
Inevitabile dedicare un articolo di questa sezione denominata Intervallo alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo e alla sua recente riapertura (è stata inaugurata lo scorso 9 Maggio 2014), un evento di altissimo valore simbolico per quanto la biblioteca ha subìto e, di conseguenza, ha rappresentato – suo malgrado – non solo nella storia della Guerra di Jugoslavia ma, lo si può ben dire, per l’intera vicenda culturale europea moderna.
Cliccate sull’immagine per saperne di più, oppure QUI per leggere un interessante articolo di approfondimento sulla storia della biblioteca, dal sito balcanicaucaso.org.
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1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?
Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.
P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.
P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.
Se il gergo non fa altro che istupidire la gente (Tom Robbins dixit #2)
Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)
Una piccola ma intensa lezioncina di semantica in perfetto Tom Robbins style. Che mi trova perfettamente concorde, dacché la generale scarsa attenzione al senso e al significato delle parole, e la conseguente perdita di ricchezza linguistica, è un’altra deleteria sconfitta della nostra società contemporanea.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.
Libro vs ebook: ne resterà soltanto uno? Macché, nient’affatto!

L’avrete forse già vista in giro, questa divertente e sagace vignetta, la quale nella sua ironia cela probabilmente il senso del destino dei due oggetti che ad oggi sono LA letteratura – il libro di carta, dal passato ai giorni nostri, l’ebook dai giorni nostri fino ad un futuro più meno prossimo/anteriore/lontano. Ed è un po’ lo stesso destino – mi viene da pensare – che caratterizza il videogioco per il bambino contemporaneo, per il quale quello è il gioco, appunto, l’oggetto che direttamente e indubitabilmente lo rappresenta e lo offre, finché lo stesso bambino si ritrova di fronte una scatola di Lego, od altro di simile “antico” genere, e resta sconcertato di come quelle costruzioni all’apparenza rozze e primitive possano invece regalare un divertimento pari, se non superiore, a quello dell’amata consolle.
Ad oggi non è ancora nata la generazione per la quale il termine “libro” viene direttamente associato ad un lettore digitale e ad un relativo file; il libro è ancora quell’oggetto di carta con la copertina più o meno colorata, le pagine scritte ed eventualmente le figure. Credo dovranno passare ancora un paio di generazioni, almeno, affinché si realizzi quel cambiamento, ma la strada è segnata, e contrastarla credo sia un esercizio di futile ottusità. Tuttavia, sono ugualmente convinto che il libro di carta non ha affatto il destino segnato, anzi, che la diffusione sempre crescente dell’ebook potrebbe nuovamente illuminarne l’infinito e immortale fascino, e soprattutto a chi, tra qualche tempo, lo osserverà più come un oggetto vintage.
Eppoi, proprio come illustra così bene quella vignetta e al di là della banalità (pragmatica, però!) della cosa, persino tra 100 o 1.000 anni un ebook che voli da balcone di casa si frantumerà, mentre il libro di carta tutt’al più si sgualcirà un poco. Insomma, la sua bella (se pur piccola) dose di immortalità al libro nessuno mai gliela toglierà!
P.S.: E se a un bambino contemporaneo non piacessero i Lego o altri giochi del genere, beh, mi preoccuperei seriamente per lui!
“Il futuro è un letto ad acqua a tre piazze” (Tom Robbins dixit)
Le informazioni a proposito del concetto di tempo non possono essere impartite in maniera semplice e diretta. Come pezzi di mobilia, per farle passare dalla porta bisogna inclinarle e ribaltarle. Se il passato è un buffet di quercia le cui zampe debbono essere svitate e i cassetti estratti prima che, così modificato, possa essere appoggiato sul fianco nell’atrio della nostra mente, allora il futuro è un letto ad acqua a tre piazze che difficilmente ha qualche possibilità, soprattutto dovendolo portare in ascensore.
I miliardi di persone che insistono nel percepire il tempo come un incessante perseguimento del futuro, continuano a comprare letti ad acqua che non riusciranno mai a procedere oltre la veranda o l’ingresso di casa. E se la missione dell’uomo consiste nel risiedere nella pienezza del presente, allora non c’è più posto per i letti ad acqua, comunque vadano le cose, nemmeno avendo la possibilità di calarli attraverso un lucernario.
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.362.)
Tom Robbins, uno dei pochi autori di letteratura in circolazione, oggi, capaci di dire cose che pochi dicono in un modo che pochi sanno ugualmente utilizzare. Uno che alle dita ha otto anelli molto appariscenti “perché 23 non posso metterli“. Un pazzo, sotto certi aspetti – ma sapete, a volte la pazzia è soltanto il modo con cui la gente incapace di capire chiama la genialità.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.