Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Di sistemi di condizionamento emotivo-mentale occulti

Comunque, a volte mi sorge netta e assai vivida l’impressione che certi sistemi di condizionamento emotivo, e dunque pure mentale, siano ben più diffusi di quanto si possa credere, sovente celati in oggetti apparentemente banali e innocui.

Le confezioni termosaldate degli alimenti nella grande distribuzione, ad esempio – salumi, formaggi, eccetera -, in particolare quelle con le scritte, generalmente sugli angoli, “APRI QUI”.
Ecco, apri qui. Ti dici: bene, c’è scritto, bastano due dita, tirare un pochino, la confezione si aprirà come niente, no? Invece niente, appunto: di frequente la confezione non si apre affatto, tu tiri, tiri, tiri, t’inquieti, tiri, storci l’angolo e i lembi, tiri ancora, t’innervosisci sempre più… niente da fare, la confezione “APRI QUI” non s’aprirebbe nemmeno se a tirare i suoi lembi invincibili fosse il campione del mondo di forza bruta. C’è gente che per eccessiva fiducia verso il proprio apparato dentale (ha provato ad aprire la confezione pure coi denti, sì) s’è ritrovata a spendere un bel tot di Euro dal dentista, eh! Meno male che c’è un paio di forbici, in un cassetto della cucina, ma nel mentre che ti tocca intervenire con tale “piano B” ti arrovelli mente e animo chiedendoti con non poco astio: ma che ca…volo ce la mettono a fare, i maledetti, quella scritta APRI QUI? Che ti fanno pure male le punte delle dita, per quanto hai tirato inutilmente!

Caso opposto: confezione con scritta “APRI QUI” o “TIRARE QUI”, magari accompagnata con un’invitante “apertura facilitata, confezione richiudibile!”. Eh – ti dici – un gioco da ragazzi, per di più che è pure comoda, ‘sta confezione richiudibile (ovvero, l’orgoglio di aver fatto un buon acquisto, anche in senso pratico: roba mica da poco per chi non sia così avvezzo alla spesa quotidiana al supermercato). Così, sicuro di te stesso e di ciò che stai per fare, tiri leggerissimamente, ed ecco che la confezione ti si disintegra tra le mani, con il contenuto che inesorabilmente cade un po’ ovunque (di solito su un pavimento tirato a lucido da pochissimi istanti) e insieme cadono – verso abissi di cupo disagio – il tuo orgoglio ferito immantinente nonché, ovvio, il tuo umore.

Ecco. Ditemi se queste circostanze non finiscono per condizionarti la giornata!

O non finirebbero per: in fondo, basta servirsi del buon vecchio alimentari vicino casa, risolvendo la questione coi suoi bei pacchetti di carta, possibilmente riciclata/riciclabile. Certo, sempre che per via della proliferazione di megacentri commerciali e dei loro prodotti termosaldati sottocosto tre-per-due tessera-punti-ricchi-premi ce ne sia ancora qualcuno di tali negozietti, vicino a dove vivete.

Un’azione culturale fondamentale

negozi_chiusiVogliamo fare un’azione politica di valore autenticamente e profondamente culturale?
Bene: vietiamo l’apertura domenicale dei centri commerciali oppure, tutt’al più, limitiamola fortemente. Una domenica al mese, non di più. Ecco.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Il contemporaneo non senso del “nonluogo”

Prendo spunto da questo ottimo articolo di Studio, rivista di attualità e cultura, il quale celebra gli ottant’anni (compiuti giusto ieri!) di Marc Augé, l’antropologo francese che un ventennio fa ha coniato una delle definizioni più geniali e (inevitabilmente) più usate/abusate degli ultimi tempi, quella di nonluogo.
I nonluoghi sono (al di là dei possibili distinguo particolari) tutti quegli spazi comuni e luoghi di transito spersonalizzati, lontani dalla storia e privi di identità. Sono gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, i grandi supermercati, le catene di hotel e di ristoranti, uguali tra loro indipendentemente dalla latitudine. “La surmodernità produce non luoghi (…), un mondo che si è arreso all’individualità solitaria, al fugace e all’effimero” dice Augé al proposito. Nota personale: non è detto che il nonluogo debba per forza possedere un’accezione negativa, all’origine. Dipende dal contesto e dalle condizioni sociologiche derivanti, io credo.
Beh, fatto sta che nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, post-un-po’-di-tutto, a vent’anni da quella felice intuizione di Augé, mi sembra che persino i nonluoghi abbiano perso quasi ogni significato. Perché un senso – antropologico – ce l’avevano fino a qualche anno fa  (lo avrebbero ancora, in linea teorica), quando li si poteva riconoscere in mezzo a tanti luoghi – relazionali, storici e identitari, per usare ancora le parole di Augé. Erano, i nonluoghi, gli spazi non comuni, insoliti, quelli stra-ordinario tra i luoghi ordinari. Oggi, invece, i nonluoghi sono ovunque: caratterizzano la struttura urbana delle nostre città, hanno inglobato e cannibalizzato molti “luoghi”, hanno influenzato la forma e la sostanza di tanti altri (vedasi le librerie, per fare un esempio a cui tengo particolarmente). Sono divenuti l’ordinario, insomma. E ciò è sostanzialmente avvenuto senza che ce ne rendessimo conto ovvero, soprattutto, senza che potessimo comprendere e, nel caso, reagire. Ormai divenuti la “norma”, appunto, non sappiamo nemmeno più “vederli” – o forse, al contrario, non sappiamo più riconoscere e godere dei “luoghi” rimasti.
D’altro canto a ben pensarci era inevitabile, che i “non luoghi” creassero “non persone”. Se chi vive con lo zoppo impara a zoppicare, pure se si viene circondati da negozi di bastoni si finirà per convincersi di doverli usare, zoppicando di conseguenza.