INTERVALLO – Roma, Biblioteca Hertziana

hertziana00001Un edificio a due facce – settecentesca fuori, post-contemporanea dentro – per una delle biblioteche più colte d’Italia, a Roma: la Biblioteca Hertziana, istituto di ricerca della Società Max Planck dedicato alla storia dell’arte, originata nel 1913 dal lascito di Henriette Hertz, mecenate d’altri tempi, che offrì alla collettività un patrimonio di circa 200mila volumi (oggi accresciuto a più di 300mila, oltre a ben 800mila fotografie), configurandosi oggi come uno dei centri di documentazione più importanti al mondo sull’arte italiana.
Il rinnovamento dello storico Palazzo Zuccari è stato progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg e si struttura in un cono rovesciato di vetro e acciaio in forma di imbuto, così da essere al contempo contenuto (è collocato all’interno del complesso architettonico, rimasto doverosamente intatto all’esterno) ma anche contenitore, poiché accoglie il nucleo della collezione. La struttura poggia inoltre su una palafitta che preserva la sottostante villa romana di Lucullo, di epoca repubblicana.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Biblioteca e conoscerne meglio la storia nonché la realtà attuale.

Tipi umani

tumblr_oaq1b1ek061tsi63po1_1280Centro abitato, strada moderatamente trafficata, marciapiede.
«No, guarda… a ‘sto mondo c’è troppa gente che non capisce un cazzo, te lo garantisco io!» dice il tizio fumando con modi affettati alla ragazza, che annuisce con sguardo disattento.
«Proprio un cazzo. Gente di merda.» chiosa di nuovo lui. «Dai, ci si becca stasera!»
«Ok, ciao!» gli fa lei.
Il tizio getta la sigaretta in terra, poi attraversa la strada di colpo e di corsa, lontano dalle strisce pedonali. Un’auto suona.
«Ma fottiti!» esclama lui.

Francesca Mazzucato, “Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini”

cop-frontiera-mazzucatoÈ in senso assoluto una delle voci letterarie italiane contemporanee migliori, ecco.
La rimarco sempre, questa cosa, quando mi ritrovo a disquisire di Francesca Mazzucato: rischio di divenire ripetitivo, forse, ma lo corro ben volentieri quel rischio, come è il caso di fare quando si afferma qualcosa di cui si è fermamente convinti. E non so se alla costruzione così solida di tale mia convinzione abbia contributo non tanto il primo suo libro da me letto – Romanza di Zurigo, per la cronaca – quanto il genere del libro stesso: il resoconto di viaggio, nella forma tanto particolare e originale che è offerta dalla collana dei Cahier di Viaggio di Historica, al quale ovviamente appartiene anche questo Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini (Historica Edizioni, 1a ediz. 2011).
Fin da quella mia prima lettura, appunto, ho goduto della profonda capacità di Mazzucato di cogliere l’anima dei luoghi visitati e vissuti incrociandola di continuo con i propri moti d’animo, ponendoli in dialogo costante, stretto, a volte anche contrastato ma mai interrotto. È proprio così che si vive un luogo: parlando con esso in ogni momento e d’ogni cosa, lasciando che anche il luogo, per così dire, “viva” il suo visitatore, vi entri dentro, ne esplori la mente, il cuore, l’animo, lo spirito…

47848(Leggete la recensione completa di Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.

L’appello di Orhan Pamuk per la sua Turchia, un atto culturale illuminante

pamuk1Era prevedibile, che l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia (lo potete leggere qui sotto nella sua versione originale, uscita su La Repubblica; cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande) ad opera del regime dittatoriale instaurato – con giochetti degni dei peggiori rais del Quarto Mondo, peraltro – dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, pur diffuso da un grande personaggio della letteratura mondiale e Premio Nobel come Orhan Pamuk, sia stato sostanzialmente ignorato dai nostri media. Prevedibile ma non per questo meno amaro e irritante: l’atteggiamento del mondo avanzato verso la Turchia – del quale mondo ormai il grande paese posto tra appello-pamukEuropa e Asia fa sempre meno parte, quando invece al netto di Erdogan avrebbe tutte le carte per esserne tra i protagonisti – è maledettamente sintomatico di come l’elemento da sempre fondamentale per il progresso e l’evoluzione umana, ovvero la cultura, madre naturale della libertà di pensiero e della prosperità intellettuale diffusa, venga tranquillamente messo in subordine, molto in subordine, rispetto ai soliti intrallazzi geopolitici internazionali, nascosti tra i quali chissà quali nefandezze di potere si conservano e che, salvo che per un qualche inopinato miracolo, la gente comune non verrà mai a sapere. E tutto ciò nonostante l’evidenza palese della deriva teocratica e illiberale che la Turchia, fino a qualche anno fa ben più avanzata di molti paesi europei, sta subendo, in molti casi con modalità psicopatiche e del tutto simili a quelle di certi stati che, qui in Occidente, si ama definire “canaglia” – si veda, ad esempio, la messa al bando nei teatri del paese delle opere di Shakespeare, Brecht, Čechov e altri grandi autori europei.

Ma, al di là delle considerazioni politiche che si possono ricavare dalla realtà turca contemporanea e dalla nostra complice, bieca accondiscendenza nei confronti del suo regime dittatoriale, trovo molto importante che una delle maggiori personalità della letteratura mondiale quale è Orhan Pamuk, e massima per il suo paese, scenda in campo con tale evidenza e forza nell’interesse del paese stesso e per la salvaguardia della sua civiltà. Quella di Pamuk non è solo e semplicemente una forte azione di difesa della libertà culturale presente in Turchia, ma è pure un’iniziativa che rimette con altrettanta forza al centro della realtà dei fatti la cultura e tutto il suo fondamentale valore sociale. Non può esistere civiltà che possa definirsi realmente tale e che non si sviluppi – anche in senso meramente economico, certo – attorno ad un solido fulcro culturale: quando ciò è accaduto, e purtroppo è accaduto più volte nel corso della storia (ma sappiamo bene che l’uomo ancora oggi non sa trarre utili insegnamenti dai propri ripetuti errori del passato), quella pseudo-civiltà è crollata rapidamente su sé stessa oppure è stata spazzata via con altrettanta rapidità. Ciò perché la cultura non garantisce solo la solidità civica ad una società ma, appunto, vi assicura pure libertà di pensiero e d’azione, spessore intellettuale, possibilità di costante evoluzione sociale e di sviluppo antropologico e molte altre doti.

Un esempio assolutamente da imitare, insomma, quello di Pamuk. Anche nelle nostre personali, piccole e apparentemente insignificanti realtà quotidiane, ogni volta vi sia qualcuno o qualcosa che in un modo o nell’altro (la casistica in merito è assai ampia, ahinoi!) cerchi di calpestare la cultura e la sua buona diffusione. Mille piccoli appelli possono formare una grossa, possente voce per altrettante inevitabili istanze di giustizia, equità, legalità, ragione. Questo ha sempre fatto, la cultura, e questo deve continuare a fare, ora e in futuro. Altrimenti la nostra civiltà ne resterà irrimediabilmente segnata, precipitando verso una probabile brutta, barbara fine.