La “bravata” della morte

Essendo particolarmente sensibile alla percezione del livello di senso civico diffuso, non posso non unirmi al coro di chi protesta per come la notizia sottostante venga presentata da molti media: un efferato assassinio spacciato per “bravata” solo perché commesso da due minorenni. Evidentemente, il degrado culturale che sta soffocando la nostra società è probabilmente più grande di quanto pensiamo, con bieca delizia dei media che su ciò ci marciano sopra con il loro ormai cronico e qualunquistico clickbait per il quale nemmeno conta più la tragedia della morte, a quanto si direbbe – tragedia sempre più sdoganata verso il solito morboso sensazionalismo da reality televisivo. E se tale situazione non migliora, in fondo è perché noi tutti, che di quella società siamo parte – ovvero che quella società siamo, per fortuna o purtroppo – non facciamo abbastanza per evitarle l’abisso finale, anzi, sovente contribuiamo ad accelerare la corsa verso l’orlo. A partire dal considerare un fatto come quello in questione – ribadisco – un assassinio frutto di una barbarie culturale, sociale, civica, etica da combattere e debellare con fermezza e rapidità, e non una “bravata”, uno “scherzo finito male”, una cosa tutto sommato banale e ignorabile. La sostanziale accettazione della malvagità, in pratica, ovvero la normalizzazione della barbarie nella società civile. “Civile” dove, poi?

Spiace dirlo ma una bravata semmai si compie, con notevole ottusità, nel continuare a vedere, ascoltare, leggere certi media che hanno ormai da tempo rinnegato al loro compito di informare e magari acculturare – un termine del quale nemmeno più si ricorda il significato. Ecco.

Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno…

factotum3_10-09Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!

P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Bari, quartiere Japigia, “Biblioteca Aperta”

La Biblioteca dell'Arena Giardino-2“I libri sono di chi li legge”. È con questa citazione che si può spiegare lo spirito con il quale nasce il progetto Biblioteca Aperta, nel quartiere Japigia del capoluogo pugliese.
Inaugurata il 7 giugno 2013 presso l’Arena Giardino, in Via Cavalieri di Vittorio Veneto 2, la Biblioteca Aperta è una piccola libreria, gratuita, sempre aperta con qualsiasi condizione atmosferica negli orari della sua sede, dove si possono consultare i libri senza l’obbligo di presentare un documento ma soprattutto senza obbligo di restituzione del libro che si sceglie di leggere. Il cittadino, dal bambino all’anziano, al quale è affidata la cura della “Biblioteca Aperta”, e dunque la riuscita del progetto, può prendere dei libri, leggerli a casa propria o sul posto, e soprattutto può donare un libro. L’obiettivo del progetto è di dar vita a forme di aggregazione e di socializzazione presso i luoghi di maggior ritrovo del quartiere, all’insegna della cultura e della libera partecipazione nonché del fatto che “i libri sono un tesoro inestimabile e la lettura è un collante in grado di unire generazioni e fasce sociali di diversa natura.

IMG_3632biblio12Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per conoscere ulteriori dettagli del progetto “Biblioteche aperte” a Bari e zone limitrofe.

“Frames”, un corto di Paolo Cilfone, e una nuova opera compositiva di Tiziano Milani

Una notte Vera si sedette sul suo letto; spalle al muro e le gambe piegate verso il petto.
Vera sente per la prima volta che la vita le sta chiedendo altro.
Vera ha paura. Fa finta di nulla e dal giorno dopo martella ancora la sua esistenza.
Ma da quella notte Vera non è più la stessa.
La vita è fatta di segni e i suoi sono fatti di passati e di rimpianti che non torneranno indietro.
Vera è in trappola.
Vera è rinchiusa in una gabbia.
Indaga nei suoi giorni e scopre la sua solitudine: la vita che le scivola via i mille rumori sconnessi che la circondano i falsi amori che non si possono chiamar tali.
Vera non vuol arrendersi al destino.
La debolezza non li appartiene; e se deve combattere, accetterà la sfida.
E cosi sarà questa notte.

Frames è un cortometraggio di Paolo Cilfone, il primo capitolo della trilogia ” Dietro le parole”, che comprenderà anche Distorsioni e Sguardi.
Ma, musicalmente, è anche l’ultima opera compositiva di Tiziano Milani, il “socio” dello scrivente nel progetto The City of Simulation | La Città della Simulazione.
Cliccando QUI potrete visitare il sito web di Frames e del progetto “Dietro le parole”.
Da conoscere, senza alcun dubbio.