Non c’è libertà di parola, senza libertà di pensiero (Sören Kierkegaard dixit)

L’uomo non fa quasi mai uso delle libertà che ha, come ad esempio della libertà di pensiero; si pretende invece come compenso la libertà di parola.

(Sören KierkegaardAforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.31.)

(© immagine: http://filosoficamente.altervista.org/)
Altrove, tale affermazione del grande filosofo danese l’ho trovata in questa forma: “Le persone chiedono la libertà di parola come una compensazione per la libertà di pensiero che usano di rado.” Forma che ne semplifica la comprensione, e che porta alla formulazione di una riflessione pressoché inevitabile, almeno quanto contemporanea: per poter motivatamente godere della libertà di parola, prima bisognerebbe adeguatamente coltivare la libertà di pensiero. Dacché se questa seconda libertà non viene realmente goduta e sfruttata con consapevolezza, la prima perde qualsiasi accezione di “libertà” per diventare una palese manifestazione di assoggettamento: al pensiero altrui (dunque indotto) ovvero a qualsiasi altra forma di asservimento intellettuale e culturale. D’altro canto, come scrisse Raymond Carver, “Le parole sono tutto quello che abbiamo perciò è meglio che siano quelle giuste”: dunque, se non le si pensa per bene attraverso il miglior strumento a nostra disposizione, ovvero una mente libera, difficilmente saranno così giuste.

Lucio Fontana, lo spazio infinito e quello limitatissimo

Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas nel suo studio di Milano, 1964.

Quando trovo persone, e ancora ne trovo parecchie, che senza nemmeno pensare a quanto stanno articolando nonché (e peggio) senza cercare di conoscere prima qualcosa in più su quanto vanno proferendo, sento dire cose del tipo Fontana? Sarà mica arte, quella? La sapevo fare anch’io!, mi rendo conto di come, a ben vedere, il fatto che oggi la gran parte delle persone (quelle suddette incluse) “creda” che la Terra sia effettivamente sferica e non piatta non può che essere un gran colpo di culo ovvero, forse, solo una fortunata evenienza dovuta all’invenzione della fotografia satellitare, non certo un’elucubrazione intellettuale.

Tutti gli altri, che invece provano a capire il senso artistico e filosofico delle opere di Lucio Fontana e, posta tale consona disposizione, facilmente li capiscono e ne restano oltre modo affascinati, sappiano che l’Hangar Bicocca di Milano (bellissimo e benemerito luogo espositivo da visitare a prescindere e senza indugio, se non ci siete già stati) il 21 settembre prossimo inaugura un’esposizione su Fontana dal titolo Ambienti/Environments che si preannuncia originale e assolutamente intrigante – sinonimi di “imperdibile”, per lo scrivente. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.

Quelli invece del “lo sapevo fare anch’io”, nel frattempo, sappiano che ci sono altre cose che saprebbero e dovrebbero fare e che si spera caldamente facciano, quanto prima. E non si tratta di “arte”, no.

Maria Callas

Ci capisco poco o nulla di musica lirica, tuttavia non ci vuole molto (pure per me) per capire che Maria Callas, la quale esattamente 40 anni fa se ne andava a deliziare con la sua voce altri mondi e altre dimensioni, è stata qualcosa che, se mai esista la “perfezione”, alla sua maniera la esemplificò in modo inimitabile e tutt’oggi irraggiungibile.

P.S.: cliccate qui.

La guerra (alla guerra) di Bansky

“Civilian Drone Strike”, 2017.

I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini, che sganciano bombe e massacrano villaggi. Come precauzione per non commettere mai più importanti atti malvagi, è nostro dovere solenne di non fare quello che ci hanno detto, questo è l’unico modo in cui possiamo essere sicuri.

(Bansky)

Personalmente, trovo che essere contrari tout court alla guerra sia una sostanziale illogicità. Semmai, la storia dimostra che la stragrande maggioranza delle guerre scatenate dall’uomo contro altri uomini furono e sono, esse sì, illogiche: e con ciò intendo disumane, “non proprie” di una razza che si definisca “umana” anche nell’accezione etica e filosofica, oltre che “la più intelligente sul pianeta”, al punto (paradossale) da far divenire la guerra un ordine, una “regola” da seguire in caso di contenziosi tra comunità umane – ciò che sostiene Bansky nella citazione lì sopra, insomma. Le guerre, invece e proprio per quanto appena denotato, quasi sempre hanno palesato con ben poche ombre di dubbio la grande e crudele stupidità dell’uomo nonché la sua bieca ipocrisia politica – quella dei potenti i quali dettano regole che per primi non rispettano, intimano ordini che essi non eseguono e mandano al massacro milioni di individui per conto loro. Costoro sì, meriterebbero di subire un trattamento assai bellicoso.

P.S.: per saperne di più sull’opera nell’immagine, cliccate qui.

 

Vedere le “Città invisibili” di Calvino

Anastasia

C’è un architetto di Lima, in Perù, Karina Puente, che sta portando avanti un progetto artistico-letterario piuttosto ambizioso, soprattutto in senso “visionario”: realizzare delle illustrazioni per ciascuna delle 55 città descritte da Italo Calvino nel suo capolavoro Le Città invisibili.

Maurilia

Dice Puente (traggo le sue parole da qui): “Ogni disegno scaturisce da un processo concettuale e alcune richiedono più tempo di altre. […] Non sono semplici disegni, utilizzo diversi tipi di carta e disegno su ciascuno di essi prima di ritagliarli col taglierino. Ogni illustrazione è composta da diversi strati di carta ritagliati e incollati.

Zirma

C’è la suggestione di illustrazioni certamente intriganti per nella loro apparente semplicità (ma può essere realmente semplice ciò che si prefigga di rendere “visibile” un romanzo così fuori dagli schemi?), insomma, e ancor più c’è la conferma di come Le Città invisibili sia uno dei libri più affascinanti, magnetici e ispiranti della letteratura moderno-contemporanea, una creazione letteraria e culturale fuori dallo spazio – come effettivamente lo sono, le 55 città descritte – tanto quanto dal tempo nonché, ancora oggi, da qualsiasi ordinarietà. Doti proprie di un autentico capolavoro, senza dubbio, che non smetterà di suggestionare innumerevoli future generazioni: perché in fondo, anche se Karina Puente ci offre una (sua) visione delle 55 città calviniane, la loro verità continua a sfuggire a chiunque.

Fedora

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del progetto di Karina Puente.