Chiari-Pisa: 300 km di strada, anni luce di buon senso

11160_asini-1Domenica (8 novembre, n.d.s.) sono stato alla Rassegna della Microeditoria di Chiari, uno dei migliori eventi dedicati alla piccola e media editoria indipendente nazionale il quale tradizionalmente si svolge durante il secondo weekend di novembre. Come sempre una bella manifestazione, buona affluenza di pubblico, ospiti interessanti e parecchi amici editori da ritrovare e salutare.
Anche il Pisa Book Festival, fiera dell’editoria indipendente che si svolge nella città toscana, è un bell’evento, rinomato e celebrato. Mi piacerebbe visitarlo con frequenza annuale, come faccio con Chiari, ma non posso. Così come vorrebbero ma non possono farlo tanti altri, e così come parecchi piccoli ma interessanti editori vorrebbero avere uno stand in entrambi gli eventi, ma non riescono. Perché tutti noi, almeno al momento, non abbiamo il dono dell’ubiquità. Già, perché – spiego meglio – due eventi così interessanti per lo stesso ambito editoriale nazionale, si svolgono nelle stesse identiche date – durante il secondo fine settimana di novembre, appunto.
Ne scrivo ora che tutto è finito per evitare polemiche e mi chiedo – probabilmente ve lo chiederete anche voi: che senso può avere una cosa del genere? Cui prodest? Ne ho parlato per l’intera giornata con tanti operatori del comparto editoriale indipendente presenti a Chiari e con altri lettori abituali visitatori di eventi del genere: beh, francamente non siamo riusciti a darci una buona risposta. Qualche editore, peraltro, ha deciso di essere effettivamente presente in entrambi gli eventi, ma potete ben immaginare le difficoltà logistiche e i sacrifici sostenuti – stiamo parlando di piccole-piccolissime realtà imprenditoriali dove spesso, per contare le persone che lavorano, le dita di una sola mano sono ben più di quanto serva.
Ora: le considerazioni sostenute ieri in merito saranno state certamente superficiali; possiamo pure ammettere che Pisa si sia sovrapposta a Chiari – il cui evento, bisogna dirlo, è da sempre piazzato in quel punto del calendario mentre il festival pisano è più errante, in tal senso – per ragioni inderogabili e incontrovertibili, e in ogni caso qui non voglio muovere alcuna accusa in un senso o nell’altro, ci mancherebbe. Tuttavia, ribadisco, chiunque abbia constatato la cosa non ha potuto evitare un più o meno ampio sconcerto, addirittura paventando motivi di (inopinato) mutuo sgarbo per chissà qual ragione: speculazioni, certo, ma di difficile confutazione, visti i fatti, e soprattutto pressoché inconfutabili agli editori i quali, ribadisco, si sono ritrovati nella maggior parte dei casi a dover drasticamente scegliere l’evento nel quale essere presenti. E fate conto che un piccolo editore conta molto su tali eventi pubblici per farsi conoscere, primo, e per vendere in modo cospicuo i propri libri come altrimenti impossibile, secondo. Due necessità vitali, inutile rimarcarlo.
Posto quanto sopra – e datemi pure del malevolo, dopo aver letto quanto state per leggere – mi risulta difficile non constatare che dietro tale sovrapposizione/contrapposizione vi sia parecchia mancanza di buon senso. Già il settore dell’editoria indipendente nazionale è in balìa di infinite traversie, non solo commerciali, nonché delle mire oligo-monopolistiche della grande editoria e della distribuzione ad essa legata – e facciamo finta di non considerare le sempre più deprimenti statistiche sullo stato della lettura in Italia… Ci manca solo che ci si danneggi vicendevolmente in questo modo, finendo per “rubarsi” pubblico, editori (soprattutto) e attenzione mediatica nazionale!
Di contro – sarò sempre malevolo, vedi sopra – mi viene pure da considerare, sarcasticamente, che tutto ciò è assai emblematico del clima che (purtroppo) si respira nell’editoria indipendente nazionale, nella quale per controbattere la prepotenza commerciale e industriale (nonché politica) della grande editoria si fatica ancora terribilmente a fare rete, a creare un fronte comune attivo e reattivo, a seguire il vecchio e sempre valido precetto “l’unione fa la forza”. Si fatica a capire, per essere chiari (aggettivo e non toponimo, qui!), che se non si farà qualcosa per guarire dalla debolezza strutturale della filiera indipendente e diventare un soggetto il più possibile univoco e prestante ai vari tavoli di trattativa commerciale e politica, ci si presterà soltanto al gioco della grande editoria e delle sue mire di dominanza sempre più assolute.
E, se così posso dire, sarebbe il caso di non far diventare quei 300 km (scarsi) citati nel titolo del presente articolo una distanza ben più ampia, se non incolmabile, tra sorte avversa e buon senso, ecco.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Una assurdità dura (a morire) come il marmo. Quello delle ormai sfigurate Alpi Apuane.

Il Picco Falcovaia nel 1960.
Il Picco Falcovaia nel 1960.
Il Picco Falcovaia nel 2014 con le cave Cervaiole.
Il Picco Falcovaia nel 2014 con le cave Cervaiole.
Quando il mondo non va come dovrebbe e il buon senso non viene più utilizzato per la sua gestione, può capitare che una certa “cultura”, da elemento di valore e importanza assoluti, diventi incredibilmente l’opposto, un deleterio fattore di degrado e di distruzione del valore di ulteriore cultura ancora buona e utile, e altrettanto importante (se non di più).
Perché sto disquisendo di cultura anche ora, qui, nonostante le fotografie lì sopra vi potrebbe far pensare diversamente.
E disquisisco della questione dell’escavazione di marmo nelle Alpi Apuane, che rappresenta un perfetto esempio di ciò, nonché di come l’insensato interesse di pochi possa arrecare danni gravissimi a tutti quanti – le foto suddette credo siano assolutamente eloquenti. Sviluppatasi (soprattutto negli ultimi anni) in base a una incredibile ristrettezza di vedute strategiche industriali e imprenditoriali, sostenuta da motivazioni ormai puerili e del tutto confutata dall’effettiva ricaduta economica sul territorio – assente, se non per pochissimi, appunto – che anzi è stato definitivamente impoverito, spaventosamente sfregiato oltre che gravemente inquinato (con gli scarichi degli impianti di escavazione, ad esempio), l’escavazione del marmo apuano è una pratica che sarebbe finalmente l’ora di fermare definitivamente, per come si configuri senza più alcun dubbio quale scempio terribilmente irrazionale e dannoso, non solo in senso ambientale.
Perché, io credo, seppur essa sia portatrice d’una cultura industriale secolare – con tutte le risapute ricadute artistiche, poi – mi pare una vera e propria assurdità che al fine di continuarla pervicacemente, nonostante le palesi sconvenienze d’ogni sorta, si giunga a distruggere una cultura innegabilmente e inevitabilmente più importante, qual è quella ecologica, ambientale e dell’estetica del paesaggio i cui benefici sono per tutti, non solo per pochi.
Una incredibile, inaudita, folle assurdità.
Purtroppo, ahinoi, siamo nel paese dei piccoli e meschini egoismi, dei cinici tornaconti materiali, dei privilegi tanto più concessi a chi meno ne sarebbe degno,che con la complicità di politicanti ottusi (e non solo) diventano diritti inalienabili, obblighi, vincoli e prescrizioni imposte a tutti, anche se, ribadisco, fanno guadagnare ben pochi a scapito di tutti gli altri.

Visitate il sito http://www.salviamoleapuane.org/, è il miglior strumento sul web per conoscere nel dettaglio la questione e per comprenderne tutta l’importanza, nonché l’attuale drammaticità. Nella pagina facebook Alpi Apuane: le montagne che scompaiono, invece, troverete altre immagini significative sullo stato dell’estrazione di marmo nelle Alpi Apuane (da lì vengono anche quelle che vedete in testa al post).

Lucerna, e quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, sempre.

12088253_10153748525925854_1673698267206737407_nvirgoletteLucerna è un prodigio, a sua volta.
Una città piccola, minuscola in buona parte del resto del pianeta, eppure grandissima. Capace di rendere nuovamente l’aggettivo urbano un sinonimo di “civile”, non solo di “cittadino”.
E’ una metropoli in miniatura e insieme un villaggio esteso, un congegno generatore di energia civica che corre a pieni giri eppure resta silenzioso, senza scuotimenti, senza vibrazioni fastidiose.
E’ la sensazione strana e oltremodo piacevole di essere, se così posso dire, nel posto giusto al momento giusto – in uno dei pochi posti “giusti” rimasti a questo mondo. E fa nulla se non si capisce e capirà il perché di ciò, il motivo, e il tutto rimarrà allo stato di effimera e vuota percezione – in fondo, potrebbe anche solo essere il frutto della reiterata buona predisposizione d’animo prima citata e indotta pure dal mero stare, in questo posto giusto… Fa niente, appunto: si è, qui, ed è già una cosa bella.
Lucerna è una formula matematica trovata da una mente geniale, creativa e fantasiosa, che non solo risolve un problema ma svela la possibilità di ulteriori e sorprendenti rivelazioni.
E’ un raggio di luce solare che sempre trova il modo di bucare anche la coltre nuvolosa più densa, cadendo a illuminare terreni floridi e fecondi, non brulle praterie incolte.
E’ una creatura avvenente e affascinante, elegante e sensuale, mai sfacciata, mai pacchiana o troppo appariscente. Ti conquista dal primo istante in cui l’hai davanti ma non ti stordisce, non ti frastorna infidamente, anzi, ti impone in qualche modo di prestare ad essa fin da subito la massima attenzione e la più grande considerazione, e tu subitamente lo fai perché capisci che è la cosa più inevitabile da fare. E non ti genera nemmeno soggezione, o eccessivo ritegno perché, ugualmente dal primo istante, ti offre la sua mirabile avvenenza e tu ne puoi godere subito, provando dentro la sensazione piacevole di non essere in un luogo sconosciuto e per questo oscuro, ma al contrario comprensibile, cristallino, per certi versi domestico. Aristocraticamente affabile, e pronto da subito conferirti in animo la stessa sua nobiltà – la sua stessa preziosa, pregiata, insigne bellezza.
E’ un luogo generatore di speranza, o forse custode di essa, uno dei pochi rimasti di quelli in cui l’uomo sia stato presente e lo sia ancora in modo rilevante. Speranza che ancora la bellezza non si sia del tutto guastata, che ancora resista nella sua essenza salvifica – la dostoevskijana bellezza che salverà il mondo, o la dannunziana difesa della bellezza che è in noi – che è parte fondamentale di una buona vita da vivere. Speranza che l’armonia riscontrabile qui sia rintracciabile anche altrove, o in qualche riproducibile. Speranza di poter tornare ancora qui, sperando che nulla, ancora per lungo tempo, possa intervenire a guastare questa armoniosa bellezza cittadina. (…)

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00

Futuribili best seller per l’umanità di domani (o per quel che ne resterà…)

No comment, giusto?

(P.S.: applausi a scena aperta a Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto quanto sopra. Andatela a conoscere, Visiogeist, che merita alla grande e per più motivi!)

(P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora in versione “ampliata”, qui.)

Dell’arte di pubblicare libri d’arte, e del suo stato attuale (dal recente Forum dell’Arte Contemporanea di Prato)

OPCOMMWEB_ArtBooks_201211Sapete che mi occupo di frequente, qui sul blog, di commistione tra arte visiva e arte letteraria, ovvero tra opere artistiche contemporanea ordinariamente dette e libri (che arte sono, appunto, ma spesso ignoriamo la cosa anche per colpa di chi li scrive).
Tuttavia, disquisendo di vari argomenti e, per così dire, osservano la questione dalla parte opposta, è interessante considerare quando non sia l’arte visiva a inglobare in sé il libro – come soggetto, oggetto, concetto o che altro – ma viceversa siano i libri a inglobare l’arte, ovvero a trattarla, a esserne media culturale. In effetti i testi d’arte sono un settore del mondo editoriale e letterario assai articolato e importante, non solo in tema di incidenza sulla produzione libraria, ma sono pure un genere – se si può usare il termine anche in questo caso – ricchissimo di opere fondamentali dal peso culturale notevole nonché di potenzialità letterarie veramente interessanti e non solo riservate, riguardo la lettura e temi trattati, agli appassionati d’arte. Ultimo ma non ultimo, pure i libri d’arte sono parte (scusate la eco onomatopeica!) di quel grande, variegato e tribolato pianeta dell’editoria – di quella nostrana nello specifico, dunque a loro volta e a loro modo indicatori di come stiano andando le cose, sulla sua “superficie” e pure in profondità.
Al recente Forum per l’Arte Contemporanea di Prato si è svolto un illuminante dibattito sul tema, dal titolo Editoria: circolazione della conoscenza e a cura di Barbara Meneghel. Ne ha ricavato un report completo Marco Arrigoni per il magazine d’arte contemporanea ATPdiary.com, che vi riproduco di seguito – ringraziando di cuore la redazione del magazine per avermi concesso il consenso alla pubblicazione.

Best-Books-of-2013-Gwarlingo-CollageEditoria: circolazione della conoscenza – #ForumArteContemporanea
“Io mi chiedo se esista davvero un pubblico interessato alle nostre pubblicazioni”… si parla di editoria al Forum dell’Arte Contemporanea a Prato.
Marco Arrigoni, 27 Settembre 2015

Un altro dei temi ‘caldi’ trattati al Forum dell’Arte Contemporanea di Prato – nella sezione “Comunicazione e rapporto coi media” – è stato introdotto da Barbara Meneghel, critica e curatrice indipendente, che ha coordinato “Editoria: circolazione della conoscenza”. A partecipare sono stati critici, editori, giornalisti, direttori di testate.
Ecco i temi affrontati: circolazione dei testi d’arte; reperibilità di testi stranieri in Italia; presenza di bookshop specializzati; distribuzione dell’editoria italiana all’estero; percezione dei testi italiani all’estero; bookshop di musei e fondazioni in Italia; fiere di editoria specializzate di arte contemporanea; cosa significa lavorare per riviste italiane o per riviste straniere in Italia; rapporto tra prodotto cartaceo e rivista online; grafica; rapporto tra prodotto editoriale e mostra.
Il tutto, chiarisce Barbara, mantenendo ben distinti spazio online e luogo fisico di reperibilità del testo.
Alcuni elementi emersi durante il confronto.

Ingrid Melano, fondatrice e presidente dell’organizzazione no profit The Art Markets
Il mio progetto, The Art Markets, nasce nel 2009 ed è uno spazio dedicato ad esperimenti e a progetti di arte contemporanea, inizialmente solo online, mentre da quest’anno ho aperto un bookshop a Milano. In Italia sicuramente ci sono distributori più grandi e collegati a realtà già ben stabilite. In Europa, poi, ci sono realtà editoriale già molto consolidate, soprattutto a Londra e Parigi. Mi pareva che in Italia, però, mancasse un progetto di questo tipo e noi lo abbiamo creato, sia per pubblicazioni italiane che estere. Tuttavia, servirebbe un sostegno da tutto il sistema editoriale italiano. E’ molto difficile creare una rete sia di bookshop generici che di musei, anche perché ci sono realtà editoriali appoggiate a sistemi più conosciuti, come Mousse.

Elena Bordignon, fondatrice e direttrice editoriale del magazine d’arte contemporanea ATPdiary.com
Trovo eroico chi produce libri in tirature limitatissime. Il vero problema sono le fiere di arte contemporanea in senso stretto. Sono stata invitata – con non poche gratificazioni – a partecipare e diverse fiera d’arte in Italia, luoghi importantissimi per piccoli editori e testate sul nascere. Bisogna però sottolineare che, spesso si rilega l’editoria in fondo alla fiera, o in zone poco battute. Qualcosa sta decisamente cambiando, penso ad esempio alla sezione #ArtissimaLive promossa quest’anno ad Artissima: un’area dedicata esclusivamente alle riviste digitali. (…) Penso che il problema stia nel fatto che nello stesso sistema dell’arte si creano tali meccanismi di ‘esclusione’. Bisognerebbe dunque lavorare su questo aspetto di promozione e sostegno dell’editoria, sia essa legata alla produzione di libro d’arte, catalogo o magazine specializzati. Se un direttore di una fiera ritiene che bisogna potenziare la parte principale (o commerciale) legata alle galleria, questo non toglie che vada a discapito della sezione dedicata all’editoria. Bisogna, a mio parare, sensibilizzare questa figure: direttori di fiere, ma anche direttori di musei e fondazione a dare più ampio spazio agli editori, figure importanti nella circolazione della conoscenza legata all’arte contemporanea.

Giovanna Silva, fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice Humboldt
Il problema principale di un editore è quello di farsi conoscere. Io ho aperto la mia casa editrice tre anni fa, riservata ad una narrativa di viaggi. Inizialmente i libri erano distribuiti in diverse librerie generiche. Poi la casa editrice ha cominciato ad interessarsi anche di editoria d’arte, il cui mercato è molto diverso. Noi facciamo un libro con un artista, poi chiediamo in quale bookshop vuole che venga esposto. La realizzazione di molti libri nel mercato dell’arte è pagata, ma alcuni libri che faccio sono a mio carico: è in questa misura che il problema della distribuzione è davvero importante. Bisogna poi considerare che in Italia i bookshop dei musei sono ancora in mano ai grandi gruppi editoriali (Electa, Skirà,…).

Francesco Valtolina, art director della rivista d’arte contemporanea Mousse magazine e della casa editrice Mousse Publishing
Io mi chiedo se esista davvero un pubblico interessato alle nostre pubblicazioni e me lo chiedo in modo autocritico. La maggior parte delle vendite dei titoli di Mousse in Italia sono confinate all’interno della specificità di quel titolo. Quando si dovrebbe parlare di distribuzione vera e propria.

Eleonora Pasqui, editor presso Damiani
Nasciamo con un’attenzione particolare per il ciclo vitale del libro, dall’idea, all’evoluzione, sino alla formazione. Io mi sono imbattuta in realtà davvero disastrose e quindi risulta difficile capire se davvero esiste un bacino d’utenza per i libri Damiani. Spesso non si sa neanche come proporre i nostri libri e questo è un problema enorme. Poi, nel momento in cui ci sono incontri con la catena degli agenti, le persone non ti ascoltano nemmeno. I problemi sono diversi. Dopo 7 anni di disastri, di 50% di resi, essere presenti in migliaia di punti vendita e non essere da nessuna parte, abbiamo cambiato completamente e ci siamo rivolti ad un distributore molto più piccolo, con solo 5 agenti e un numero di punti di vendita molto inferiore, ma i resi sono diminuiti di parecchio. Questo è il mercato italiano, quello estero è completamente diverso: esiste una preparazione degli agenti di vendita completa, reale: vengono da percorsi di studi d’arte, sono appassionati…

Mirko Smerdel, cofondatore di Discipula, collettivo di ricerca e casa editrice indipendente
Il mio è un punto di vista diametralmente opposto al vostro: noi non siamo una casa editrice, ma un gruppo di artisti che usa il libro per diffondere il proprio lavoro. Abbiamo provato a diffonderlo in Inghilterra e ha funzionato; per la nostra situazione sono molto più importanti le fiere, in cui andiamo a dare personalmente i libri a bookshop, come li distribuiamo personalmente in giro per l’Europa. Discipula non è una rivista che si compra perché già si conosce. (…) Facciamo libri che devono essere ogni volta promossi e dove l’aspetto “tattile”, dimensioni, carta, grafica, diventano essenziali. Per noi è come fare una mostra. Il problema della distribuzione esiste, ma è importante far capire che esistiamo, quindi qualsiasi tipo di social può essere utile in questo, però sicuramente l’unico modo per l’editoria indipendente sono le fiere, perché sono oggetti che hanno bisogno di essere conosciuti fisicamente.

Saul Marcadent, curatore, visiting professor e consulente
Mi occupo di esperienze editoriali molto piccole, a bassa tiratura, con contenuti di ricerca. Il valore dell’editoria italiana è molto articolato, è cangiante, cambia velocemente. Nel 2009 non esistevano esperimenti, come nemmeno dei progetti pronti ad accogliere ed ospitare certe realtà. C’era stato un boom del free press… e le cose sono cambiate. Ora c’è una varietà interessante di piccola editoria. Due anni fa sono stato invitato da Jacopo Benassi a curare la rassegna Toner (La Spezia), che aveva creato con Cristiano Guerri. Non è facile. In due anni il pubblico è aumentato, quindi c’è, va coltivato e costruito, ma sicuramente non sono grandi numeri. Mi piace l’idea di creare una situazione tale da far venire a La Spezia anche pochi editori, ma interessati a discutere e a confrontarsi.

Pia Capelli, giornalista per Il Sole 24 Ore
Io non mi relaziono ad un ambito di nicchia, ma più mainstream. Ho individuato degli sfasamenti tra pubblico ed oggetto-libro d’arte. Il primo è che c’è molta più gente che scrive d’arte, che gente che legge d’arte. In tal senso, c’è una notevole differenza tra il mondo anglosassone e quello italiano: c’è un’abitudine diversa alla lettura di libri d’arte. Il problema è l’abitudine alla lettura della saggistica d’arte. In Italia si legge poco, eppure si leggono molti libri sul tè verde, sul cibo… Quindi, si legge poco d’arte contemporanea perché c’è poca abitudine alla stessa. E’ un sistema che andrebbe attivato in maniera diversa. L’arte contemporanea è un soggetto, sono delle storie. Inoltre, l’oggetto del libro d’arte è costoso, deve essere bello e non sempre la saggistica che arriva in Italia è bella. Anche libri importanti finiscono con l’essere tradotti in ritardo e finiscono nel dimenticatoio. La proposta è di creare un’abitudine alla lettura d’arte, che diventi un acquisto raffinato, magari anche costoso. Ma se non ce lo facciamo con le tirature generaliste è ancora più difficile farlo con le tirature limitate.

P.S.: trovate la versione originale dell’articolo su ATPdiary.com qui.