La “triste” grotta del Ghiacciaio del Rodano

[La strada del Passo della Furka e ciò che rimane della parte bassa del Ghiacciaio del Rodano. Foto dii Joris Egger, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Se qualche volta avete affrontato il Passo della Furka, in Svizzera, sicuramente uno dei più spettacolari delle Alpi elvetiche (peraltro reso ancor più noto da un celeberrimo inseguimento di/con James Bond), quasi certamente vi sarete fermati all’altrettanto noto Hotel Belvédére e al vicino negozio di souvenir e quindi, magari, avrete poi visitato la rinomata grotta di ghiaccio del Glacier du Rhône, gigante glaciale un tempo ben più esteso e oggi in drammatico ritiro.

Ecco: io, l’ultima volta che ci sono passato, dalla Furka, la grotta di ghiaccio non l’ho voluta visitare. Farlo, a mio modo di vedere, sarebbe apparsa come una profanazione a mero scopo ludico di un corpo in grande sofferenza oltre che, per lo stesso motivo, una situazione estremamente malinconica; d’altro canto posso capire chi ancora se ne faccia affascinare, perché sia la prima volta che può vedere e toccare un ghiacciaio o per gli stessi miei motivi ma intesi in maniera opposta, come omaggio e saluto a un entità glaciale che forse, tra qualche anno, se il clima dovesse continuare a cambiare e riscaldarsi, purtroppo non ci sarà più.

Sul numero di settembre 2020 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, della grotta di ghiaccio del Rhonegletscher e della sua sorte tristemente segnata ne parla il fotografo e scrittore Mario Vianelli in un articoletto breve ma bello e significativo, almeno per me che lì ci sono stato e, credo, anche per voi se ci siete stati, lassù. Ve lo ripropongo, qui sotto.

[Il desolante ingresso della grotta nel ghiacciaio, com’è ridotto oggi. Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]

Per molti è stata la prima e forse unica occasione di un incontro coi ghiacciai ed è una delle più rinomate attrazioni delle Alpi svizzere. Complice la vicinanza della strada che sale al passo di Furka, la galleria artificiale che entra per un centinaio di metri nel ghiacciaio del Rodano ha accolto innumerevoli visitatori e celebrità, incantati dalla singolarità dell’esperienza e dalle straordinarie tonalità azzurre del ghiaccio. La galleria è scavata ogni anno al termine della primavera fin dal 1870, ma i costi crescono di anno in anno: non soltanto il ritiro del ghiacciaio lo ha allontanato dalla strada, ma da una decina di anni è necessario ricoprire il ghiaccio sopra la galleria con teloni geotessili nel tentativo di limitarne la fusione; e anche così nell’arco della stagione estiva la galleria arretra di una trentina di metri e in alcuni punti la volta diviene così sottile da mostrare i teli della copertura. Nei dipinti di Carl Wolf e nelle prime fotografie il ghiacciaio del Rodano scendeva imponente fino al fondovalle, dove una tabella indica la posizione del fronte glaciale nel 1856; da allora si è ritirato di più di 1400 metri, perdendo circa 350 metri di spessore. Quest’anno, causa coronavirus, la galleria ha aperto soltanto il 13 luglio, con quasi un mese di ritardo. Philippe Carlen, della famiglia che gestisce la galleria da quattro generazioni, in un’intervista alla televisione svizzera ha dichiarato sconsolato: «Quando vedo la velocità a cui fonde il ghiacciaio mi intristisco, credo che potrei anche essere l’ultimo della mia famiglia a gestire la grotta».

Quando i confini sconfinano

[La Testa Grigia, tra Cervinia e Zermatt, sullo sfondo il Cervino/Matterhorn. Foto di Francofranco56, Opera propria, Pubblico dominio; fonte qui.]
I cambiamenti climatici in corso, tra mille altri problemi e questioni di varia gravità, generano “effetti collaterali” curiosi e assai affascinanti per chi come me si occupa di paesaggi, sia dal punto di vista fisico-geografico che da quello umanistico, almeno in senso simbolico. Sulle Alpi, ad esempio, il forte ritiro dei ghiacciai comporta che i confini tra gli stati alpini si stanno spostando, spesso anche di decine e decine di metri, togliendo territorio nazionale all’un paese per “donarlo” all’altro e viceversa. Ne parla questo interessante articolo di Swissinfo.ch, prendendo spunto nello specifico da un macroscopico spostamento del confine che separa Italia e Svizzera, sui monti tra Cervinia e Zermatt, dovuto proprio alla sparizione quasi totale di un ghiacciaio, ma analoghi casi si stanno registrando anche nelle Alpi Orientali riguardo i confini tra Italia e Austria.

[Immagine tratta da swisstopo.ch, via swissinfo.ch.]
Nell’articolo, ribadisco, trovate ben spiegata la questione (potete anche cliccare sull’immagine in testa al post per leggerlo) la quale possiede pure dei risvolti di geografia umana, sociologici e antropologici se non – se posso usare il termine in questo contesto – filosofici e comunque parecchio simbolici. Già, perché sembra che la Natura, adattandosi ai cambiamenti del clima dovuti per gran parte alle attività umane, voglia far capire agli stessi umani quanto il concetto di “confine”, che se possiede sensi e significati quasi mai sono quelli che la geopolitica gli conferisce, a partire dalla definizione stessa delle linee di confine sui monti, di matrice cartesiana, che usano gli spartiacque e ignorano totalmente come storicamente mai le montagne hanno fatto da confine alle genti che le abitavano ma sempre da collante, da cerniera, zona di transiti, commerci, incontri d’ogni sorta e assai meno raramente di scontri più o meno bellici – dicevo, sembra che la Natura voglia rendere evidente agli uomini come il loro concetto geopolitico di confine sia tanto aleatorio quanto vacuo e, per certi aspetti, non consono (o proprio antitetico) alla realtà delle cose, il che finisce per generare più problemi che vantaggi persino per lo stato che se ne fa baluardo in base a proprie ragioni ideologiche e politiche. Alla fine, i confini non esistono se non in forma di linee dal tratto più o meno grosso sulle mappe oppure nella testa delle persone: a volte con matrice positiva, quando essi siano di forma culturale (e identitaria ma in senso antropologico, non etnico e ideologico!), e per natura aperti allo scambio – esattamente ciò che erano un tempo le montagne, che connettevano genti di vallate diverse e spesso di culture diverse ma ponendole in dialogo e mai in contrasto, ripeto – in altri casi, fin troppo diffusi oggi, con accezioni del tutto negative, quando diventano strumenti di separazione tra individui per motivi del tutto stupidi e dannosi per entrambi – i separatori e i separati. Attenzione: non sto dicendo che i confini siano sempre e comunque il “male” e che debbano svanire in forza di chissà quale “globalizzazione” (che è l’altra faccia d’una tale corrosa medaglia), semmai sto osservando che i “confini” che la geopolitica e l’ideologia relativa spesso ci impongono, e per come ce li impongono, non sono certo interventi virtuosi e quasi mai hanno una logica pienamente condivisibile, essendo di frequente diventati – la storia ce lo insegna bene – motivi e cause di divergenze, scontri e guerre piuttosto che strumenti di salvaguardia di due nazioni dai territori adiacenti, dei quali non di rado hanno spezzato l’unitarietà socioculturale.

D’altro canto se lassù sui monti, in quei luoghi ove i cambiamenti climatici stanno modificando la morfologia del terreno, come altrove vi fossero stati dei muri – esempio massimamente concreto dell’esistenza di un confine e della sussistenza di una notevole, bieca sciocchezza umana, molto probabilmente sarebbero crollati. Sarebbe mancato loro il terreno di sotto, letteralmente, proprio come a certi confini, demarcazioni, limiti politici e ideologici, muri, cinte, fortificazioni e quant’altro di simile manca qualsiasi base logica e culturale. Probabilmente è per questo che le idee di chi li difende sembrano sempre così campate per aria. Già.

#Iostocoicurdi

In queste ore, credo che ogni individuo dotato di senso civico e di giustizia, di onestà intellettuale e morale, che si senta parte attiva del mondo e della civiltà occidentale a prescindere da qualsiasi idea, opinione, militanza politica, debba manifestare il proprio sostegno al fiero e esemplare popolo curdo vilmente attaccato dalla Turchia e tradito dagli USA, fino a pochi giorni fa suoi alleati. Parimenti, credo anche sia doveroso manifestare qualsiasi pressione possibile verso l’Unione Europea (la quale, pur con tutti i suoi problemi e tutti i distinguo del caso, resta l’unico vero baluardo di libertà, democrazia e giustizia di questa parte di mondo) affinché metta al bando il vergognoso dittatore turco Erdogan e tutto il suo sistema di potere, ponendosi in totale contrapposizione alla sua ipocrita strategia geopolitica che stermina i curdi, sostiene la rinascita dell’ISIS e minaccia l’Occidente (in primis proprio l’Europa), così come si debba contrapporre a chiunque in un modo o nell’altro vi si dimostri sodale – a partire dal dissennato presidente Trump, a sua volta pur in modi diversi sempre più ostile all’Europa e minaccioso nei confronti della sua Unione.

Non basta l’embargo alla vendita delle armi (peraltro una cosa che, lo sanno tutti, può essere tranquillamente aggirata); non bastano le proteste formali, i richiami degli ambasciatori, le intimazioni a sospendere i bombardamenti; non basta la mera indignazione verso un dittatore così spregevole e cinico. Bisogna che l’Europa agisca concretamente e duramente. Bisogna che Erdogan sparisca dal panorama politico internazionale.

Noi abbiamo avuto bisogno del popolo curdo, per sconfiggere l’ISIS e Daesh; ora il popolo curdo ha bisogno di noi per sconfiggere Erdogan. Non a caso e ormai con tutta evidenza, ISIS e Erdogan, le due facce di una stessa medaglia, che non deve e non dovrà più avere nessun valore, per sempre. Ne va della credibilità e della dignità dell’Unione Europea, e ne va del futuro della nostra civiltà.

Record?!

(Immagine tratta dal web.)

Sera, verso il tramonto, torno a casa, strada di montagna tutta a curve. Vedo che l’auto davanti a me, rallenta, poi accelera, poi rallenta, sbanda un poco, si sposta in mezzo alla carreggiata, fa le curve “a pezzi”, nei tornanti finisce sull’altra corsia, intanto dietro alla mia si sono accodate altre due auto. Lì per lì penso a qualcuno che non sia troppo abituato alla guida su strade di montagna, poi noto nitidamente riflesso sia sul parabrezza che nello specchietto retrovisore il brillio dello schermo di uno smartphone – dai colori che intravedo suppongo una pagina di Facebook.

Be’, credo che la mia esplosione di imprecazioni susseguente al più incazzato colpo di clacson che abbia mai generato sia stata da primato del mondo, o comunque papabile a un tale titolo.
Peccato non avessi in auto con me un giudice del Guinness World Record, maledizione! Di quell’eventuale titolo ne sarei andato f-i-e-r-i-s-s-i-m-o.
Ecco.

P.S.: ovviamente mi sono appuntato la targa dell’auto. Se mi capiterà di riscontrare di nuovo un tale comportamento, non esiterò a cagionare a chi la guida tutte le conseguenze possibili, chiunque ella/egli sia. Certa gente se lo merita, senza alcuna attenuante (sempre che le conseguenze non se le cagioni da sola, come ci vorrebbe). Questione di senso civico: o lo si difende ogni volta che è in pericolo, da parte di noi comuni cittadini, o non se ne esce più dal dominio della maleducazione e dell’inciviltà. Già.