Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 4a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 16 novembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #4 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Il compositore ineluttabile. Vita e arte di Arvo Pärt”.
Vi sono personaggi, nel mondo dell’arte, le cui opere in tantissimi conoscono senza però sapere nulla di esse, e di chi ne è l’autore. Arvo Pärt rappresenta un caso emblematico di ciò. Non c’è forse nessuno al mondo che non abbia mai ascoltato un suo brano – come colona sonora in un film o in uno spot pubblicitario, come citazione nella musica di altri, come riferimento o influenza di tantissimi artisti… – al punto che oggi il compositore estone è il più eseguito al mondo, capace di riempire sobri teatri classici così come stadi riservati solitamente al pop e al rock. Ma, appunto, pochi lo conoscono veramente, dunque la puntata di questa sera di RADIO THULE cercherà di colmare questa lacuna ovvero di far conoscere quello che, secondo molti, è il più grande e influente musicista classico vivente.

Arvo-Part-imageDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Vendere Klimt o Chagall a Venezia e farsene un vanto (dato che i neuroni sono già stati venduti tutti!)

Copia di combo-kSD-U106016602540463LH-700x394@LaStampa.itLa vicenda del “siòr sindaco” di Venezia che vorrebbe vendere alcune opere di proprietà comunale di Gustav Klimt e Marc Chagall per ripianare i debiti del comune e del “critico d’arte” Vittorio Sgarbi che gli tiene bordone è l’ennesima e assolutamente emblematica riguardo la considerazione e la cura del patrimonio artistico pubblico in Italia.
Innanzi tutto che gli abitanti di Venezia abbiano purtroppo commesso un madornale errore con l’eleggere l’attuale sindaco è ormai palese (sia chiarissimo: la mia non è affatto una riflessione di matrice politica ma del tutto pragmatica), e il “signore” in questione non perde occasione per mostrare al mondo la propria inettitudine politica e culturale. Ora, come detto, vorrebbe vendere alcune tele di Klimt e Chagall per ripianare il debito del comune, trovando una sponda in Vittorio Sgarbi – persona in verità preparatissima e colta ma ormai svenduta per mero denaro al più rozzo blaterare mediatico, che se può spararla grossa per finire sui giornali o in TV lo fa e se ne vanta pure. I due sostengono che Klimt e Chagall non c’entrino nulla con Venezia: certo, perché Venezia non è mai stata una città di cultura mitteleuropea, vero? E invece – per fare un esempio attuale – per il “siòr sindaco” le gigantesche navi d’acciaio da migliaia di tonnellate che invadono le acque urbane veneziane c’azzeccano in pieno con le chiese, le fondamenta secolari, i canali, i ponti ad arco, le gondole… vero?
Sgarbi peggiora poi la situazione (della vicenda in questione e della considerazione sul suo stato mentale) affermando che “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt”. E ancora: “Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York.”. E perché non a Venezia, appunto? Per caso la sede veneziana della Collezione Guggenheim se lo vende, il suo Chagall, oppure i Duchamp, i Pollock, i Kandinsky e tutti gli altri che con Venezia hanno poco o nulla a che fare? Se si provasse invece a pensare che una tela di Klimt è un tesoro da valorizzare e, se veramente nessuno la va a vedere, sarebbe il caso di promozionarla meglio così che possa diventare un’ennesima attrazione per i visitatori della città e dunque un investimento duraturo per il futuro?
No, troppo difficile, probabilmente. O troppo intelligente.
Sulla vicenda si è espresso con la consueta e illuminante lucidità Michele Dantini, che di arte e gestione del patrimonio culturale se ne intende sul serio: Venezia (e non solo lei) è “una nave che va a picco”, e il suo capitano (in perfetto stile Schettino, mi viene da dire!) “ne vende gli arredi”, piuttosto che salvarla con la dignità che meriterebbe e risollevarla ad adeguato splendore. “Intanto il nord Europa se ne va verso un futuro migliore, non noi che oltraggiamo Klimt” chiosa Dantini.
Analizzando in senso lato la cosa, invece, constato come l’atteggiamento del “siòr sindaco” di Venezia e di Vittorio Sgarbi rappresentino perfettamente i due fronti sui quali si muove la strategia di de-culturamento (se così posso dire, o forse potrei dire imbarbarimento) ovvero a danno della cultura e della sua valenza sociale in corso ormai da tempo in Italia. Il primo il danno lo fa con la propria mera inettitudine, politica e culturale, ripeto, pensando di vendere dei capolavori artistici che qualsiasi persona con la testa sulle spalle penserebbe invece di valorizzare in modo da renderli una fonte di guadagno – economico, certo, ma pure culturale – da qui al futuro. Il secondo invece il danno lo compie (pure contro sé stesso e l’ormai perduto prestigio intellettuale) dimenticando totalmente il senso stesso dell’arte, della storia, della cultura transnazionale specifica della città, nonché tutte quelle innumerevoli connessioni che sempre l’arte genera con l’ambiente che la ospita (andate a chiedere ai francesi di togliere la Gioconda dal Louvre e poi fatemi sapere che vi diranno!) e dimenticando pure – proprio lui, poi! – che la grande arte se non è conosciuta va meglio valorizzata, non venduta (a qualcuno che poi magari saprà valorizzarla e ricavarci un sacco di soldi, alla faccia dei veneziani!) – con quale coraggio, poi? Trasformando capolavori artistici in meri beni di consumo messi sul mercato per fare cassa?
Ribadisco, ha ragione Michele Dantini: noi stiamo qui – in Italia, paese che si poggia su uno dei più straordinari patrimoni artistici mondiali – costretti ad ascoltare le scempiaggini di una classe dirigente immonda e indegna pure di dirigere un carretto dei gelati (con tutto il rispetto dei gelatai che lo fanno e benissimo, ovvio!) e dei loro biechi scagnozzi, mentre buona parte del mondo se ne va avanti, verso il futuro, verso pratiche di godimento culturale fruttuose e lungimiranti a favore di una società più evoluta ed emancipata.
Magari a breve arriveranno dietrofront, cambi d’idea, smentite e precisazioni solite (“Sono stato frainteso!” è sempre una delle frasi più in voga, in tali situazioni); d’altro canto, quando si è venduto tutto – dignità, orgoglio, senso civico, sé stessi e pure i neuroni del proprio cervello – anche la cosa più insensata e dannosa può sembrare avvincente.

P.S.: immagine in testa al post tratta dal sito www.lastampa.it (cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è stata presa).

Visitando “Don’t shoot the painter”, alla GAM di Milano fino al 04/10

logomostraDa tempo coltivo la convinzione (per quanto possa contare) che, nell’ambito della produzione artistica contemporanea, la pittura abbia perso lo scettro di disciplina fondamentale e maggiormente rappresentativa, e si sia infilata in un pantano dal quale quelli che ne sanno uscire si possono contare sulle dita di una mano, forse due, non di più. E’ una convinzione in realtà suffragata dal giudizio, ben più competente del mio, di amici rinomati galleristi: passata l’onda rivoluzionaria e potenzialmente rinnovatrice delle ultime avanguardie, intorno agli anni ’80/’90, la pittura ha preso ad arrotarsi su sé stessa, a riprodurre cose già fatte, a non riuscire più a concepire vie espressive ancora capaci di sorprendere e di intrigare – sto ragionando in meri termini estetici e artistici, non certo commerciali, anche se pure da questo punto di vista è assai scarsa la produzione pittorica odierna che riesca a suscitare interesse e discussione, negli ambiti artistici in cui viene considerata.
Per questo ho voluto visitare Don’t Shoot the painter, la mostra di oltre 100 opere pittoriche provenienti dalla UBS Art Collection e presentata dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano con la cura di Francesco Bonami. Una collezione di (quasi) sola pittura, appunto, spaziante dagli anni ’60 ai giorni nostri (anzi, la maggioranza delle opere è contemporanea e parecchio recente) con lavori di ben 91 artisti, tra mostri sacri – John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Damien Hirst, Gerhard Richter – e nomi nuovi ma sovente già ben quotati. Una buona “fotografia” (termine non casuale, capirete più avanti perché) , insomma, della produzione pittorica contemporanea, che anche grazie al filo rosso intessuto da Bonami è in grado di resocontare efficacemente cosa sia la pittura, oggi, e dove stia andando.

Bonami, da quel sagace e intelligente curatore (nonché intenditore d’arte, aggiungerei) che è, fin dal titolo pare abbia voluto sottolineare la posizione precaria del pittore contemporaneo – ribadisco, al di là delle eventuali quotazioni spuntate dalle opere sul mercato: “non sparate al pittore!”, invoca Bonami così come si invocava di non sparare al pianista nel Far West… In fondo, il pianista era l’unico a poter allietare la gente presente in un ambito altrimenti parecchio turbolento e frequentato da individui dal grilletto facile; ugualmente, appunto, il pittore oggi cerca di difendere coi denti il buon nome del media artistico-espressivo scelto, in un mercato nel quale invece altre espressività artistiche come la fotografia, ad esempio, in qualche modo antitetica rispetto alla pittura e fino a qualche anno fa nemmeno considerata “arte”, sta vivendo un periodo d’oro, oppure l’installazione più o meno elaborata e più o meno attinente alla scultura, a sua volta ben più diffusa nei musei e nelle gallerie d’avanguardia rispetto alle tele.
Così, in una esposizione che gode di un’allestimento ben riuscito e – non a caso, di nuovo – ispirato proprio alla fotografia, con le opere presentate su pannelli fotografici desaturati e di tono cromatico neutro rappresentanti le sale della GAM “al naturale”, senza le opere della mostra (per di più pure la prima opera del percorso espositivo, all’ingresso, è una fotografia: prova che Bonami sa bene del dualismo ormai in essere tra le due principali discipline di rappresentazione della realtà e non vi sfugge), ho potuto personalmente cercare di confutare quella convinzione di cui vi ho detto in principio del presente articolo, o meglio, ho fatto in modo che la mostra potesse contraddire e ribattere alla mia idea.
Beh, non ce l’ha fatta, la mostra, a farmi cambiare idea. No, perché nella maggioranza delle opere – belle, sia chiaro, alcune veramente notevoli al di là della firma e della celebrità degli autori – non mi è parso di denotare quello che a mio parere servirebbe alla pittura contemporanea per risollevare le proprie sorti, ovvero quella creatività, quel guizzo d’ingegno, quell’estro espressivo più che tecnico e, soprattutto, quella fondamentale capacità di non riprodurre ciò che è già stato fatto per instillare nel visitatore la più basilare e immediatamente intrigante curiosità. Vi dico che per bizzarro paradosso, in base all’accostamento delle opere tra le quali era inserito, mi è sembrato di poter rivalutare Damien Hirst con uno dei suoi Pharmaceutical Paintings, che spesso ho ritenuto di valore assai discutibile e che invece lì m’è parso più originale e innovativo di molti altri lavori.
Tuttavia, in fondo, sto soltanto esponendo una posizione personale di matrice critica, che non inficia affatto il giudizio sulla qualità dell’esposizione in sé e del lavoro svolto da Bonami (anche sulla sua figura di curatore si potrebbe disquisire a lungo: non è il caso di farlo qui e semmai lo farò in altro momento, anche se devo dire che, in tal caso, il suo lavoro è stato ottimo). Ribadisco, dunque: Don’t shoot the painter è una mostra veramente bella, il cui unico difetto, in fondo, è che risulta fin troppo limitata e di breve durata per un appassionato d’arte verace come lo scrivente. Bella e quindi da visitare, perché potrebbe ben essere che chiunque la pensi in modo opposto a me circa lo stato della pittura contemporanea in essa possa trovare motivo di ancor maggiore convincimento in proposito. A ben vedere, l’arte contemporanea è proprio questo: creare vitalità di pensiero, dinamismo intellettuale, discussione e confronto. Il giorno che l’arte conseguirà il consenso unanime e indiscutibile, sarà veramente giunta alla fine dei suoi giorni.

P.S.: le immagini della galleria sono di mia produzione smartphonica, dunque perdonate la opinabilissima qualità!

INTERVALLO – Tambre d’Alpago (Belluno), la “Casa dei Libri” di Livio De Marchi

casadeilibri2Una sorta di visione onirica, o scaturente direttamente da una fantasia letteraria (nel senso più pieno del termine), che è divenuta realtà nelle foreste dell’Alpago
E’ la Casa dei Libri di Tambre, il singolare edificio che il noto scultore Livio De Marchi ha scolpito interamente nel legno, facendo del libro il protagonista assoluto. Le pareti esterne sono composte da centinaia di libri scolpiti ed incastonati uno ad uno, la staccionata che la circonda è una lunga fila di matite con la punta colorata, mentre il cancello è un paio di occhiali sorretto da due penne stilografiche. Ed anche all’interno si ripete la magia della favola con la stufa economica scolpita in legno, il caminetto sorretto da due libri di marmo e la biancheria stesa ad asciugare in bagno, naturalmente sempre scolpita nel legno.

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Un posto che sembra veramente fuoriuscito da una fiaba, che tuttavia lancia un messaggio a favore del libro (e della magia dei libri) assolutamente concreto e reale.
Cliccate qui per saperne di più.

P.S.: grazie a Stefania Comi per la segnalazione.

Dürrenmatt: il pittore che scriveva libri e lo scrittore che dipingeva quadri

74DurrenmattVenticinque anni fa se ne andava Friedrich Dürrenmatt, uno dei più grandi scrittori europei del Novecento – inutile rimarcarlo. Ma, a fronte della sua rinomata produzione letteraria, ricca di autentici capolavori (questo, ad esempio), pochi sanno che Dürrenmatt fu anche appassionato pittore. Anzi, fino all’età di 25 anni il grande scrittore elvetico esitò tra le due carriere, prima di scegliere definitivamente la letteratura.
Questo comunque non gli impedì di dipingere e di disegnare per tutta la vita, pur restare però ben lontani dai riflettori di media, gallerie, ambito artistico e quant’altro. “Dipingo come un bambino, ma non penso come un bambino. Dipingo per la stessa ragione per cui scrivo: perché penso.” Così diceva Dürrenmatt della sua attività pittorica, mentre Ulrich Weber, responsabile del Fondo Letterario Friedrich Dürrenmatt all’Archivio Svizzero di Letteratura, ritiene che in Dürrenmatt l’arte sia complementare alla scrittura per ragioni biografiche. Come detto, fino all’età di 25 anni, Dürrenmatt esitò tra l’arte e la letteratura, prima di scegliere quest’ultima. “In seguito, in quanto scrittore e soprattutto drammaturgo, è stato confrontato con le reazioni a volte violente del pubblico e dei critici. Era più vulnerabile di quello che voleva mostrare. Era quindi importante che si ritagliasse un settore in cui poteva esprimersi in assoluta libertà. La pittura era una ricreazione (…) Chi vuole capire gli scritti di Dürrenmatt deve anche conoscere i disegni. All’opposto, nella sua pittura c’è una grande forza che merita di essere (ri)conosciuta. Del resto, è stato lui stesso a lanciare l’idea di una fondazione artistica nel suo testamento.”

La fondazione artistica voluta dallo scrittore e citata da Weber è oggi il Centro Dürrenmatt Neuchâtel (CDN), museo dedicato all’opera letteraria e pittorica di Dürrenmatt e situato nella città dove lo scrittore visse dal 1952 fino alla sua morte. Il CDN è stato concepito da Mario Botta e integra nella sua architettura anche la casa dello scrittore e pittore.
Per approfondire invece la conoscenza di Friedrich Dürrenmattpittore, cosa assolutamente interessante se già avete letto qualche suo libro per penetrare ancora meglio nell’universo dürrenmattiano, ovvero se non lo avete mai fatto e volete approcciare il personaggio e la sua opera in maniera “alternativa”, vi consiglio Dürrenmatt: scrittore fuori, pittore dentro, un ottimo articolo a firma di Isabelle Eichenberger e pubblicato su swissinfo.ch, ricco peraltro di numerosi approfondimenti e con un’ampia galleria di immagini delle opere artistiche di Dürrenmatt.