Dopo il temporale di maggio

[Foto di Larisa Koshkina da Pixabay.]

Adesso è uscito il sole dopo il temporale di maggio. Com’è luminoso, pieno di freschezza, di tenere promesse e profumato, il mondo nuovo! Il bosco sta mettendo le foglie nuove; è una stagione memorabile. Così ricca di speranza. Queste foglie giovani hanno la bellezza dei fiori. […] Sento forse l’odore delle foglie di betulla da lontano? La maggior parte degli alberi è bellissima quando germoglia, ma soprattutto la betulla. Dopo un temporale, in questa stagione, il sole esce ad accendere le tenere foglie in crescita, e tutta la Natura è piena di luce e profumo – gli uccelli cantano senza posa – e la terra è un regno incantato. Le foglie di betulla sono così piccole che attraverso l’albero si vede il paesaggio, e sono come lustrini verdi e argentati al sole.

[Henry David Thoreau, Diario, 17 maggio 1852 in Ascoltare gli alberi, Garzanti, 2018, pagg.43-44.]

Parole scritte 171 anni fa, ma che si potrebbero scrivere oggi (certo, a essere dei Thoreau!) e avrebbero lo stesso valore, la stessa portata. Il tempo della Terra è questo: per noi umani mortali qualcosa di inconcepibile, solo che continuiamo a “concepire” di poterlo dominare e assoggettare al nostro tempo, invece di cercare con esso la più equilibrata armonia. E subendone le conseguenze spezzo tragiche, inesorabilmente.

La montagna esige l’esperienza reale

[Foto di Albrecht Fietz da Pixabay]

In montagna è difficile vivere, raramente è quel luogo idilliaco inventato dall’immaginario cittadino. Eppure proprio per le palesi difficoltà di accesso e di soggiorno, sperimentate parimenti dal montanaro e dall’alpinista, la montagna sollecita e permette originali, personali strategie di vita. Infatti le difficoltà, i pochi elementi essenziali, i limiti imposti dall’ambiente montano sollecitano tutti i sensi, l’affinamento del pensiero e dell’inventività, concedendo solo un approccio personale, senza il quale ogni tentativo già precostituito e serializzato di qualsiasi pratica fallirebbe.
[…]
Ogni utilizzo di mezzi che non permettano un rapporto diretto con le particolarità dell’ambiente montano, ogni strategia serializzata e omologante, incapace di trovare di volta in volta una soluzione singolare appropriata al continuo mutare delle sue condizioni, fallirà, impedendo l’ascensione nel caso dell’alpinista, un vivere accettabile per chi abiti e lavori in montagna. La montagna esige il contatto diretto, l’esperienza reale, possibile solo passo a passo, lentamente, attraverso raffinate capacità di ascolto, umiltà, flessibilità, inventiva, possibili solo in prima persona, o in piccole comunità di differenti persone, ciascuna preziosa. Le montagne permettono un’evoluzione spirituale, un’inventività pratica eccezionali, perché a contatto diretto con la natura, esperibile anche nella sua pericolosità, estremità, piccolezza, marginalità grazie a una cultura umana consapevole dei propri limiti.

Tratto da E se l’evoluzione fosse in verticale? La montagna come luogo speciale dove sperimentare nuovi modelli di vita, intervento di Francesco Tomatis su “la Stampa” del 20 marzo 2023. Tomatis, professore ordinario in filosofia teoretica all’Università di Salerno, alpinista e garante scientifico di Mountain Wilderness International, è l’autore – tra molti altri libri – di Filosofia della montagna, uno dei testi fondamentali di cultura montana (ne vedete qui sotto la copertina) che ogni frequentatore consapevole e realmente appassionato delle Terre Alte dovrebbe leggere: per comprendere più a fondo e amare ancora di più il proprio andare per monti.

Potete leggere integralmente l’articolo di Tomatis su “La Stampa” cliccando sull’immagine in testa al post.

Italia, «Open to meraviglia» (ma non per tutti)

L’Italia è uno dei paesi con il patrimonio culturale più grande al mondo, ma è pure quello che troppo spesso dimostra di avere un patrimonio di cultura civica terribilmente piccolo.

A tal proposito non posso che convenire con quanto ha scritto qualche giorno fa sulle proprie pagine social Simone Gambirasio, autore, blogger, marketing manager:

Questa settimana sono stato a Cremona, e dei tanti monumenti che avrei voluto vedere solo due erano accessibili in sedia a rotelle. Qualche giorno fa a Milano ho controllato quali negozi non avessero un gradino all’ingresso in corso Vittorio Emanuele e ne ho contati giusto due, ovvero le tanto criticate catene di fast food americane (McDonald’s e Hard Rock Café). Perché? Perché gli americani sanno che l’accessibilità è una caratteristica imprescindibile nel turismo, e che un Paese non accessibile non è considerato un Paese civilizzato nemmeno da chi una disabilità non ce l’ha. Ma noi siamo ancora quel Paese dove la metropolitana se c’è è accessibile a giorni alterni, i taxi accessibili girano solo di giorno (quando ci sono), dove gli ascensori sono un optional e dove molti negozianti se vedono una sedia a rotelle al massimo ti dicono “ti aiuto io”. Una penisola dove le spiagge saranno sicuramente in mano a chi se le merita eh, ma gli stabilimenti accessibili sono spesso un miraggio. […] L’accoglienza dovrebbe partire dai fatti, solo allora forse avremo qualcosa da comunicare e raccontare.

Su Facebook trovate il post nella sua interezza (dal quale proviene anche l’immagine lì sopra) qui.

Dunque: come si può promuovere la cultura del paese quando nel paese la cultura per renderla accessibile a chiunque è così carente? Qualche utente, nei commenti al post, denota che gli USA (dove hanno sede le grandi catene citate nel post) sono più evoluti sul tema perché mezzo secolo fa si sono ritrovati un’intera generazione gambizzata, reduce dalla guerra in Vietnam, alla quale dover assicurare l’accessibilità negli spazi aperti al pubblico. Mi viene da pensare, provocatoriamente: anche in Italia si dovrà affrontare qualche simile dramma per evolvere culturalmente e civicamente su certi temi una buona volta per tutte, e far evolvere il paese di conseguenza?

Ovvio che la risposta è NO. Vero?

Il tempo delle paure

[Foto di David Mark da Pixabay.]

Oggi abbiamo un livello di sicurezza incomparabilmente superiore a quello di ogni altra epoca precedente. Eppure di fronte a orsi, lupi ed altri selvatici, migranti e mille altri fenomeni naturali, oggi siamo precipitati nel tempo delle paure.
L’esposizione mediatica prolungata di messaggi distorti ci fa inabissare nello spavento perpetuo. Di fronte al rischio che deriva dall’esposizione al pericolo è naturale adottare delle contromisure. Dovremmo però anzitutto renderci conto che il vano annientamento dei pericoli non basta a ricomporre un senso di sicurezza.
Senza l’esplorazione di altri valori, come le virtù creative, il piacere, l’invenzione e la corretta comunicazione si rimane costantemente schiavi della paura. Senza l’attivazione di un senso di responsabilità, di conoscenza e relazione con i fenomeni che ci preoccupano, precipitiamo nelle fantasiose ed inefficaci sequele di restrizioni e divieti, così come nel facile abbattimento del plantigrado.
I rischi fanno parte della vita, ma di fronte ad uno stesso pericolo, la reazione delle persone è assai variabile a seconda del carico di ansia che le pervade. È assodato che i comportamenti “superdifensivi” o “iperprotettivi” sono spesso inefficaci o addirittura controproducenti, perché possono sfociare in veri e propri atteggiamenti patologici, volti a controllare gli altri e tutte le avversioni di questo mondo. […]

[Da Il tempo delle paure. Una riflessione sui comportamenti umani in risposta alla paura di Michele Comi, pubblicato su “Montagna.tv” il 01/05/2023. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.]

A quanto scrive Michele Comi – cliccate sul link e leggete il suo articolo interamente, così da ricavarne una comprensione compiuta – mi viene solo da aggiungere un noto pensiero al riguardo del Buddha:

Viviamo nella paura, ed è così che non viviamo.

Una società fondata sul lavoro

[Vincent Van Gogh, La siesta, 1889-1890.]

Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo.

[Leo Longanesi18 febbraio 1957, in La sua signora, Longanesi, Milano, 2017.]

Dunque, in fin dei conti, lavoriamo per poter guadagnare il diritto di riposarci o ci riposiamo per rispettare poi il dovere di lavorare? E se la Repubblica fosse fondata sul riposo, finiremmo per lavorare con più diligenza e maggior profitto comune?