Amleto

il_fullxfull.82355403Ancora qualche lacrima scorreva sul viso, scivolando per le guance e cadendo poi sulla terra rossiccia del piccolo e semplice tumulo, sul quale una croce in legno condensava una tristezza tanto grande come mai provata, incredibilmente; e un fiore, una margherita di prato colta lì accanto, il cui bianco candore dardeggiava sul cumulo terroso, quasi che, di sotto, ancora un cuore pulsasse di vitale energia.
Ma era inevitabile quel gesto, pensava Marco, per quanto bizzarro potesse parere, ed inevitabili erano le lacrime, alimentate dai ricordi, che egli, solitamente così contegnoso per nel momento del dolore, s’era ritrovato fluide sulle gote. Negli anni della sua pur breve vita, quegli occhi così sempre sospesi a metà tra una vaga malinconia e una gioia in qualche modo contenuta, avevano conquistato il giovane Marco, ora uomo maturo e pur sempre giovane quando accanto si muoveva l’amico scomparso. Le incredibili peripezie di quel giorno nel quale lo aveva incontrato, ferito nel corpo e malandato certo nello spirito, così piccolo e già tanto infelice nello sguardo, parevano cronaca d’una vita appena trascorsa, quando il servizio militare lo aveva portato lontano da casa, sulle montagne, capoposto d’un centro di trasmissione immerso nella natura montagnosa più bucolicamente selvaggia, e sul limitare del maestoso bosco egli lo aveva incontrato. Poi il nascondiglio ricavato in caserma durante la notte precedente la partenza per la licenza – grazie al buon cuore d’un amico ufficiale di picchetto; l’accompagnamento a casa e l’ammissione come nuovo membro di famiglia, apparentemente scomodo eppure subito bene accetto da papà, mamma e dai fratelli, lui, Amleto, così capace di conquistarsi le simpatie di chiunque con la sua forse a volte esagerata effervescenza, sempre mista a quella punta di malinconia dietro la quale non era difficile immaginare il nascondiglio d’un passato difficile…
Amleto si chiamava, anche – appunto – per quel non so che d’eterna dubbiosità che pareva perennemente latere nei suoi moti e nel suo sguardo; l’affettuosità iniziale si trasformò ben presto in una grandissima amicizia, enorme, così ricca bizzarramente di umanità da imporre quasi eventuali confronti con altre simili e più ordinarie; e poi, in comune, una passione per entrambi forte più di ogni altra, quella per la montagna, per le ore passate all’aria aperta e rarefatta dell’alta quota, godendo delle meravigliose effusioni del sottobosco antelucano, o di quelle coloratissime dei fiori che innumerevoli sbocciavano nei prati primaverili – e che così freneticamente attiravano Amleto, correndo dall’una all’altra corolla come per un bisogno innato – o un passato da ape, chissà! E poi i pendii, le creste, le cime rocciose e le vette immacolate dalla coltre ghiacciata, che esso saliva, sempre un passo dietro a Marco, per una sorta di rispetto verso l’amico-guida o per una volontà di salvaguardargli sempre le spalle dai mille pericoli che l’incantato reame di rocce e ghiacci sapeva offrire, insieme alle più grandi emozioni di cui anime senzienti potessero godere. E la vetta era il premio per entrambi! Il riposo dopo la fatica, il rilassamento dopo la tensione dello sforzo necessario sulle spesso difficoltose vie d’alta quota: ma sentirsi in cielo, con più nulla sopra, soli sulla massima punta era il semplice ma intenso motivo per dare il via ai festeggiamenti. Per le vallate ai piedi delle montagne, allora, gli abitanti dei villaggi avevano ormai imparato ad identificare i richiami pieni di gioia che parevano provenire direttamente dal cielo, ridendo divertiti e in qualche modo affascinati da quell’amico comune così buono, così gioiosamente umano, da qualche anno facilmente avvistabile sui pendii, sulle creste e sulle punte sopra i tetti delle loro case.
Ma quella sua massiccia figura, possente se pur caracollante, che pareva estratta in qualche modo da un quadro del Segantini, aveva chiaramente segnato nel destino che la Morte ne evidenziasse, per via della mano mai fallace della tragedia, la propria breve ma significativa vita.
Fu un baleno, un attimo repentino, di quelli che pur alla mente più stolta fanno comprendere come in fondo la vita non sia che un tenero fuscello in balia di mille e mille venti dei più impetuosi. La solita giornata, meravigliosa nel clima in mattinata, passata in alta montagna; una facile cima raggiunta, contornata da un candido ghiacciaio sulla cui parte destra passava la via di salita, a pochi passi da un ripidissimo versante che verso valle sprofondava di parecchie centinaia di metri: ma non v’era difficoltà per chi restasse nella traccia, e Amleto – ormai un anziano frequentatore di monti d’ogni sorta – ben sapeva farlo. Poi il tempo che cambia, improvvisamente, e tra scuri nembi veloci da Est già il minaccioso ruggito d’un temporale estivo, e i bagliori che illuminano i contorni di quei mostri nimbici. Tempo di ritirata, ed anche assai repentina, per evitare le nefaste conseguenze d’una tempesta in alta quota. Giù, quindi, speditamente verso valle, verso un riparo, con Amleto eccezionale nel seguire passo dopo passo, perfettamente, le movenze veloci di Marco, sicuro anche nei passaggi un poco più delicati.
Poi… Poi… Un tratto della via rasente delle cornici di neve create dal vento, un piede di Marco che sprofonda, sente il vuoto, ma con guizzo il corpo ben allenato, facendo leva, salta via, riesce ad andare oltre, poggiando i piedi con un solo balzo su una zona ben più salda; ma per Amleto, subito dietro, attaccato agli scarponi dell’amico, è la soglia dell’abisso finale, oscuro di tragedia. Marco fa solo in tempo a girarsi, ad osservare impotente il grosso corpo che scivola sul ripido pendio ghiacciato, le unghie a ricercare quel minimo attrito significante la salvezza, ma la gravità inesorabile che trascina in basso con la forza d’attrazione di un mostro generato da un lugubre incubo e ingordo di vittime da immolare in gloria della propria invincibilità… E negli occhi, quei grandi occhi marroni che ancor più grandi parevano nel grosso viso rivolto per l’ultima volta verso l’amico sulla cresta che inutilmente gridava la propria disperazione: in quei lucidi occhi non vide Marco la rabbia d’una fine imprevista e incomprensibile, come non vide lo smarrimento verso un fato tremendo e repentinamente letale. No, egli vide in quell’amico la cui ora ultima era oramai scoccata il più grande messaggio d’amicizia che mai ebbe occasione di notare, profondo, inequivocabile, prezioso, in quelle scure iridi scritte poche, inesprimibili parole che mai essere umano avrebbe potuto meglio formulare; quasi che quel lungo rapporto amichevole che aveva unito nel tempo sempre più Marco e Amleto, pure nel momento tragico della Morte improvvisa, fosse comunque destinato a perdurare, in eterno, non solo nel ricordo, ma in qualche ulteriore maniera forse sovrumana, superiore alla comune comprensione, eppure ben solida e duratura, e il grosso amico scomparso lo sapesse, lo sapesse per quell’istinto naturale che, nella dimensione ove l’anima più d’ogni altra materialità è protagonista, unisce le creature pure nello spirito, pure come l’aria tersa delle alte quote che Marco e Amleto amavano così tanto.
Ma ora il ricordo assumeva la dolorosa forma d’una semplice croce in legno, su un altrettanto semplice tumulo di terra bruna, dello stesso colore di quegli occhi malinconici.
La margherita biancheggiava, unico chiarore in quel quadro d’oscura tristezza, finché una improvvisa folata di vento la colse tra i suoi refi, facendola rotolare lungo il piccolo tumulo, come una trottola color bianco-oro. Amleto la colse con un guizzo repentino, corse un poco in disparte, nell’ombra d’un cespuglio; la annusò profondamente, come faceva il padre, poi ricorse via, tra i piccoli denti quella sorta di giocattolo naturale, trotterellando gioiosamente intorno alla semplice sepoltura, scodinzolando una contagiante felicità che ben presto non poté non rasserenare il triste volto di Marco. Veramente la vita continuava, veramente una grande amicizia pareva rinascere in quel vispo cucciolo di San Bernardo, già così simile al padre, che quello stesso nefasto giorno era nato dal grembo di Ginevra, la pari razza dello zio Vittorio. Aveva il piccolo gli stessi occhi paterni, gli occhi di una creatura proveniente da un mondo che spesso l’uomo egoista e ben provvisto di spocchia si diletta considerare proprio unico dominio, egli come solo essere in grado di sviluppare profondi sentimenti quali appunto la più forte amicizia. Ma Amleto aveva insegnato a Marco come in effetti una tale virtù fosse superiore a qualsiasi dimensione, a qualsiasi diversità, universale e infinita come d’infinita amicizia aveva bisogno il mondo, inquinati dall’odio dell’uomo superiore. E un cane, una semplice creatura, aveva dimostrato di sapere meglio di molti altri umani ciò, e di conoscere profondamente il valore di una virtù che gli umani stessi così spesso oggi davano come una sorta di dote definitivamente acquisita.
Marco e il piccolo Amleto si allontanarono, l’uomo davanti e il cucciolo bianco-bruno appena un passo dietro. Marco lo osservò, e sorrise, nella indefinibile sicurezza d’un miracolo avvenuto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un altro racconto inedito – avrà una quindicina d’anni, almeno! – tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi (Paolo Rumiz dixit #2)

Immagine16

Quando dopo molte grappe uscii e Lino chiuse il pesante uscio del convento, pensai di ripetere i nomi di quelle montagne, come un esorcismo contro la desertificazione. Cercai le magiche scogliere e le invocai, nella foresta. Sciliar, Vaèl, Renon, Vaiolett. Nel bosco passai accanto a una croce coperta di neve. Sotto, una montagna di pietre portate dai pellegrini come voto dalla Val d’Adige. Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.81)

Dice bene Rumiz in questo passaggio del suo libro. La cultura, oltre che di libri, nozioni, conoscenze, memorie, è fatta anche da tanti altri elementi, la cui valenza culturale spesso non sappiamo (o non riusciamo più a) cogliere. I nomi dei luoghi, ad esempio: semplici termini che tuttavia molto spesso contengono storie infinite,  infinite sapienze, saggezze, cognizioni, rivelazioni, chiavi più o meno arcane di misteri ancestrali. Non è un caso, proprio in antitesi alla chiosa di Rumiz nel brano riportato, che i terribili non luoghi di cui è colmo il paesaggio antropizzato contemporaneo non hanno nomi, oppure ne hanno di completamente avulsi dal contesto ambientale in cui sono stati inseriti. (Pseudo)nomi che mai genereranno memoria geografica, tonopomastica, sociale e antropologica, destinati a scomparire così come scompariranno quei non luoghi che denominano, mentre i primi esisteranno sempre, almeno finché vi sarà qualcuno che li ricorderà e li nominerà e anche se i luoghi cui sono legati verranno cancellati dal passare inesorabile del tempo. Ma la cultura ad essi legata, beh, quella resterà sempre, come se i nomi fossero una chiavetta usb in grado di rivelare il suo prezioso contenuto fino a che vi sarà qualcuno che la vorrà “attivare”.

“Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)

image“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.

(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)

Vedere al buio, non vedere alla luce

SunsetIeri sono uscito per correre sui monti dietro casa che era l’imbrunire, quasi.
Una lama di luce dorata all’orizzonte illuminava il paesaggio, via via più sottile nel frattempo che la zona d’ombra saliva verso l’alto inglobando ogni cosa. Usando il Sole calante come unico misuratore del tempo della mia corsa, ho lasciato che gli occhi si abituassero all’oscurità incipiente, come facevano gli astronomi dell’antichità per accrescere la propria acutezza visiva e osservare meglio le stelle.
Così, quando ormai il cielo sopra di me diventata d’un blu cobalto sempre più cupo, correvo sui sentieri nel bosco e ci vedevo ancora benissimo. E mi è venuto da pensare che il nostro mondo contemporaneo è illuminato da numerosissime luci, eppure molto spesso non riusciamo a vedere nulla, o quasi.