[Impianti di risalita al Passo del Tonale. Immagine tratta da www.skiresort.info.]Si richiama di frequente la necessità di trovare un compromesso per la gestione dello sci su pista da qui ai prossimi anni, visto il divenire della sua realtà soggetta alle conseguenze della crisi climatica, delle dinamiche socio-economiche, delle abitudini turistiche diffuse e delle altre variabili riscontrabili al riguardo.
Bene, ecco qui alcuni punti che potrebbero strutturare un tale compromesso [1]:
Mantenimento allo stato dell’arte deicomprensori posti oltre i 2000 metri di quota, previe garanzie massime e accertabili di sostenibilità ambientale attiva e passiva.
Progressiva dismissione dei comprensori posti sotto i 2000 metri di quota con sviluppo di specifici progetti di frequentazione turistica sostenibile e di sostegno alle economie circolari locali non turistiche.
Nessun nuovo impianto di risalita al di fuori delle aree sciistiche attive.
Utilizzo calmierato della neve artificiale, nei comprensori attivi, con chiare garanzie di salvaguardia delle risorse idriche locali e nessuna deroga.
Regolamentazione organica dei flussi turistici al fine di prevenire e evitare fenomeni di iperturismo che ledano il benessere abitativo delle comunità locali.
Partecipazione attiva delle comunità locali nelle dinamiche decisionali afferenti alla gestione dei territori sui quali insistono le attività turistiche.
Ecco. Ce ne potrebbero essere molti altri di questi punti e di sicuro ce ne saranno ulteriori che si dovranno elaborare in forza dell’evoluzione della realtà montana: ognuno potrà elaborarli in base alle proprie esperienze e punti di vista ma con l’intento ben chiaro di alimentare l’ormai necessario dibattito sul tema.
[1] Naturalmente si potrebbe anche sostenere che di “compromessi” non ce ne sia affatto bisogno o che non sia lecito e logico formularne, visto il divenire della situazione e gli effetti che si manifesteranno a breve sulle montagne. Ma è un’ipotesi che abbisogna di altre considerazioni che semmai farò più avanti.
Alcuni amici nelle scorse settimane mi hanno esternato il proprio sconcerto, per non dire altro, osservando nelle immagini diffuse dai media come quella soprastante (già pubblicata qui) l’enorme cantiere e la conseguente pesante alterazione di un’ampia fascia del versante del Mottolino, a Livigno, nella quale sorgeranno alcune delle piste e delle infrastrutture per le gare olimpiche di Milano Cortina 2026.
Fatto sta che a lavori finiti, la superficie interessata dai lavori verrà sistemata, ricrescerà l’erba e, magari, si avrà cura di far ricrescere almeno un po’ degli alberi abbattuti. Tutto ciò, come accade in questi casi, verrà portato quale “ottimo” motivo dai committenti dei lavori per sostenerne la bontà. «Non c’è stata nessuna devastazione delle montagne, è tutto come prima!» probabilmente affermeranno.
No, c’è stato di peggio: l’artificializzazione di un’ampia porzione di montagna, alla quale è stata modificata la morfologia, l’equilibrio naturale, alterata la superficie e la cotica erbosa ove presente sotto la quale vi saranno tubi, cavi, pozzetti, impianti vari al servizio delle infrastrutture di superficie. D’altro canto basta osservare un pendio montano sul quale transita una pista da sci per comprendere subito la notevole differenza rispetto a una zona ancora naturale e gli effetti della presenza della pista sul terreno. Lassù al Mottolino sarà come avere di fronte un androide: fuori apparentemente tale e quale a una persona vera, dentro un corpo artificiale, metallico, pieno di cavi e di schede elettroniche.
Una montagna-cyborg, in pratica.
[In quest’altra immagine in quella sottostante, lo stesso cantiere in due fasi precedenti.]È accettabile che per alimentare un business puramente economico, come quello dello sci di massa, si stravolga in questo modo il valore ecologico di un territorio naturale? C’è veramente bisogno di farlo e di arrogarsi il diritto di fare alla montagna ciò che l’immagine evidenzia bene? Non si poteva essere meno invasivi e più rispettosi del territorio coinvolto, del suo ambiente naturale e del paesaggio che lo contraddistingue?
E dunque, in fin dei conti: è ancora “montagna”, quella nell’immagine? O, come detto, è qualcosa di apparentemente simile ma in concreto ormai diversa, alterata, snaturata? E tutto il marketing conseguente legato alla “natura incontaminata” così usato (e abusato) dalla promozione turistica, che fine fa? Che senso ha più?
Sia chiaro: per quanto mi riguarda non ne faccio una questione ambientale ma culturale, profondamente culturale. D’altro canto il paesaggio è cultura, soprattutto quando venga gestito con cura e attenzione alle sue peculiarità.
Sovente, nel dissertare sui temi legati al turismo montano, ci si pone il problema del necessario rispetto di un limite nell’antropizzazione delle montagne. Be’, secondo me sul Mottolino, a Livigno (ovvero in altre località nelle quali sono stati eseguite simili trasformazioni dei versanti montani), questo limite è stato ampiamente e drammaticamente superato.
P.S.: quello della “montagna-cyborg” è un tema che ho già affrontato qui.
[Le piste del comprensorio Kaberlaba senza neve, qualche inverno fa.]Avrete forse letto sugli organi di informazione che è stata pubblicata, da parte del Ministero del Turismo, la graduatoria del “Fondo Impianti di risalita” (detto anche “Bando Santanché” dal nome della pittoresca Ministra del Turismo in carica) che finanzia interventi di ristrutturazione, ammodernamento e manutenzione degli impianti di risalita a fune e di innevamento artificiale grazie a uno stanziamento di oltre 229 milioni di Euro. Soldi (pubblici, ça va sans dire) peraltro finalizzati «alla promozione dell’attrattività turistica e all’incentivazione dei flussi turistici nei luoghi montani e nei comprensori sciistici»: ah, ma quindi l’overtourism e la necessità di contrastare la pressione turistica nei territori in quota? Niente di importante?
Comunque, visto che sicuramente molti saranno curiosi di sapere come è andata e in che modo verrà spesa l’ingente somma di denaro pubblico disponibile, è possibile leggere a scaricare (in pdf) la graduatoria cliccando sull’immagine qui sotto:
La graduatoria e il successivo sorteggio per le posizioni ex aequo ha (avrebbe) ammesso le prime 30 società di gestione di comprensori sciistici (e già molti degli esclusi stanno protestando più o meno pubblicamente), in ogni a caso sul sito del Ministero del Turismo si legge che «L’elenco dei soggetti che potranno essere ammessi al finanziamento sarà disposto con apposito provvedimento della Direzione competente», dunque una definizione completa e ufficiale della graduatoria non la si ha ancora.
Posto ciò, rimando ogni considerazione al riguardo a quando la situazione verrà determinata definitivamente, anche se già alcune cose “interessanti” balzano all’occhio. Per citarne una: in posizione 25, i 1.228.800 Euro concessi alla società Kaberlaba Srl che gestisce l’omonimo comprensorio sciistico sull’Altopiano dei Sette Comuni, nei pressi di Asiago, con impianti e piste compresi tra 992 e 1142 metri di quota. Soldi inesorabilmente buttati oppure motivatamente elargiti?
Be’, lo ribadisco: tornerò sulla graduatoria e sulle altre cose “interessanti” presenti in essa più avanti, quando verrà definita.
Tuttavia, provocazione per provocazione, colgo lo spunto di tale notizia per sottoporvi una domanda alla quale chiedo di rispondere in assoluta libertà ma non di getto e, considerando piuttosto tutti gli aspetti in gioco, riflettendoci sopra un attimo: in un paesaggio montano, in senso generale, è “meglio” – o peggio – un unico grattacielo di 65 piani alto 260 metri oppure una ventina di palazzine da 3 piani alte una dozzina di metri? Quale delle due cose a vostro parere impatta di più?
[Condomini d’ogni taglia all’Aprica, in Valtellina. Immagine tratta da https://agenziacioccarelli.it.]Grazie di cuore per le risposte e le relative considerazioni che vorrete manifestare.
Ovviamente i gestori dei comprensori sciistici, spalleggiati dalle aziende che realizzano gli impianti di innevamento artificiale, sostengono che non vi sia spreco di acqua:
«La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l’aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d’acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l’uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile.» Così ad esempio scrive l’ANEF, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che rappresenta buona parte degli impiantisti italiani.
[Cannoni già in azione sulle piste di Madonna di Campiglio a inizio ottobre, visti dal satellite Sentinel-2. Immagine di Alessandro Ghezzer.]Le associazioni ambientaliste la pensano inevitabilmente in maniera opposta. Ecco ad esempio cosa sostiene Legambiente:
«Il sistema di innevamento artificiale non è una pratica sostenibile e di adattamento, dato che comporta consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare, l’associazione ha fatto la seguente stima: considerando che in Italia il 90% delle piste è dotato di impianti di innevamento artificiale il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti.»
Tra i due “litiganti” c’è un terzo che è necessario ascoltare, non fosse altro che per l’autorevolezza sperimentale, cioè basata su dati e rilievi certi, delle proprie affermazioni al riguardo, ed è il mondo scientifico. In tema di risorse idriche montane Carmen de Jongè una delle massime autorità europee: è professoressa di idrologia all’Università di Strasburgo e da oltre 35 anni conduce ricerche sulla scarsità d’acqua e sui pericoli naturali nelle regioni montane di tutto il mondo.
Bene: la professoressa de Jong ha espresso le proprie idee ben chiare sul tema in questo articolo (con intervista audio annessa) pubblicato sul sito web della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi: in base ai propri studi e al lavoro pluridecennale svolto sul campo, de Jong critica il turismo sciistico alpino sostenendo che è stato raggiunto un punto di svolta pericoloso. Il consumo di acqua per l’innevamento artificiale è elevatissimo; spesso si attinge persino alle falde acquifere, con gravi conseguenze per l’uomo e la natura. E più della metà di quest’acqua va persa.
[Foto di moerschy da Pixabay.]Nel corso dell’intervista (della quale trovate la trascrizione in inglese qui) de Jong afferma:
«Ormai quasi nessuna stazione sciistica può funzionare senza innevamento artificiale. E penso che la maggior parte degli sciatori e dei turisti non sappia che questa massa bianca è composta da acqua e che è molto, molto complicato portare quest’acqua sulle piste da sci. Non si tratta semplicemente di acqua che esce da un cannone sparaneve o da una lancia, ma dietro c’è un’infrastruttura immensa, davvero immensa e molto complessa, che viene ampliata e modificata continuamente.
L’innevamento artificiale viene preparato ogni notte nelle grandi stazioni sciistiche con veicoli diesel e, naturalmente, si produce sempre più neve, non solo perché la superficie coperta da neve si è ampliata, ma anche a causa del cambiamento climatico, poiché la neve deve essere reintegrata spesso, rimane al suolo per meno tempo, quindi naturalmente serve più acqua e tale acqua non è più disponibile localmente, motivo per cui vengono costruiti sempre più bacini idrici, anche a quote molto alte, dove i bacini idrografici sono semplicemente troppo piccoli per riempirli. Questo significa che gran parte dell’acqua deve essere pompata da valle e il problema non è solo questo: in alcuni casi non ce n’è nemmeno abbastanza e si pompa acqua direttamente dalle falde acquifere. Quindi, a mio parere, avendo lavorato in questo settore per molto tempo, abbiamo raggiunto un punto di svolta molto pericoloso, dove stiamo arrivando al nocciolo della questione, all’acqua di falda sicura che molti comuni utilizzano anche per l’acqua potabile.
Poi ci sono le controargomentazioni delle stazioni sciistiche, che dicono, sì, consumiamo risorse idriche ma l’acqua rimane nel suo ciclo, la stiamo solo usando, e non è vero che la vegetazione ne viene danneggiata. Sono tutte argomentazioni fastidiose perché non scientifiche. Non è vero che l’acqua rimane al 100% nel ciclo perché ne evapora molta di più rispetto a quanto farebbe se rimanesse nel sistema naturale. L’acqua deve evaporare quando nevica, fa parte del processo. Inoltre l’acqua evapora anche nei grandi bacini idrici, che si riscaldano, e naturalmente ci sono anche perdite lungo il percorso, spesso tubature difettose e così via. Anche l’SLF (l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe, n.d.L.) ha pubblicato uno studio su questo argomento qualche anno fa: da esso emerge che in media circa il 35% dell’acqua viene perso, ma questa percentuale può arrivare anche al 60%.
Ciò significa che le valli alpine o i pendii sottostanti si stanno letteralmente prosciugando. E io ho già lavorato su esempi molto specifici, su alcune specie vegetali che si sono estinte: vi stiamo ancora indagando.
E alla domanda finale dell’intervista circa il futuro delle stazioni sciistiche alpine, de Jong rimarca:
Di futuro ce n’è molto poco. Per quanto riguarda il turismo sciistico alpino, continuerà ancora per qualche anno e poi finirà molto rapidamente. Stiamo assistendo a un aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici, anche più di quanto previsto dai modelli, e penso che lo sci finirà molto rapidamente per vari motivi, ma soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua e della sua disponibilità.»
Ecco, questo è il punto della situazione in tema di neve artificiale e acqua. Ognuno può trarre le proprie considerazioni ovvero proporre ulteriori osservazioni di qualsiasi sorta, che siano ben argomentate e comprovate.