Intanto, sui ghiacciai dove ancora si pratica lo sci estivo, per coprire di neve le piste (e nascondere la presenza di crepacci altrimenti inesorabile) al fine di poter continuare a tenere aperti gli impianti, la si preleva dalle zone del ghiacciaio non utilizzate come tracciati di discesa (vedi sopra). Così si diminuisce lo spessore della neve residua, che si esaurisce prima, che lascia scoperto il ghiaccio vivo, che privato di tale indispensabile protezione nivale fonde ancor più rapidamente.
Ecco. Per dire a quale livello di paradosso siamo arrivati: in pratica, per tentare di mantenersi in vita, lo sci estivo si suicida più velocemente. Come un malato grave che dovrebbe stare a riposo per salvaguardare la propria salute e invece fa di tutto per peggiorarla fino alle estreme conseguenze.
E’ normale tutto ciò? Be’, lo è, nell’ottica dei gestori dei comprensori sciistici: lo si faceva anche in passato, ma fino a qualche anno fa il clima, le temperature e la quantità di neve residua sulle superfici glaciali alpine erano ben altra cosa. Oggi è ancora normale continuare in pratiche del genere?È ancora una cosa lecita? Magari sì, è necessario, magari no e bisogna fare come altrove (vedi sotto) rinunciando – gioco forza, sia chiaro – allo sci estivo. Fate voi.
N.B.: entrambe le immagini sono dell’altro ieri, 6 luglio, ricavate dalle livecam delle due località in questione. Cliccateci sopra per ingrandirle.
Di nuovo ringrazio molto “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini, curatore delle pagine del quotidiano dedicate alla montagna, che ieri ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di sostenibilità delle pratiche di innevamento artificiale dei comprensori sciistici, nello specifico in relazione all’uso e consumo delle risorse idriche locali. Un tema che quest’anno risulta quanto mai evidente ma che non è mai stato analizzato a dovere come forse meriterebbe, probabilmente perché, mi viene banalmente da pensare, abbiamo sempre avuto la fortuna di vivere in territori – quelli alpini e montani – ricchi di acqua. Ma sarà ancora così in futuro? Una garanzia di ecosostenibilità assoluta del turismo di montagna, sciistico o meno e in particolar modo di certe pratiche tanto necessarie a quel turismo quanto impattanti per l’ambiente, non è ormai qualcosa di imprescindibile?
Sia ben chiara una cosa: personalmente non sono affatto “contro” qualcosa, ma sempre a favore della montagna e del buon senso. Non sto conducendo crociate contro qualcuno o qualcosa: da studioso della relazione culturale tra uomini, luoghi e paesaggi, registro quelle situazioni nelle quali tale relazione, che per il bene di tutti dovrebbe godere di un determinato equilibrio, più o meno forzato, risulta invece palesemente traballante, tanto più in territori oltre modo delicati come quelli di montagna i quali per molti versi risentono in maniera maggiore che altrove degli effetti della realtà climatica in divenire. A tutto c’è un limite, ribadisco: riconoscerlo e adattarcisi è ammirevole buon senso, continuare come se invece nulla fosse è pura e semplice insensatezza, ecco.
N.B.: per leggere meglio l’articolo, cliccate sull’immagine. In ogni caso nei prossimi giorni pubblicherò qui sul blog le mie considerazioni in versione estesa, con le varie fonti dei dati e delle evidenze scientifiche sulle quali le ho basate.
P.S. – Pre Scriptum: ho programmato per oggi la pubblicazione del seguente post, qui sul blog, e mai avrei immaginato che la drammatica cronaca delle ultime ore lo rendesse ancor più emblematico. Purtroppo la sparizione dei ghiacciai alpini non avverrà solo per fusione ma anche per franamento e crollo, con rischi estremi per tutto ciò vi sarà a valle. È un problema ulteriore legato al cambiamento climatico del quale si dovrà inevitabilmente tenere conto, che cambierà spesso drasticamente i paesaggi montani. Tornerò ancora sul tema, nei prossimi giorni.
[Il Ghiacciaio superiore dell’Antelao, nelle Dolomiti Bellunesi, nel 2010. Immagine tratta da qui.]Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra dell’Università Milano-Bicocca, ha di recente pubblicato un contributo estremamente interessante sui ghiacciai delle Dolomiti, montagne la cui particolare bellezza è unanimemente riconosciuta ma che non vengono solitamente associate alla presenza di ghiacciai come altri gruppi montuosi alpini, più elevati e adatti alla presenza di masse glaciali. Di contro il glacialismo dolomitico presenta caratteristiche tanto interessanti quanto a loro modo emblematiche anche rispetto all’attuale fase di cambiamento climatico in corso, e su questo aspetto si sta concentrando il lavoro e la ricerca di Baccolo. Siccome è facile prevedere che le Dolomiti faranno da quinta scenografica alle imminenti vacanze di molti, considerare quanto riportato nella ricerca di Giovanni non può che contribuire ad accrescere l’attenzione e la sensibilità verso tali meravigliose montagne e la considerazione riguardo la loro delicata bellezza, anche e soprattutto in ottica futura.
Di seguito potete leggere il testo di Baccolo, che ringrazio molto per avermi concesso di pubblicarlo. Ulteriori illuminanti contributi in tema di montagne e processi naturali li potete trovare nel suo sito web storieminerali.it.
Le Dolomiti sono indubbiamente tra le montagne più celebri e frequentate. Eppure non sono particolarmente note per i loro ghiacciai.
In realtà anche queste montagne ospitavano tanti e diversi ghiacciai. A differenza dei colossi di ghiaccio tipici delle Alpi Occidentali e Centrali, quelli dolomitici erano ghiacciai minuti, indipendenti l’uno dall’altro, autentiche gemme di gelo.
Le Dolomiti non sono infatti montagne particolarmente adatte al glacialismo. Sebbene raggiungono quote anche considerevoli, superiori ai 3000 metri, mancano del tutto vasti bacini di accumulo posti a quelle altezze. Solo le creste sommitali e poche cime bucano la soglia dei 3000, impendendo alla neve di conservarsi.
Grazie all’orografia complessa, le Dolomiti riescono però a ingannare il clima, almeno localmente. Pareti scoscese, canaloni incassati e cambi di pendenza sono tutte strutture che si ritrovano un po’ ovunque nei vari massicci dolomitici. Sono luoghi che in certe condizioni permettono di conservare la neve e il ghiaccio in modo molto efficiente, ben al di sotto del limite climatico delle nevi perenni.
Ecco perché i ghiacciai dolomitici occupavano pochi posti riparati e ombrosi, potevano sopravvivere solo dove la neve resisteva ingannando l’altimetria. Appena ci si spostava da quelle nicchie fredde le condizioni cambiavano, condannando i ghiacciai delle Dolomiti a mantenere dimensioni davvero contenute.
Sto raccogliendo da tempo materiale su questi ghiacciai, carte, fotografie storiche. Grazie a essi e allo studio delle fotografie aeree (i ghiacciai lasciano sempre dei segni nel paesaggio), sto elaborando una prima carta che mostri l’estensione di tutti i ghiacciai delle Dolomiti al termine della Piccola Età Glaciale (intorno al 1860), nel 1990 e nel 2021.
Da 92 ghiacciai siamo passati a 44, con una riduzione di superficie da 27 km quadrati a meno di 4. Spero così di lasciare almeno una memoria scritta di questi piccoli apparati dimenticati che nessuno più conosce. La glaciologia diventa sempre più simile all’archeologia (almeno sulle Alpi).
P.S.: l’osservazione con la quale Giovanni Baccolo chiude il suo testo è tanto significativa quanto inquietante. È vero, la glaciologia è una scienza oltre modo importante per il nostro mondo che tuttavia, come forse mai è accaduto in passato per altre discipline scientifiche, sta vedendo scomparire l’oggetto dei propri studi. Ancor più dell’archeologia, a ben vedere: almeno questa lavora spesso su resti e le vestigia visibili di ciò che fu, la glaciologia rischia di non avere nemmeno più quelle. Come se un archeologo si ritrovasse a dover studiare soltanto il mero fosso lasciato nel terreno da un muro antico lì presente e ora totalmente svanito nel nulla: in tal caso la disciplina non avrebbe più ragion d’essere, in pratica.
Tre informazioni interessanti e delle quali tenere necessariamente conto, riguardo la neve artificiale:
Con un metro cubo d’acqua si producono circa due metri cubi di neve artificiale. Secondo una stima del WWF, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. I costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 euro a stagione, dato puramente indicativo (per la cronaca, nel 2017 – dunque ben prima del Covid – i debiti delle sole stazioni sciistiche lombarde ammontavano a 350 milioni di Euro). Fonte: clic e clic.
Uno studio su base quadriennale (2015-2018) dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos ha stabilito che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua immessa negli impianti oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Fonte: clic.
Da inizio anno 2022 – periodo eccezionalmente siccitoso rispetto alle medie passate ma senza garanzia che così eccezionale non lo sia rispetto al prossimo futuro, visti i cambiamenti climatici in corso – secondo le misure degli Enti Regolatori dei laghi, alla contabilità idrica del Verbano sono mancati 2.260 milioni di mc di afflussi, mentre ne sono mancati 920 milioni al Lario, 400 milioni al Sebino, 130 milioni all’Eridio e 400 milioni al Benaco. Fonte: clic.
Ecco.
Ogni commento al riguardo, di qualsiasi tono sia, è lasciato alla vostra discrezione e sensibilità.
P.S.: la “prima parte” di questa riflessione la trovate qui.
[Immagine tratta da “Greenme.it” che ha pubblicato un ottimo report sul tema: cliccate sull’immagine per leggerlo.]Leggere sugli organi d’informazioni dell’aggravarsi costante, di ora in ora, dell’emergenza idrica nel Nord Italia e al contempo del fatto che tanti amministratori pubblici dei territori colpiti dalla siccità non prendano decisioni concrete (e non diffondano soltanto mere “raccomandazioni” sostanzialmente simboliche) in tema di risparmio delle risorse idriche perché impopolari, fa capire bene – a me almeno lo fa – a quale infimo livello di meschinità sia ormai giunta molta politica nostrana, del tutto incapace di “ragionare” se non a mero vantaggio del proprio sedere – come verbo, “s. sugli scranni del potere”, e sostantivo, “la faccia come il s.” – ovvero del più bieco tornaconto elettorale.
E poi, una volta superata (speriamo!) tale emergenza, cosa faranno di altrettanto concreto, secondo voi, per fare in modo che non la si debba più affrontare o, nel caso, la si possa gestire meglio?