Grandi misteri irrisolti (o quasi)

Vi sono dei grandi misteri, in questo nostro mondo, che continuano a permanere enigmatici sfuggenti, inspiegabili.

Gli UFO, ad esempio: veramente delle civiltà extraterrestri visitano il nostro pianeta con le loro astronavi?

Oppure: nel lago scozzese di Loch Ness sopravvive sul serio una mostruosa creatura preistorica?

Il mitologico continente di Atlantide è realmente esistito?

E come fa Kirsty Coventry, la presidente del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, a sostenere che quella delle Olimpiadi di Milano Cortina è «un’organizzazione meravigliosa» a fronte dei soldi pubblici spesi oltre ogni limite, della gran parte delle opere incompiute o nemmeno iniziate, di quelle fatte male e inutili, degli gravi impatti ambientali e paesaggistici, dei tanti, troppi disagi imposti alle popolazioni coinvolte e di tutto il resto che abbiamo dovuto contemplare in questi anni?

È un mistero inspiegabile, appunto. Forse.

In ogni caso di tale mistero se ne occupa anche l’ultimo numero (il 1650, in edicola dal 30 gennaio) di “Internazionale”, dimostrandone di nuovo tutta la sconcertante inestricabilità:

Noi che parliamo con gli alieni? Seee, come no!

Visto come sta andando il nostro mondo (da schifo, certo), e quanto molte parole terribili come “massacro”, “genocidio”, “guerra nucleare” eccetera siano ormai all’ordine del giorno, mi torna spesso in mente quella storiella che dice di quanto sia affascinante la ricerca di altre forme di vita intelligenti nell’Universo portata avanti da alcuni enti scientifici e al contempo di come sia inutile: non perché non siamo in grado di captare i segnali degli alieni, semmai perché gli alieni non hanno assolutamente voglia di parlare con noi del pianeta Terra.

E nel caso invece decidessero di parlare con noi – mi immagino un alieno particolarmente prestigioso che faccia da portavoce per tutte le civiltà dell’Universo prossime alla Terra – sono certo che ci direbbe qualcosa del genere:

Spettabili terrestri,
scusateci tanto, ma con che coraggio pretendete di entrare in contatto con noi, voi, con tutto quello che da secoli e in maniera sempre peggiore combinate a voi stessi e al vostro pianeta? Ok, avete fatto qualcosa di buono – le arti, certe scoperte scientifiche, le opere di alcune vostre figure ammirevoli – ma ciò non è bastato a fermare la vostra perenne volontà di distruggervi a vicenda e distruggere il mondo sul quale abitate. Anzi.
Credete di poter parlare con noi, creature viventi di altri mondi, quando non siete mai riusciti nemmeno lontanamente a comunicare con le creature viventi del vostro mondo, quelle con cui coabitate la Terra. E al riguardo non veniteci a dire dei vostri cani o degli altri animali domestici, suvvia: dei semplici schiavi assoggettati ai vostri banalissimi comandi! D’altro canto di frequente neanche fra di voi sapete comunicare, si veda quanto ho detto prima sulle guerre devastanti che con immutabile impegno scatenate continuamente e alle atrocità che ne conseguono.
E, con tutto ciò, sul serio pensate di poter parlare con noi e che noi abbiamo voglia di dialogare con voi? Ma fateci il favore… Gran bella spocchia, complimenti proprio!
Facciamo così: ci vediamo tra qualche vostro secolo, quando sarete guariti da tutte queste vostre spaventose pazzie, se ci riuscirete. E sempre che non vi autodistruggiate prima, ovviamente: cosa peraltro parecchio probabile.
Addio!

In un mondo normale gli “ambientalisti” non esisterebbero

[Foto di Evgeni Tcherkasski da Pixabay]

Non dovremmo avere bisogno di definire chi si preoccupa dell’ambiente. Dovrebbe essere una cosa scontata. Non abbiamo una parola d’uso comune per definire, per esempio, le persone che hanno due mani. Due mani è l’ovvia norma, perfetto, e dunque la necessità di comunicare questa caratteristica non si presenta con una frequenza tale da necessitare di un vocabolo apposta. Preservare l’ambiente, avere due mani: cose ovvie. Da un punto di vista strettamente logico mi sembra che l’unico motivo per disinteressarsi del collasso del pianeta Terra sia non essere terrestri. Se uno è di Ganimede, o di un’altra luna di Giove, potrei capire che dell’effetto serra e dell’acidificazione degli oceani gliene freghi il giusto. […]
Ma se invece uno è un terrestre che abita sulla Terra, e non può volare via, allora il suo concetto di normalità dovrebbe presupporre il preoccuparsi dell’ambiente. L’essere ambientalista. Pensa un po’.
Abbiamo escluso però che gli ambientalisti possano essere normali, e dunque ecco che, procedendo lungo il rettilineo della deduzione logica, siamo arrivati al punto in cui noi tutti, umanità, dobbiamo concludere di avere un serio problema di alieni. Sennò non si spiega. Tra l’altro, guardando la televisione e leggendo i giornali, era facile da indovinare.

Sono stralci di un articolo assolutamente sagace e illuminante – per come descriva cose ovvie che la gran parte di terrestri riesce incredibilmente a considerare opinabili – intitolato La parola “ambientalista” (e gli alieni) firmato da Davide Rigiani per “Il Post”, che l’ha pubblicato il 21 dicembre scorso. Un articolo nel cui senso peraltro io mi ci ritrovo pienamente e che vi invito a leggere (anche se qualcuno farà di tutto pur di non capirne il senso, purtroppo): lo trovate qui.

En passant, vi consiglio anche il romanzo d’esordio di Rigiani, Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino (Minimum Fax), altrettanto sagace, illuminante nonché alquanto divertente.

L’invenzione più rivoluzionaria

P.S. – Pre Scriptum: il racconto che potete leggere qui sotto lo scrissi anni fa come parte di una raccolta mooooolto particolare al momento ancora inedita. Forse prima o poi verrà pubblicata ma, ora, lo vorrei dedicare ai tanti amici e conoscenti che si impegnano con sincera passione e grande senso civico a migliorare e far evolvere la civiltà nella quale viviamo, anche attraverso il sostegno e la promozione di pratiche quotidiane molto più virtuose, benefiche e umane rispetto ai modi con i quali oggi viviamo le nostre città, sovente rendendole luoghi pericolosi e malsani.

Buona lettura.

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L’invenzione più rivoluzionaria

Di tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse ma, come spesso succede per ogni novità quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita. Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei Megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto bizzarre, inopinate insomma.
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale «frutto di tecnologia sfrenata», «spregiudicato orpello da bislacca fantascienza» o simili definizioni biasimevoli. Ma come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto, quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali), trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari, gioielli tecnologici di colpo divenuti – nell’impressione della gente – obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

Qualche prezioso attimo di assenza

[Foto di Yusuf Evli da Unsplash.]
Ieri sera io e il segretario Loki eravamo fuori casa, dopo le 22, e c’era una tale assenza di vento, di gente per la via o di auto in transito, una così insolita immobilità delle chiome delle piante e delle foglie secche in terra, nessun cane abbaiante o animale del bosco vociante e neanche un aereo sorvolante e nessun altro rumore udibile, e l’aria era così in equilibrio tra tepore e frescura (dovrebbe fare ben più freddo, già) da sembrare una performance immateriale di stone balancing e persino le stelle nel cielo lievemente velato brillavano senza far troppo luminoso trambusto – viceversa di quando il cielo è così limpido, come in certe sere ventose, che le stelle ti sembra di sentirle ronzare, per quanto brillano… – e tutto questo originava un tale inopinato silenzio, di quelli che è rarissimo percepire stando in mezzo alla cosiddetta civiltà, che mi è tornata in mente una scena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, il celeberrimo film di Spielberg, quando dopo alcuni attimi di silenzio e immobilità irreali i protagonisti della pellicola vengono sorvolati da alcuni abbaglianti UFO restandone sbigottiti.

Invece no, niente astronavi aliene, ieri sera. Nessun extraterrestre in visita alla Terra ma qualcosa di extra-ordinario senza dubbio, un momento di niente che conteneva moltissimo, la presenza contemporanea di tante assenze… insomma, una inaspettata sospensione temporanea del frenetico turbinare del mondo, all’apparenza, il quale in effetti a volte gira fin troppo veloce e fa un gran rumore ma quasi nessuno ormai pare infastidirsene mentre, io credo, qualche attimo di quiete, di silenzio, di immobilità generale, non farebbero affatto male – se li si sa apprezzare, naturalmente. E ci darebbero pure maggior consapevolezza di quel notevole rumore che altrimenti disturba il mondo e la nostra quotidianità, già.