Bisogna stare in guardia dai “molli”, ce lo diceva lo Zio Hank già tempo fa…

Il vecchio Zio Hank è un po’ come certi dischi di gruppi musicali messi sugli scaffali meno illuminati e più polverosi del negozio ai quali, a fermarsi alla foto di copertina, non daresti due lire. Poi invece dai loro una possibilità, ascolti il disco e scopri un talento assoluto, ben più grande di quello offerto dai dischi in vetrina con le copertine patinate e con sopra l’adesivo “Tot milioni di copie vendute!”, e una capacità di sviscerare nel profondo l’arte musicale più unica che rara. Dischi vibranti, i primi; dischi molli, i secondi. Ma per troppa gente basta la foto in copertina e il posto nella vetrina ben illuminata: la valutazione finisce qui, non sa andare oltre, convinta, quella gente, che l’arte al suo massimo livello sia quella, ovvero incapace di capire che invece dell’arte quella roba ne è la negazione.
E ovvio, l’esempio vale anche per qualsiasi altra cosa sostituibile a “dischi” e/o a “gruppi musicali”, nonché – soprattutto – a “arte”: metteteci “verità” al suo posto, ad esempio…
Bukowski_photo
I molli

son sempre lì a proclamare
che adesso si concentreranno
sul lavoro, che di solito è
dipingere o scrivere.
è noto, naturalmente, che hanno
talento, è solo che… bè…
non hanno ancora avuto
un’occasione.
troppi problemi si son messi
in mezzo: affari andati male, occupazioni per
sbarcare il lunario, figli, malattie, ecc.
ma adesso, proclamano,
penseranno solo a quello.
si concentreranno sul
lavoro,
adesso è finalmente venuto
il momento.
il talento ce l’hanno.
adesso il mondo se ne accorgerà.
sissignore, ci siamo.

questi tizi sono dappertutto.
sempre in procinto
di.
quasi mai cominciano.
e quando lo fanno
s’arrendono subito.
è una sorta di
capriccio.
vogliono la fama.
la vogliono in fretta.
ma non hanno mica fretta
di mettersi al lavoro
sono capaci solo di sognare
e proclamare,
proclamare,
proclamare.

(Charles Bukowski, Poesie, Feltrinelli 2002)

Son sempre lì a proclamare | che adesso si concentreranno | sul lavoro, che di solito è | dipingere o scrivere.
Scrivere, eh già…
Ce ne fossero ancora in giro di Henry Chinaski, forse questo nostro mondo sarebbe un poco meno incomprensibile di quanto invece è. E meno ipocrita, probabilmente.

P.S.: un grazie indiretto al blog Interno Poesia dal quale ho tratto il testo sopra pubblicato.

“Sö e só dal Pass del Fó”, il mio* ultimo, “insolito” libro. Sabato 15/11 la prima presentazione al pubblico.

Manca poco all’uscita del libro per il quale ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo abbondante, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – intende festeggiare i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” (termine orribile, ma tant’è, e che in ogni caso spiega quel “*” accanto a “mio” nel titolo del post) appunto all’inizio dello scorso anno, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
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E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.
Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte ma – attenzione! – nella sua prima edizione non è in vendita, ma sarà riservato ai soci della sezione e al circuito delle sezioni CAI. Solo più avanti, una volta conclusa la distribuzione “interna”, sarà pianificata un’edizione destinata alla vendita sul mercato.
Ultimo ma non ultimo, il libro sarà presentato al pubblico per la prima volta sabato 15 Novembre prossimo, alle ore 18.00, presso la sede del CAI di Calolziocorte. Nell’occasione, sarà nuovamente visibile ai presenti la mostra fotografica Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore, che ho curato e della quale vi ho già riferito, nel blog. QUI trovate le info utili su come raggiungerla, oppure potete dare un occhio QUI.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura, e se passerete sabato 15 a Calolziocorte, sarà un piacere e un onore conoscerci!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.

Perché il pianeta Marte è rosso? (Un estratto da un certo libro)

Dall’articolo pubblicato sul quotidiano KKWXKKJYW del pianeta IRUUTRUYIY, edizione del giorno 389 dell’anno cosmico 48.221 ± ¼ (corrispondente, con una certa precisione, a qualche eone fa del tempo terrestre – n.d.a.) nel quale articolo si riporta di che brutta fine abbia fatto la fiorente e pacifica civiltà di un ameno pianeta del Sistema Solare. (Testo tradotto e adattato alla bell’e meglio, si noti: la lingua del pianeta IRUUTRUYIY è quasi peggio che il bergamasco delle montagne! – sempre n.d.a.):
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NOSTRANA VALOROSA FLOTTONA SPAPAGNA DISTRUTTAMENTE PIANETA INUTILE.
Nostri nostrani guerrieroni co’ flottona battagliante zeppa piena de bum bum s’approssimata a novo pianeta de stella-tipo-polenta, nomata in loco “Sole”, pe’ nova entusiasmantissima-wowwow conquistona. Dopo iperspazialico viaggione de tutto-relax, che nostrane astronavone cianno on board sauna et pure idromaxaggggio pei nostri nostrani valorosi guerrieroni, lo navigatore satelli-stellare bip-bippa et segnala arrivo at pianeta cat.122.GSS.001259. Non os tante putenza spaccatutto de nostrana flottona battagliante, et novissima superarma “Fanculizzatron” on board pronta a sparà, lo sublimassimo et saggissimo et magnamagnanimissimo ammiraglione Piermariedhieruzzz#88 accomandante la flottona decidetto de usar diplomazia-ia-ia-oo – ah che nobbbiltà, ah che bontà de cuor, ah che gentilalien! – indipercuidunque nostra nostrana delegazione discesagiù sul pianeta cat.122.GSS.001259 pe’ncontrare i-tanti abi-tanti, et nostrano capo-delegazione portato saluto ehillallà de fratellanza spazialona co’ dichiar’azione apposta studiata in linguaccia locale: “Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…”. Ma inopinauditamente capo-delegazione de novo pianeta rispondetto: “Eh, grazie, bella scoperta, noi non siamo umani!”; pertantorsù nostro nostrano guerrierone s’addubbia: “No pianeta 122.GSS.001259, nomato Terra qui?”, et tipo de novo pianeta ribatte: “No, questo è Marte!”
“Marte?!? Ma VAFFANquasar d’una-PORCAPulsar, habemus sbaliato a impo-star lo navigatore satelli-stellare, digitoscritto 122.GSS.001258 al posto de 1259, ecchecCAZZaurak!” sbraitato lo sublimassimo accomandante della flottona, et co’ ira-stizza-furia-ggrrrrrr-‘rrtacci sua de paura pe’ sta ‘rogna, flottona bum-bumbardato pianeta inutile nomato Marte et spapagnato co’ “Fanculizzatron” a gogò, abitanti-tutti quanti adieu et fuoco e fiamme da per tutto, che ‘sto finferlo de pianeta inutile s’arrosserà così nei secoli dei secoli, amen! Et come tradizione: gestombrelloso tiè!
Cosicchécuindi nostri nostrani guerrieroni co’ flottona battagliante rientrati a IRUUTRUYIY per ripianificare nova expedizione de conquistamento planetario verso pianeta nomato Terra et pe’ rileggersi l’estruzioni de ‘sto zozzone de navigatore satelli-stellare, in vista de futuri, gloriosi et correttamente impostati conquistamenti iperspazialoni alè-o-o alè-o-o!”.

Ebbene sì, c’è anche questo in Cercasi la mia ragazza disperatamente, oltre a un sacco di altre cose tutte inesorabilmente e inestricabilmente intrecciate alla vita e alle avventure di Tizio Tratanti, Il folle protagonista de La mia ragazza quasi perfetta qui nella sua seconda e per ora ultima avventura letteraria! (Ma sappiate che si sta parlando di una trilogia!)
Cliccate sulla copertina qui sotto per saperne di più oppure cliccate QUI, e occhio: non solo la madre dei cretini è sempre incinta e partorisce senza sosta, ma ha pure viaggiato nello spazio!!!


CERCASI LA MIA RAGAZZA DISPERATAMENTE
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2011
ISBN 9788896838532
Pag.132 – € 13,00
Illustrazione di copertina di Vittorio Montipò
Ebook:
ISBN 9788896838617 – € 7,00

Sul valore concreto di certa critica letteraria contemporanea (una conversazione da bar…)

Striscia tratta da http://www.orsociccione.com/
Striscia tratta da http://www.orsociccione.com/

Io: «No, ma dico, voi due… Sempre e solo a parlare di calcio e delle tette di quelle che passano qui fuori?»
Gli altri: «Eh, e di cosa dovremmo parlare, allora?»
Io: «Mah, non so… di libri, tipo.»
L’altro 1: «Libri? Ma se l’ultimo di libro l’ho letto a scuola!»
Io: «E che centra? Ma non sai che c’è gente che fa il critico letterario, e di libri nel legge anche meno di te?»
Gli altri: «See, addirittura!»
Io: «Guardate che è più semplice di quanto pensiate.… Tu, ad esempio, prova a dirmi qualcosa da critico letterario…»
L’altro 1: «Beh… non so… tipo su un libro?»
Io: «Sì, dai, prova. Qualsiasi cosa.»
L’altro 1: «Ehm, dunque… l’ultimo libro che ho letto mi è sembrato…»
Io: «Ti era piaciuto, quel libro?»
L’altro 1: «Beh, sì, non era male…»
Io: «Quindi…?!»
L’altro 1: «Mi è sembrato… un buon libro?»
Io: «Mmm, puoi fare di meglio.»
L’altro 1: «Ehm… l’ultimo libro che ho letto… uhm…»
L’altro 2: «Ehi, quella non è la (omissis)?»
L’altro 1: «C***o, che vestito s’è messa? Si vede tutto…»
L’altro 2: «Eh, tutto quello che serve! Ti fa vedere il Sole, la Luna e le stelle tutte insieme, quella lì!”
Io: «Ecco, ci siamo! Dunque…?!»
L’altro 1: «Eh?!?»
Io: «Dico, prova a unire le due cose… a fare un riassunto, ecco…»
L’altro 1: «Dunque… ehm… quel libro che ho letto mi ha fatto vedere il Sole, la Luna e le stelle…?!»
Io: «Ecco, bravo. Ancora un paio di frasi del genere, e diventi più bravo di tanti critici che scrivono sui giornali pensando di essere chissà chi!»
L’altro 1: «Dici?»
Io: «Dico. Che poi, guarda caso, sapete chi scrisse che nei libri “c’è tutto ciò di cui hai bisogno, sole stelle luna”?»
L’altro 1: «Ahah, come ho detto io, quasi… No, io non lo so.»
L’altro 2: «No.»
Io: «Hermann Hesse. Che non è un calciatore tedesco, eh! E’ uno scrittore. Bravo, come molti altri. Non tutti, ma molti sì. Provate a leggerlo, magari vi piace.»
Gli altri: «Dici?»
Io: «Dico.»

Il bianco “pieno” tra le parole di Sabrina Mezzaqui

Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, "Che tu sia per me il coltello", ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della scrittura…»
Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, “Che tu sia per me il
coltello”, ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra
le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della
scrittura. Ho poi arrotolato le striscioline del bianco tra le righe, ne ho fatto delle perline che ho infilato in una lunga collanina…»

Sono sempre molto attento a quelle ricerche artistiche che riescono ad unire arti visive e letteratura non solo con suggestione estetica ma anche, e soprattutto, con efficacia tematica, convinto che la letteratura debba recuperare quel titolo di arte a tutti gli effetti che invece i tempi moderni e le storture dell’editoria le hanno troppo spesso strappato via a forza, degradandola a mero bene di consumo e di intrattenimento “leggero”. Di contro, anche l’arte dovrebbe rivendicare il diritto di utilizzare la letteratura come proprio media – in forma e sostanza – naturale, così da intessere nuovamente e solidamente un legame imprescindibile e dal valore fondamentale.
Gli scrittori di frequente sembrano non capire quanto sopra, gli artisti invece pare lo comprendano maggiormente. Ad esempio Sabrina Mezzaqui, in mostra a Cesena fino al 2 Novembre con 4 opere parecchio significative di quanto ho sopra affermato, frutto peraltro di una ricerca artistica nella quale da sempre la letteratura è elemento privilegiato, sia come mezzo che come messaggio, ed il libro oggetto iconico e presenza visiva sovente necessaria – si vedano ad esempio molti dei suoi lavori, QUI (ed eccone uno, di seguito).
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm

Se siete in zona Cesena entro il 02/11, passate a visitare l’esposizione: cliccate QUI per conoscere ogni dettaglio. Credo ne potrete rimanere facilmente affascinati.