
La gente che dice che si annoia è veramente quanto di più noioso vi sia. Ecco.

La gente che dice che si annoia è veramente quanto di più noioso vi sia. Ecco.
Eppoi ci sono i lamentatori seriali. Quelli che devono (e inopinatamente riescono a) lagnarsi sempre e comunque, ai quali non va mai bene nulla e se pure andasse bene tutto se ne lamenterebbero perché non va bene che tutto vada bene quando deve sempre esserci qualcosa che non va (bene). Quelli che se una cosa è bianca la vorrebbero, nera, se fosse nera la vorrebbero gialla, se fosse gialla rossa, e se fosse rossa pretenderebbero che fosse bianca. Quelli che, se fossero seduti su una montagna di denaro di loro proprietà, brontolerebbero del troppo vento che tira sulla sua cima; se fossero i primi uomini a mettere piede su Marte, reclamerebbero per tutta quella sabbia rossa sparsa sulla superficie; se trovassero il modo di diventare immortali, si lagnerebbero di quelli che non andranno mai al loro funerale.
Anche la lamentazione seriale, in fondo, è un sistema di rivendicazione dell’attenzione altrui da parte di chi non saprebbe altrimenti come richiamarla. Le lamentele di costoro non sono mai espresse con cognizione di causa ma per mero automatismo: non importa di cosa ci si lamenta, importa che ci si lamenti, punto. È un atteggiamento piuttosto affine alla bastiancontrariaggine viscerale ma sostanzialmente più semplice, più elementare ovvero più rozza: il bastiancontrario non è automaticamente un lamentatore e in certi casi “studia” la propria condotta contrastante o, quanto meno, ne possiede una qualche consapevolezza. Il lamentatore seriale, invece, è consapevole soltanto di doversi necessariamente lamentare di qualcosa, qualsiasi essa sia e senza pensare o capire cosa sia, anche perché d’altro canto non richiede che gli altri capiscano la sua lamentela: però pretende che tutti la ascoltino, ovviamente senza controbatterla – esercizio peraltro sostanzialmente inutile, questo. In fondo egli non si sta realmente lamentando di nulla: il suo è un riflesso incondizionato ancorché cronico, appunto. Per tale motivo finirà pressoché sempre col fare o con l’essere ciò di cui si lamenta continuando nel frattempo a lagnarsene, e questo è l’eloquente segno della sua imperterrita e irrimediabile serialità.
Ugualmente inutile è lamentarsi con esso del fatto che si lamenti sempre di qualcosa: ciò servirebbe solo da pretesto per ulteriori e ancor più veementi lamentazioni. Inoltre ciò finirebbe per soddisfare quel suo disperato bisogno di attenzione: conviene invece lasciarlo nel suo brodo, per fare che, nella propria irrefrenabile lamentazione, finisca finalmente per lamentarsi pure di sé stesso raggiungendo con ciò il proprio acme assoluto e dunque autoannichilendosi subito dopo.
In ogni caso, pur se malauguratamente ciò non avverrà, qualsiasi altro atto nei suoi confronti sarà tempo sprecato, dunque da evitare: come pensare di svuotare l’oceano con un cucchiaio, in pratica. Non conviene nemmeno provarci, neanche spendere mezzo secondo per pensare di farlo: tanto per il lamentatore seriale l’acqua sarà sempre troppo bagnata.
Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:
E’ una vita costruita sempre più sulla base della fobìa, la nostra contemporanea, ovvero di innumerevoli paure, timori, apprensioni, terrori, allarmi – alle cui peculiarità viene ridotto tutto ciò che non è “ordinario”. Una società che impone di perseguire fini di sicurezza e di autostima pressoché assoluti – almeno tanto quanto esteriori e superficiali – di contro ha ormai da tempo attivato un meccanismo di produzione di fobìe sfrenato e inarrestabile, il quale non solo annienta rapidamente qualsiasi certezza (rendendola, ove si manifesti, parecchio ridicola) ma pure indebolisce tremendamente la società e la sua consapevolezza culturale. Ci rende simili a bambini spauriti i quali, per la paura dell’uomo nero che ci dicono sia nascosto dell’angolo più buio sella stanza, ci obbliga a ripararci sotto le coperte piuttosto che fare il gesto più semplice e logico: accendere la luce.
Ma, forse, sarebbe meglio dire ci rendono simili: perché – lo dice la definizione stessa – le fobìe obbligano a determinati comportamenti, sovente di irragionevole fuga o nascondimento dalla paura suscitata, dacché non possono essere dominate. Se non da chi le genera e le diffonde ad hoc, dominando poi di conseguenza chi ne prova il timore, naturalmente.
Vorrei suggerirvi di tenere traccia di tutto in un bel libro rilegato. Potreste avere l’impressione di banalizzare le vostre visioni ma sarà il modo per liberarvi dal loro potere e questa pratica finirà per diventare necessaria. Quando le visioni sono custodite in un libro prezioso è possibile sfogliarlo pagina dopo pagina: sarà la vostra chiesa, la vostra cattedrale, il luogo silenzioso in cui il vostro spirito si rinnoverà. Non date retta a chi vi dice che è un esercizio inconsistente o nevrotico: se ascoltate queste persone perderete l’anima. Perché quella che c’è nelle pagine del libro è la vostra anima.
(Carl Gustav Jung, citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.261-262.)
Attenzione, non fraintendete: quello che Jung invita a fare non è ciò che forse crederete già di fare con la vostra attività sui social network, la quale potrebbe sembrare la versione contemporanea di quanto affermato dal grande psichiatra svizzero. No, in realtà è l’esatto opposto. E perché lo sia l’ho già spiegato – pur con differente contestualizzazione, qui tempo fa. In fondo – pensateci bene – oggi che tutti quanti stiamo a scrivere tutto (o quasi) di noi sui social, la nostra società ha sempre meno memoria collettiva, sempre meno capacità di ricordare. Non è un caso, io credo.
Qualche giorno fa ho linkato sulla mia pagina facebook un articolo tratto da Controverso dall’eloquente titolo Addio alla scienza, nel quale si annuncia l’avvenuta (o prossima) morte della scienza per mano dei tanti, troppi ciarlatani e cretini che dominano il mondo e la mente di sempre più gente.
In effetti, osservando, constatando, valutando il mondo che ci ritroviamo intorno e riflettendo sulle sue cose, piccole e grandi, d’ogni sorta, ho veramente l’impressione che i cretini stiano vincendo. Sì, che il mondo stia finendo sempre più in mano a loro, che stia sempre più affondando nell’ignoranza e nella barbarie culturale, prima che di qualsiasi altra (il campionario in merito è assai ampio e assortito). O meglio: ho la netta impressione che questo nostro mondo contemporaneo rifiuti e aborrisca sempre più l’uso della ragione. Tutto viene confuso, reso informe, incompreso, travisato e poi radicalizzato, estremizzato, portato all’eccesso, dogmatizzato, e senza più che si usi la capacità di rifletterci un attimo sopra per capire se ciò che si vuole sostenete sia effettivamente sostenibile, e con adeguate motivazioni.
Non c’è più la capacità, e forse prima la volontà, di comprendere la realtà, di discernervi l’effettiva verità, se vi sia, oppure di individuare e valutare le più logiche e razionali possibilità. Semmai accade il contrario: si prende ciò che immediatamente e superficialmente appaga la propria pancia, per così dire, i propri istinti e impulsi più grezzi, lo si eleva al rango di indubitabile certezza e lo si spara addosso agli altri come fossero colpi di artiglieria pesante. E quando vi sia qualcuno o qualcosa in grado di mettere in discussione, se non di confutare, le convinzioni manifestate, beh, peggio ancora: non solo si rifiuta il dialogo, ma ci si estremizza ancora di più, in una escalation manichea che alla fine, inesorabilmente, porta pure a conseguenze di natura sociale e culturale.
La ragione, appunto – l’intelletto, la razionalità, il metodo, l’obiettività dei fatti… niente, tutte cose che sono peggio di fumo negli occhi di tanti. Come se il fermarsi un attimo, solo qualche attimo, a riflettere, a ponderare le nozioni che si posseggono, a considerare le opzioni derivanti, a generarsi una propria opinione genuina, libera, indipendente – magari poi condivisa da tanti altri ma ciò viene solo successivamente – e ancor più a capire le conseguenze delle opinioni espresse e sostenute… Come se compiere tali semplici atti sia soltanto una perdita di tempo. Atti che, sarebbe inutile dirlo, sono propri di creature intelligenti e senzienti – ed è proprio questa considerazione che rende tutto ciò realmente inquietante, e potenzialmente devastante.
Sarà pure colpa dell’Effetto Dunning-Kruger, in base al quale il cretino non è in grado di rendersi conto di esserlo dacché privo di metacognizione, ovvero della capacità di riuscire a valutare ciò che si sa fare in senso generale, dunque dalle parole alle idee fino alle azioni… Fatto sta che la cosa pare essere sempre più dilagante. Un’epidemia di cretinaggine e di cialtroneria intellettuale – o una morte di massa dei neuroni nella testa di tante persone.
Cosa fare, per porre rimedio a tale deleteria situazione? Beh, personalmente mi viene da rispondere in un solo modo: resistere, resistere, resistere! Perché idealisticamente, o forse ingenuamente, fors’anche ottusamente, resto convinto che alla fine la ragione debba vincere, e ciò per un semplice motivo: perché è nella ragione, e ovviamente nell’uso e con l’uso di essa, che si può trovare la verità delle cose, quando ci sia, ovvero che la si possa cercare con successo o, se è il caso, che si possa confutare le presunte verità imposte e credute – “La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute”, Nietzsche docet! E credo anche che il cretino, di fronte alla verità, alla fine non possa che soccombere, fosse solo per il fatto che non capendola si metta a pestare la testa contro un muro finendosi da sé.
Ribadisco: forse la mia è solo una vana speranza, forse i cretini hanno già vinto ed è solo questione di tempo affinché ottengano il dominio assoluto del mondo. Ma forse no, e darla loro vinta senza nemmeno reagire sarebbe a sua volta un atto di gigantesca e irrazionale cretinaggine.