom Robbins, uno dei pochi autori di letteratura in circolazione, oggi, capaci di dire cose che pochi dicono in un modo che pochi sanno ugualmente utilizzare. Uno che alle dita ha otto anelli molto appariscenti “perché 23 non posso metterli“. Un pazzo, sotto certi aspetti – ma sapete, a volte la pazzia è soltanto il modo con cui la gente incapace di capire chiama la genialità.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.